ANALISI POLITICHE – Mancinelli: a proposito di Indipendenza e Futuro Nazionale
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ANALISI POLITICHE – Mancinelli: a proposito di Indipendenza e Futuro Nazionale

Un’analisi se non tutta condivisibile ma buona, anzi ottima, per aprire una discussione franca, senza pregiudizi, in quel mondo della destra radicale, ma non solo, e per costruire nuovi scenari politici. Un’analisi onesta e coerente di Mancinelli, sibolo di una generazione che visse un breve sogno rivoluzionario, segnata da due eventi di portata storica che la condizionarono profondamente: gli omicidi Acca Larenzia, la cui memoria storica il  “politicamente corretto”tenta oggi di obliare, e la strage di Bologna.Mancinelli oggi è un punto di riferimento per la lucidità di pensiero, la voglia co costruiore l’azione, di segnare un punto di partenza.

Ecco cosa ha scritto Mancinelli in un suo post

In molti mi stanno chiedendo cosa ne penso di questa confluenza del movimento Indipendenza in Futuro Nazionale.
Ho fatto presente più volte a chi mi metteva in evidenza e contestava il mio imprevisto riavvicinamento a Gianni Alemanno, nell’ultimo anno e mezzo (data che non casualmente coincide con la sua surreale detenzione) che Indipendenza, nella sua elaborazione più profonda ed organica, non era altro che l’incompiuto disegno elaborato nel lontano 1989 nel libro “Le radici ed il progetto” (Ed. Settimo Sigillo, Roma), quando avevamo cent’anni di meno e dove tutta la dirigenza dell’allora Fronte della Gioventù di estrazione rautiana e neo-destra ed influenzato anche dalle esperienze del movimentismo radicale, procedeva verso un disegno di totale emancipazione, verso un sogno di liberazione e naturale distacco dal decadente blocco Occidentale, con una critica profonda e ragionata alla nuova dittatura liberal-capitalista, evolvendo quindi dalla radice neo-fascista di provenienza (… come tutti noi, nessuno escluso) verso una evoluzione organica, radicale ma non estremista, tradizionale ma non reazionaria, sociale ma non collettivista.
Era la Terza Via già presente nel Risorgimento incompiuto di Giuseppe Mazzini e della Giovane Europa, nel Fascismo tradito da destra del 1943, quella dei Berto Ricci, dei Nicolò Giani, di Ugo Spirito, di Nicola Bombacci e del Fascismo movimento contro il Fascismo regime.
Ed infine era un salto di definitiva emancipazione e rottura dal Neofascismo della “destra nazionale” quello pidduista o peggio ancora da quello intruppato in disegni “poco chiari e trasparenti” del golpismo da operetta dei primi anni ‘70 se non addirittura abilmente eterodiretto dall’Eterno Golpe Inglese, presente in Italia da almeno il 1860. Niente di originale quindi, ma tutto di sanamente “Orginario”.
Il 2026 non è più però il 1989 ed in 35 anni sono cambiati scenari, condizioni, uomini e risultanze. In questo ambiente non solo ha fallito la politica, quella della costruzione di classi dirigenti incorrotte di opposizione ed orientate ad un vero disegno di egemonia culturale, ma ancora di più ha fallito LA METAPOLITICA che avrebbe voluto/dovuto orientare i cambiamenti senza tuttavia sporcarsi le mani.
E quindi rispondo tranquillamente alla domanda principale.
Di questi esperimenti “corsari” ne abbiamo visti diversi nel corso degli anni ed hanno fallito, perché guadare “la palude” delle destre populiste, quelle che parlano alla pancia dell’elettorato moderato ed impaurito con il solito linguaggio retrogrado ed i soliti immaginari di retroguardia è complicato, oneroso, dispendioso e spesso inutile. Ma tuttavia in politica si sperimenta oppure si evapora nelle “nuvolette rosa” a parlare di massimi sistemi che però restano inconcludenti se non addirittura tossici come e tanto quanto “gli intruppamenti al ribasso”.
Quindi tre condizioni sono essenziali ( li chiamo semplicemente consigli) : Indipendenza può confluire dove e quando gli pare tentando tutte le operazioni “corsare” che ritiene legittime; ma mantenendo inalterato il suo laboratorio di emancipazione dall’Occidente, dalla Nato, dalla UE, dalle guerre eterodirette dal grande capitale, dai genocidi degli invasati israeliani, dal millenarismo escatologico dei MAGA magò trumpisti e da tutte le follie che incombono in questo assurdo tempo ; con un occhio rivolto al recupero di una dimensione radicale e verticale dell’impegno politico e della formazione militante; attento soprattutto alle giovani generazioni, quelle che il governo di Giorgia Meloni ha tradito e di cui la sconfitta referendaria è stata un primo chiaro segnale.
Il sovranismo del Generale Vannacci è “zoppo” e se deve essere spregiudicato e incisivo gli occorre l’altra “necessaria” gamba, quella di Marco Rizzo, il sovranismo di sinistra, che serve a correggere e ribaltare la narrazione al ribasso di Futuro Nazionale, soprattutto sui temi di politica internazionale dove non si capisce che “l’interesse nazionale” oggi passa attraverso un cambio di paradigma e di partnership a livello internazionale. La terza condizione e di abbandonare questa dimensione “piccolo nazionale” di almirantiana e missina memoria perché l’Europa Imperiale e una dimensione di Destino e non una barzelletta come sostiene il generalissimo; ed in questo ha perfettamente ragione Fabio Filomeni che oggi ha ripreso e sponsorizza invece quello che è stato il sogno di “Renovatio Imperi “ di J. Jean Thiriart : da Brest a Vladivostok.
Un‘ ultima necessaria annotazione per le falangi sopravvissute della “destra radicale” : gli esperimenti impossibili servono anche alla costruzioni delle classi dirigenti sul territorio non per l’oggi ma per il domani. Quindi, al posto di fare le seconde o terze linee “occulte” di supporto a Fratelli d’Italia, per prebende e briciole, varrebbe la pena per una volta di fare blocco “con un solido che entra nel liquido” della palude neo-populista e con gruppi e strutture già pre-organizzate che occupino gli spazi, “senza farsi troppo notare” e mettendo, in modo intelligente, uomini e risorse in “pole position” prima che arrivino le orde di sconosciuti in cerca di successo e facile arricchimento grazie alla politichetta neo-democristiana.
Non abbiamo all’orizzonte nessun Giulio Cesare e Napoleone, né un Peron un Nasser un Chavez, ma dobbiamo saper evocare le necessarie forze che dentro la Storia sempre si possono in ogni momento manifestare in modo terribile e meraviglioso …
Buona Ostara a tutti gli Uomini ancora “svegli” …
Chi è Mancinelli
Così crive Giovanni Sessa sul Barbadillo, nel 2024

