ANTONIO MORELLO – Il saluto a Yayoi Kusama: quando il segno grafico diventa poesia
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ANTONIO MORELLO – Il saluto a Yayoi Kusama: quando il segno grafico diventa poesia

Nell’ultima illustrazione del designer siciliano, i pois, il colore e un fascio di palloncini raccontano l’addio a Yayoi Kusama. Non un ritratto, ma una sintesi visiva che conferma la cifra stilistica di Morello: togliere, ridurre, lasciare che siano pochi segni a raccontare una storia intera.

Yayoi Kusama è morta il 14 agosto 2026 a Tokyo

Ci sono immagini che spiegano e immagini che suggeriscono. Antonio Morello appartiene decisamente alla seconda scuola. Anche nel suo omaggio a Yayoi Kusama, la grande artista giapponese scomparsa a 97 anni, il designer sceglie di non rappresentare un volto, di non costruire una scena celebrativa, di non affidarsi alle parole. Gli bastano pochi elementi, immediatamente riconoscibili, per trasformare una notizia di morte in una piccola poesia grafica.

Yayoi Kusama è morta il 14 agosto 2026 a Tokyo; la notizia della scomparsa è stata resa pubblica dalla fondazione che porta il suo nome il 27 agosto.

Aveva 97 anni e aveva continuato a dipingere fino agli ultimi giorni. La sua ricerca non si era limitata alle arti visive: performance, narrativa e poesia hanno fatto parte di una produzione sterminata, costruita attorno a una personale idea dell’infinito, della ripetizione, dell’annullamento dell’io e, negli ultimi decenni, dell’amore come possibile forza universale.

Ed è proprio dall’universo visivo di Kusama che Morello prende ciò che gli serve.

Nell’illustrazione la figura dell’artista viene ridotta quasi a un ideogramma: il nero, i grandi pois bianchi, il rosso e, soprattutto, quel fascio di palloncini che sale verso l’alto riempiendo la parte superiore della composizione di rosso, giallo, verde e blu. Tutto galleggia dentro un grande spazio bianco. È una grafica apparentemente elementare, ma la sua semplicità è soltanto il risultato finale di un processo di sottrazione.

I palloncini non appartengono letteralmente all’iconografia di Kusama quanto i pois, le zucche, le reti o le stanze specchianti. Ed è qui che interviene Morello. Non copia il repertorio dell’artista giapponese: lo usa come materiale narrativo. Le corde trattenute dalla figura diventano il collegamento tra ciò che resta a terra e ciò che sta per prendere il volo. È un’immagine di separazione, ma senza il nero del lutto come colore dominante dell’emozione. Al contrario, il colore invade la parte alta del foglio e sembra portare altrove quella energia creativa.

C’è persino qualcosa di infantile nel palloncino, e non in senso diminutivo. È l’oggetto della meraviglia, della festa, della leggerezza. Ma è anche ciò che, quando viene lasciato, si allontana fino a diventare un punto. Per un’artista che del punto ha fatto una delle forme più riconoscibili dell’arte contemporanea, la metafora diventa ancora più efficace. È questa, del resto, una delle cifre più riconoscibili del modo di disegnare di Antonio Morello: arrivare all’essenza attraverso la sottrazione.

Morello non sembra interessato alla descrizione realistica del personaggio e lo fa anche quando tratta di cronaca, di guerre, di icone del social – . Cerca invece un dettaglio capace di sostituire il ritratto. Un attributo, un colore, una postura, un oggetto. È il procedimento tipico della grande grafica: individuare un codice conosciuto e spostarlo di significato. Qui bastano i pois perché Kusama sia Kusama. Non servono occhi, lineamenti, didascalie.

E poi c’è il bianco.

Nelle composizioni di Morello lo spazio vuoto non è uno spazio non utilizzato. Ha un peso, un ritmo, quasi un suono. Nell’omaggio a Kusama il bianco amplifica la distanza tra la figura, collocata in basso, e i palloncini che occupano la parte superiore. Fa respirare il disegno e, contemporaneamente, accentua la sensazione del distacco. La morte non viene rappresentata: è quel vuoto a farla percepire.

Anche la scelta dei colori è netta. Nessuna sfumatura, nessun effetto pittorico. Rosso, giallo, verde, blu e nero sono campiture pure, quasi elementi di un alfabeto primario, non solo dei colori e della stampa. Morello costruisce così un’immagine che potrebbe essere letta in pochi secondi ma che, proprio perché non dice tutto, invita a restarci davanti qualche istante in più.

Yayoi Kusama aveva trasformato la ripetizione in linguaggio. I suoi punti invadevano tele, corpi, oggetti, ambienti, fino a cancellare idealmente la distinzione tra individuo e spazio. Le sue celebri Infinity Mirror Rooms moltiplicavano immagini e luci fino a dare allo spettatore l’impressione di trovarsi dentro qualcosa che non aveva più né un principio né una fine. Fu protagonista dell’avanguardia newyorkese già tra gli anni Cinquanta e Sessanta e attraversò pittura, scultura, happening, installazione, cinema e letteratura, diventando molto più tardi anche un’icona pop globale. Ma definirla soltanto la “regina dei pois” rischia di essere riduttivo. Kusama fu anche scrittrice e poetessa, e dietro l’apparente allegria cromatica della sua opera ci fu una riflessione continua sull’esistenza, sull’ossessione, sulla solitudine, sulla paura della morte e sull’infinito. I pois, nelle sue mani, non furono decorazione: divennero una maniera per dissolvere i confini del corpo e dell’io. Forse proprio per questo l’immagine di Morello funziona.

Perché non tenta di raccontare novantasette anni di vita. Non mette insieme citazioni, opere celebri e simboli fino a trasformare il ricordo in una biografia illustrata. Compie l’operazione opposta: toglie quasi tutto. Rimangono una figura a pois, una mano, alcuni fili e dei palloncini colorati che cercano il cielo. Ed è sufficiente. Perché il buon design, quando incontra la poesia, qualche volta riesce a fare esattamente questo: dire addio senza scrivere neppure una parola.

 

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28 Agosto 2026

Autore:

redazione


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