ANGELO CAMPOLO – Parla della “sua esperienza” alla prossima stagione teatrale del Tindari

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L’ intervista ad Angelo Campolo promessa oramai mantenuta, del teatro siciliano e italiano che debutta al teatro greco di Tindari, come regista di un’opera della drammaturgia antica molto particolare, il dramma satiresco di Euripide al teatro greco di Tindari.

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Angelo Campolo, promessa oramai mantenuta, del teatro siciliano e italiano che debutta alteatro greco di Tindari, come regista di un’opera della drammaturgia antica molto particolare, il dramma satiresco di Euripide al teatro greco di Tindari. Cosa ti ha spinto a questa scelta?

L’idea nasce da Filippo Amoroso che mi propose il testo l’estate scorsa. Ho subito pensato potesse essere un’occasione interessante per diverse ragioni: la possibilità di mettermi alla prova come regista dopo tanti spettacoli diretti nei miei laboratori, l’incontro con un attore importante come Siravo, la scoperta di un testo poco frequentato che racconta da una prospettiva diversa il celebre episodio omerico conosciuto in tutto il mondo.

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Come ti sei confrontato  con il testo originale di Euripide? La Messinscena è fedele filologicamente al testo euripideo o è stata rielaborata in chiave moderna?

Questo è l’unico dramma satiresco a noi giunto integro nel corso dei secoli. Un testo inconsueto, molto breve, a tratti misterioso, dove si mescolano diversi generi dal punto di vista stilistico.

Ho cercato di preservare il gusto per il capovolgimento dei ruoli, senza trasformarlo in una farsa, mantenendo il lirismo di certi passaggi e “innestando” nel racconto tanti altri brani tratti dalla filosofia greca (Socrate e Platone soprattutto), dai discorsi sulla democrazia di Pericle, da Shakespeare, Omero e da un’opera che amo molto come “Il libro dell’ospitalità” del poeta Edmond Jabés.

Questo lavoro di rielaborazione drammaturgica, così come i riferimenti alla nostra contemporaneità, non nascono non dal desiderio di “modernizzare” o stravolgere l’opera, ma al contrario dalla volontà di seguire passo per passo l’autore nel suo tentativo di catturare l’attenzione del pubblico con una vicenda famosa per poi parlare di qualcos’altro.

L’orco, per la prima volta, appare perfettamente consapevole della sua condizione, lo specchio deformante di un sistema di valori che, altrove costituito, ora sta cadendo a pezzi.

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Il tema dei migranti ti è molto caro, lo  avevi già affrontato in uno spettacolo  ispirato a Pasolini; qui come il  tema si accorda con i tratti comici e leggeri  del testo?

Non ho sottolineato in maniera diretta l’argomento perché sarebbe stata una scelta forzata e credo anche irrispettosa nei confronti di vicende tragiche della nostra cronaca quotidiana.

Ho portato con me nella memoria i tanti “segni” raccolti in questi anni nel lavoro con i migranti, scegliendo di far esplodere tutte le contraddizioni di senso rispetto al significato che i personaggi del Ciclope attribuiscono alla parola Xenos, “Straniero”.

Una parola per i greci, dall’ampio significato, che racchiude concetti divergenti come “nemico” o “amico rituale”, a seconda della convenienza e delle circostanze in cui si trova colui che la pronuncia. Questa differente attribuzione di senso è uno dei motori propulsivi dell’intera vicenda.

Per Ulisse, portatore di valori democratici, l’ospitalità è sacra, mentre il Ciclope la rigetta come una forma di ipocrisia che sotto sotto nasconde il più bieco populismo.

Entrambi si fronteggiano in uno scontro dialettico dove in mezzo ci sono un gruppo di satiri, simbolo positivo della natura libera e selvaggia, ridotti in condizioni di perpetua schiavitù.

Il tema già allora era scottante e controverso. Tucidide ci ricorda che proprio nella splendente Grecia di Pericle, su 150.000 abitanti più della metà erano schiavi.

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La regia di un testo greco all’interno del suo ambiente naturale, il teatro all’aperto, e per giunta studiata senza l’apporto totale  delle luci per gli  spettacoli all’imbrunire, su quali suggestioni e piani emotivi  punta? Credo che si crei un cerchio magico tra  l’attore, regista  e pubblico.

Spero di sì. Mai come in questo caso attori e spettatori sono chiamati a partecipare in maniera attiva all’evento assembleare del teatro in una cornice unica, piena di suggestioni e atmosfere come il teatro greco di Tindari.

Spero che la forza delle parole, unita al rigore degli interpreti in scena, siano gli strumenti privilegiati di questa occasione.