Generazione ‘78. Il viaggio di Mancinelli in un Fronte politico come “comunità di destino”

Una rilettura di una stagione e di una ricerca culturale fuori degli schemi precostituiti che prosegue anche su questo magazine

Abbiamo avuto il piacere di leggere il recente volume di Francesco Mancinelli, Generazione ’78. Viaggio storico, critico, introspettivo attraverso una comunità di destino, edito da Settimo Sigillo (per ordini: 06/39722155, ordini@libreriaeuropa.it, pp. 432, euro 45,00). Il volume è preceduto dalla prefazione contestualizzante di Ugo Maria Tassinari e, poiché l’autore è anche uno dei nomi più noti tra i cantautori dell’area non-conforme, da un Cd che raccoglie alcune delle canzoni più significative della sua produzione musicale. Il libro è, di fatto, una ricostruzione “dall’interno”, critica e documentata, degli umori, delle idealità, delle delusioni e dei drammi umani, patiti dalla   comunità giovanile che, negli anni Settanta, scelse di militare politicamente dalla “parte sbagliata”. Mancinelli, infatti, dopo l‘adesione al Fronte della Gioventù viterbese ha attraversato molte delle esperienze del movimentismo della “destra radicale” romana e ha animato, con i suoi scritti, numerosi laboratori metapolitici di quest’area da Centro Studi Tradizionali a Perimetro.

Influenzato, in modalità diversa, dal tradizionalismo evoliano, dalle idee della Nouvelle droite di Locchi e de Benoist, nonché dalle posizioni rivoluzionario-conservatrici, aderì a “Meridiano Zero”, organizzazione politica che ebbe vita breve, un solo anno. Dal testo si evince che la “via” di Francesco e della Generazione ’78 fu essenzialmente metapolitica. Quella di Mancinelli è stata una generazione che visse un breve sogno rivoluzionario, segnata da due eventi di portata storica che la condizionarono profondamente: gli omicidi Acca Larenzia, la cui memoria storica il  “politicamente corretto”tenta oggi di obliare, e la strage di Bologna.

Per questo, l’autore ricostruisce, non solo sulla base dei suoi ricordi personali e diretti, ma alla luce della documentazione storica disponibile, giornalistica e giudiziaria, le drammatiche vicende dei “cuori neri” che, durante gli “anni di piombo”, pagarono le loro scelte, con il sacrificio della vita, da Venturini a Mantakas, dai fratelli Mattei a Giaquinto e tanti altri, purtroppo. La generazione che in quel frangente storico militò nel “cattiverio” non aveva più, quale riferimento prioritario, il fascismo storico, aveva maturato contezza che nulla ci si poteva aspettare dalla compromissione con i Servizi, come era accaduto a chi lì aveva preceduti nella stessa area. Tutto ciò non aveva prodotto frutti di rilievo, si era trattato, lo ricorda Tassinari, di tentativi velleitari (per certi versi di “sopravvalutazione” di se stessi e delle proprie capacità politiche).

