La contemplazione attraverso la poesia e l’intuizione del futuro
Tra i grandi nomi della letteratura italiana, pochi suscitano sentimenti contrastanti quanto Filippo Tommaso Marinetti, nato ad Alessandria d’Egitto nel 1876 e morto a Bellagio il 2 dicembre nel 1944. Inventore del Futurismo, animatore culturale instancabile, ma anche personaggio controverso, provocatorio, spesso scomodo: difficile provare simpatia per l’uomo, impossibile ignorare la portata dell’artista. Ed è proprio questa distanza emotiva, questo “non essere sedotti dalla persona”, che permette di osservare la sua opera con una limpidezza quasi rara: Marinetti come oggetto di ascolto, più che di giudizio.
Un visionario oltre il suo tempo
Nel 1909, con il Manifesto pubblicato su Le Figaro, Marinetti cambia la storia dell’arte.
Proclama il trionfo della Velocità, non come semplice esaltazione della macchina, ma come simbolo di un mondo che si accelera in ogni sua relazione. Ed è qui che si rivela la sua intuizione più stupefacente: Marinetti non descrive solo automobili e aeroplani. Intuisce — con impressionante precisione — come la velocità influenzerà i rapporti umani, gli scambi sentimentali, il matrimonio, l’organizzazione della società.
Il futurista anticipa: l’esplosione delle comunicazioni istantanee, l’uso dei simboli al posto della punteggiatura, la diffusione delle immagini al posto delle descrizioni, l’avvento di libri leggerissimi (“di nichel”) con migliaia di pagine:
un ritratto dell’hard disk e, indirettamente, del computer, telefoni senza fili che controllano ogni cosa: i moderni smartphone, informazioni scambiate in tempo reale:
Internet, l’esaltazione delle celebrità, degli atleti, delle star: la società dello spettacolo.
È difficile trovare, nella cultura del Novecento, un artista capace di prevedere con tale esattezza il mondo in cui viviamo.
La sua intuizione più rivoluzionaria — spesso ignorata — è un’altra: Marinetti è il primo artista che fa delle relazioni umane un vero “oggetto d’arte”.
Non ritrae persone, ma rapporti. Non celebra la forma, ma il concetto. È un artista concettuale ante litteram, decenni prima dell’esplosione dell’arte concettuale degli anni ’60 e ’70. Per lui la bellezza non risiede nei corpi, ma nelle trasformazioni. Una macchina è più bella della Nike di Samotracia non per la forma, ma per l’intelligenza umana che l’ha generata. È il fascino della creazione come atto spirituale, un ponte ideale con il pensiero di filosofi come Berdjaev, per il quale l’uomo, creando, partecipa dell’opera divina.
Marinetti esalta la guerra — ed è innegabile. Ma l’errore maggiore sarebbe valutarlo con gli occhi di oggi, dimenticando che all’epoca guerra, eroismo, duello erano temi quotidiani nelle piazze, nei comizi, nei libri di scuola.
La sua vera fissazione non era lo scontro armato, bensì la lotta come condizione inevitabile del progresso. Come gli Impressionisti osteggiati dalle Accademie, come gli scienziati studiati da Thomas Kuhn, come ogni innovatore, il creatore deve combattere contro la resistenza al cambiamento.
E per Marinetti, lottare — in ogni forma — significa vivere con pienezza l’impulso creativo dell’uomo.
Marinetti era un personaggio difficile: misogino, interventista, fascista convinto. Ma fu anche capace di mutare: dopo la Prima Guerra Mondiale attenua il militarismo e inserisce nel programma del suo movimento la parità dei sessi e il diritto di voto alle donne. Più di molti suoi contemporanei.
La sua biografia resta spinosa, ma la sua opera continua a spalancare orizzonti.
Nei suoi versi, come in Maralunga o nel poemetto Spagna veloce e toro futurista, la scrittura è rapida, essenziale, condotta per immagini esplosive.
Non descrive: scatta fotografie concettuali.
Non racconta: rende simultanei pensieri, colori, sensazioni.
Quando scrive:
“Bruscamente il Silenzio musicista
copre tutta la Spagna…”
ferma l’universo in un istante violetto, rarefatto, senza tempo. È un frammento di eternità che si apre come una fenditura nel ritmo della vita. E ci costringe a guardare oltre.
Marinetti ci invita a contemplare la bellezza non nella forma, ma nella trasformazione.
Ci spinge a percepire l’arte non come un oggetto, ma come un movimento dello spirito. Ci dimostra che la profezia non nasce dal giudizio, ma dalla capacità di osservare l’essenziale.
E per quanto possa risultare “antipatico”, resta uno dei più grandi profeti artistici del Novecento.
La profezia — ci insegna — è un dono. E Marinetti ne era colmo.
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