Il segno di Forattini non era raffinato, ma immediatamente riconoscibile: linee nervose, caricature taglienti, volti deformati eppure vivi. Sotto la superficie di un tratto apparentemente “semplice” c’era un’intelligenza feroce, capace di sintetizzare un intero dibattito politico in un solo disegno. Nessuno come lui seppe incarnare il sarcasmo piccolo borghese, ironico e impietoso, che smascherava le ipocrisie tanto della destra quanto della sinistra.
La sua morte arriva simbolicamente in un momento particolare: mentre la satira sta cambiando pelle. Al posto delle vignette d’inchiostro, ci sono meme, video virali, immagini generate dall’intelligenza artificiale. La satira è diventata più rapida, più istantanea — ma anche più fragile, spesso priva della profondità e del rischio che Forattini incarnava.
“Finalmente si è asciugato il bianchetto”, scrivevano ironicamente oggi i suoi fan ricordando la storica vignetta del 1999.
Forattini non è stato un eroe, ma un artigiano dell’ironia. Non amava le regole, ma amava il suo mestiere: guardare il potere dritto in faccia e riderci sopra.
Nel suo tratto, volutamente sgraziato, c’è la lezione di un’epoca in cui la satira non cercava consenso, ma coscienza.
Oggi, nell’era della “satira AIplay”, resta il suo segno — quello vero, umano, imperfetto, irripetibile.
Grazie Maestro per quei sorrisi che ci hai regalato,
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