La nuova generazione militante subì, alla luce di tali acquisizioni, una mutazione antropologica che   la portò, attraverso il recupero della battaglia ecologica, del regionalismo, della valorizzazione della cultura, del cambio dello stesso modo di atteggiarsi, lontano da qualsivoglia sterile nostalgismo, nella tolkieniana Terra di Mezzo. I “campi Hobbit” furono la testimonianza di questo cambiamento radicale centrato, tra le altre cose, sul recupero delle manifestazioni musicali della Tradizione con occhio attento al cantautorato di Guccini e De Andrè (in particolare proprio da parte di Francesco).

Questi ragazzi, a muovere dal ’77, con la nuova ondata contestativa universitaria, monopolizzata a Roma e Bologna da Autonomia Operaia, dovettero confrontarsi e scontrarsi nelle piazze con i “compagni”. Molti di loro affrontarono il sacrificio supremo, altri pagarono con la carcerazione. La loro scelta politica, in fondo, rileva l’autore, è stata un “alibi” di cui si rivestiva qualcosa di più vero e profondo: la ricerca di un  percorso individuale e comunitario che li avrebbe portati a condividere un “Destino” comune. Una via che avrebbe voluto essere davvero “oltre la destra e la sinistra”, tesa a valorizzare, nel mentre si affermavano i primi segnali della governance, l’autodeterminazione dei popoli e delle loro specificità tradizionali. Una via, se si vuole, che aveva al centro il “ritorno degli dèi” e la risacralizzazione della natura e della vita.

Via attraversata da una “tentazione sinistra” che mirava a rapporti umani non centrati sulla mera dimensione utilitarista, superante il disagio indotto dalla “società liquida” dei “consumatori consumati”, per dirla con l’antropologo Apparudai, attenta alla giustizia sociale. Una via con il: «cuore a sinistra, ma con il cervello a mille che evocava una destra vendicativa degli Dèi» (p. V). Una proposta che guardava la Risorgimento incompiuto e al fascismo tradito da destra, al socialismo nazionale, lontana dalla “politica politicante” e dai suoi compromessi. La ricostruzione di Mancinelli è empatica, passionale addirittura, di questo mondo, mirata, certo, a rendere onore a chi pagò a caro prezzo le proprie scelte, ma anche a fare, finalmente, chiarezza storica su quegli anni. Analisi critica e introspettiva in uno. Tra le esperienze delle quali Mancinelli fu protagonista, viene ricordata la “Nuova oggettività. Partecipazione, popolo, destino”, fortemente voluta da Sandro Giovannini. Ne parlo non semplicemente, sia chiaro, perché chi scrive fu coinvolto in essa in prima persona. Lo faccio perché ritengo che nelle pubblicazioni a cui, in tale contesto, demmo vita, così come nei numerosi convegni che organizzammo in giro per l’Italia, tentammo di dare una risposta alla ricerca della comunità di Destino al centro del volume che brevemente abbiamo presentato.

Dalla “Nuova oggettività” è forse possibile ripartire. Il nuovo viaggio deve avere quale punto d’avvio la cultura. La Generazione ’78 che tanto ha dato e tanto ha pagato, forse (uso il dubitativo), non osò andare fino in fondo sotto il profilo culturale. Per attraversare davvero il nulla bisogna portarsi nella “terra di nessuno”: leggere gli autori canonici dell’area in modalità non consueta, oltre le ripetitive esegesi scolastiche, aprendoli al confronto con altri pensatori il cui “da dove” è diverso da quello tradizionale in senso stretto, ma con il loro “per dove” è necessario colloquiare. Solo così sarà possibile superare i limiti delle “destre” di governo, conservatrici e liberali, e la stessa  proposta impolitica della “destra radicale”. Chi scrive è, da tempo, in cammino lungo questa via. In essa il libro di Mancinelli è viatico indispensabile.

Da leggere

GENERAZIONE ’78 – A destra, senza mai essere “di destra”

 

FRANCESCO MANCINELLI – Il ricordo di Mario Zicchieri

TESTIMONIANZE – Mancinelli a Catania, un viaggio che racconto di un Viaggio

COMUNITA’ DI DESTINO – Riflessioni ad alta voce

CASO ALEMANNO – L’Unità: “abbandonato nelle mani dei persecutori” e l’appello contro l’ignavia di Francesco Mancinelli

 

4 Aprile 2026

Autore:

redazione


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