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Musica e danza sono parti salienti della tua messinscena: ancestralità e contemporaneità  si uniscono per rinnovare gli elementi della messinscena antica?

 Abbiamo scelto, insieme a Marco Betta, di lavorare all’idea che la musica, nello “spazio/regno” del Ciclope, fosse qualcosa di proibito poiché legata al ricordo di una passato da cancellare, alla memoria di qualcosa che non deve esserci più.

L’idea di Dioniso, anelato dai Satiri, schiavi del Ciclope, è dunque più legata al ricordo della musica che a quello del vino.

Marco ha composto dei veri e propri “paesaggi musicali” che rappresentano un valore aggiunto allo spettacolo.

Sono onorato e felice di questa collaborazione che ha aperto nuove e interessanti strade da esplorare in fase di studio del testo. 

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C’è stata a Tindari negli anni scorsi una ripresa in lingua dialettale del Ciclope in una traduzione di Pirandello, memorabile quella con Turi Ferro,Tuccio Musumeci e Massimo Mollica per la regia di Camilleri,tu hai voluto affidarti alle suggestioni del testo in italiano qui tradotto dalla maestrìa del più grande conoscitore di drammaturgia antica Filippo Amoroso, consegnandoti alla storia del festival forse come il primo a rappresentare questa opera  Euripide

Non saprei sinceramente se sono il primo a rappresentarlo in lingua italiana. Ho studiato e mi sono molto documentato sulle precedenti messe in scena tratte dalla riscrittura di Pirandello.

Il nostro lavoro, però, prende una direzione completamente diversa. Con il mio gruppo di lavoro (Simone Corso e Adriana Mangano, assistenti di regia, Giulia Drogo alle scenografie e i costumi, Sarah Lanza ai movimenti scenici, Giovanni Puliafito come sound designer, e Giuseppe Ministeri che con “Daf” produce lo spettacolo insieme al Teatro dei due Mari) abbiamo scelto di spogliare dei riferimenti folkloristici lo sguardo sulla Sicilia del Ciclope, studiando il tipo di percezione che il mondo greco di allora aveva nei confronti di questo territorio.

Le poleisdella Sicilia si configuravano come apoikìai (città di nuova fondazione) frutto della seconda colonizzazione greca e i rapporti con gli abitanti di allora erano abbastanza conflittuali.

Nel testo, Euripide, per bocca di Ulisse, descrive un luogo deserto, inospitale, dove “non ci sono mura di città, né torri, solo balze desolate”.

Parole che mi fanno pensare più alla descrizione di un paesaggio di confine libico o a un quadro di Dalì, piuttosto che ad una bucolica grotta siciliana intesa alla maniera novecentesca.

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Siravo e Moschella, due interpreti d’eccezione: ritieni che l’attore delle opere classiche debba avere qualità e tecniche inoppugnabili oltre alla duttilità nel seguire la ricerca  e la sperimentazione?

 Assolutamente sì, soprattutto in questo tipo di rappresentazione che richiede una vera e propria tenuta atletica dal punto di vista fisico, vocale e di concentrazione scenica.

Edoardo Siravo è un interprete formidabile. Nella sua voce, nella sua interpretazione, c’è tutta la storia dei grandi attori della nostra tradizione teatrale italiana.

Si è aperto con grande disponibilità, in modo per nulla scontato, alle idee proposte dal nostro gruppo, a cominciare dal dolore che questa figura di “orco” reca con sé.

La ciclopia di cui si parla nel testo, nel nostro lavoro diventa l’incapacità di aprirsi agli altri, la scelta tragica di ritagliarsi uno spazio fuori dal mondo dove vivere in solitudine.

Giovanni Moschella interpreta Sileno, con la generosità e l’umanità che contraddistingue da sempre il suo lavoro in scena, regalando anche momenti tragicomici alla figura di un satiro anziano, perduto nei ricordi della sua antica filosofia.

Eugenio Papalia è un giovane talento che seguo da diversi anni nel suo percorso di formazione e lavoro a contatto con importanti registi della scena italiana, sono felice del lavoro che ha svolto, regalando tante sfumature da manipolatore alla figura di un eroe moderno come Ulisse.

Particolare attenzione ho riservato sin dall’inizio al coro dei satiri, quattro veri e propri personaggi, interpretati da Francesco Natoli, Michele Falica, Patrizia Ajello e Tony Scarfì.

Sono loro, con rigore e passione, a scandire i tempi e i movimenti emotivi dell’intera vicenda. Sono loro che aprono e chiudono lo spettacolo ed è anche grazie al loro impegno e alla loro estrema professionalità che questo lavoro è stato possibile.

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