Nella città dello Stretto si susseguono le iniziative pro-Palestina.
Un corteo di oltre duemila persone ha percorso le vie cittadine da Piazza Antonello a Piazza Unione Europea. La manifestazione, organizzata dal Coordinamento Messina con la Palestina, è stata vissuta nel segno della protesta e della solidarietà, con vari appelli al boicottaggio verso Israele. Sotto lo slogan “Stop al genocidio”, sono stati esternati i temi drammatici con i crimini e le complicità politiche che stanno segnando questo tempo. La sera precedente, in Piazza Unione Europea, si era tenuta un’iniziativa della CGIL, con la presenza del segretario nazionale Maurizio Landini. Lunedì 22 mattina, previsto un presidio in Piazza Cairoli. Mercoledì 24, collegamento con la Sumud Flotilla dalla libreria Colapesce. Venerdì 26 mattina, davanti al Rettorato, sit-in di protesta e consegna della lettera al Senato Accademico, che pubblichiamo integralmente, in cui si chiede lo stop all’accordo con la Hebrew University.
“L’unica appartenenza che oggi ci sentiamo di condividere è quella con il popolo palestinese”, avevano scritto gli organizzatori. E così è stato. A dominare e colorare il fiume di persone che ha attraversato Messina erano solo le bandiere della Palestina. Insieme, impegno e sentimento: “Free, Free Palestine”. Di particolare effetto è stata la presenza di intere famiglie con bambine e bambini, alcuni dei quali hanno sorretto la grande bandiera orizzontale in testa alla manifestazione. I bambini di Gaza, nel momento più sofferente e sanguinoso della nostra storia contemporanea, sono i figli del mondo che riflette, che si indigna e scende in piazza a protestare. Altrettanto non si può dire per la comunità internazionale rappresentata da vari Stati e governi silenziosi, accondiscendenti, e dunque complici di tanta disumanità, se non addirittura coinvolti direttamente nell’invio di armi.
Intanto, mentre Gaza brucia sotto l’assedio israeliano e si assiste ad una terribile deportazione forzata dei suoi abitanti, un’enorme onda di coraggio, determinazione e solidarietà sta attraversando il mediterraneo. La Global Sumud Flotilla ha finalmente serrato i ranghi: le 18 imbarcazioni con gli equipaggi partiti da Siracusa sono stati raggiunti dalle 21 provenienti Tunisi e insieme stanno solcando il mare in direzione Gaza. A queste si uniranno le altre 6 dalla Grecia. In questo momento, la speranza di portare aiuti e messaggi di pace in Palestina, con tutti i terribili rischi che ne derivano, a rischio della vita, corre sulle spalle di 600 attivisti in mare. E ciò avviene senza una protezione compiuta da parte dei governi. Ma a fronte di ciò, decine di milioni di persone in tutto il mondo, giorno per giorno, stanno alzando la voce in tutti gli ambiti possibili per far fermare il genocidio in atto. “Mobilitazione permanente al fine di costringere gli Stati a fermare il genocidio e ripristinare la legalità internazionale”. Tanto necessita per gli organizzatori della manifestazione di Messina, sabato pomeriggio, dove il corteo è partito da Corso Cavour per proseguire per Via T. Cannizzaro, Via Garibaldi e concludersi in Piazza Unione Europea. La manifestazione, animata da oltre un paio di migliaia di persone, è stata caratterizzata da slogan e interventi che hanno rappresentato tutta la rabbia e l’indignazione contro il governo israeliano e chi gli è complice. Non sono mancati elementi di creatività, come il “Golem impazzito”, gigante – mostro realizzato con leggerezza e ironia da studenti e studentesse, anticipato da uno striscione, a rievocare un mito della tradizione ebraica, orrendo e deforme, con tanto di clava in mano, come l’incedere del male. Tuttavia, la maschera, nonostante la sua innata bruttezza, nel corteo ha attirato l’attenzione dei bambini.
Un momento particolarmente intenso e partecipato si è vissuto dinanzi all’Università, dove è stata chiesta a gran voce la rottura dell’accordo tra l’Ateneo messinese e la Hebrew University of Jerusalem. Il caso era stato già denunciato da Antonio Mazzeo nel 2021 e rilanciato dallo stesso nel corso dell’ultima missione della Freedom Flotilla a bordo della Handala. Striscioni inneggianti la protesta sono stati affissi nella ringhiera del Rettorato, dinanzi al quale venerdì 26, in occasione della riunione del Senato Accademico, verrà consegnata una lettera firmata dal coordinamento Messina con la Palestina, letta durante il corteo da Giuseppe Micari. Nell’ambito del corteo, in tal senso, è stata realizzata anche una raccolta firme.
Intanto, lunedì 22, in occasione dello sciopero generale, in piazza Cairoli è previsto un sit-in per la Palestina. Mercoledì 24, presso la libreria Colapesce, è prevista invece una diretta video con una barca della Sumud Flotilla.
Prima degli interventi finali, a Piazza Unione Europea, è stata fatta ascoltare la voce struggente di Hind Rajab, la bambina che nel gennaio 2024, mentre si trovava in auto, in fuga dall’inferno di Gaza, assistette allo sterminio della sua famiglia, e nel corso delle telefonate intercorse con la Mezza Luna Rossa, chiedendo aiuto, venne trucidata da 370 colpi di mitragliatrice partiti da un carrarmato israeliano. Di questa storia ne hanno fatto due film, di cui uno premiato alla Mostra del Cinema di Venezia.
Tra gli interventi finali, quello della portavoce del coordinamento Messina per la Palestina, René Abu Rub: “La Palestina non rimarrà mai sola. La resistenza continuerà. Gridiamo con forza stop al genocidio, alla pulizia etnica, alla complicità con Israele”. Uno sguardo su quel mondo: “Non si può parlare della tragedia palestinese senza ricordare l’incapacità e in certi casi il tradimento dei governi arabi che hanno abbandonato il popolo palestinese, lasciandolo sotto occupazione. È mancata la volontà politica di offrire un aiuto concreto. In un territorio già piccolo e sovraffollato, centinaia di migliaia di persone sono state costrette a vivere in condizioni disumane, private della libertà di movimento e della dignità”. René chiama le cose con loro nome. “In Palestina non c’è una guerra tra due parti, c’è un massacro, la cancellazione sistematica di un popolo. Gaza è ridotta in macerie. La Cisgiordania vive sotto occupazione militare. Intere generazioni vengono private del loro futuro”. La denuncia.
“Il governo italiano non solo tace, ma sceglie di schierarsi con l’oppressore. Accordi militari, operazioni economiche, relazioni sempre più strette con Israele, ci raccontano che sono per la sicurezza e per la stabilità del mediterraneo. La verità, invece, è che l’Italia è complice nel fornire armi e coprire i crimini, nel mettere i profitti davanti alle vite umane”. La reazione: “Noi non ci stiamo. No in nostro nome. Non accetteremo mai che l’Italia continui a sostenere uno Stato che bombarda i bambini, affama intere città e pratica apartheid e pulizia etnica. Se il governo sceglie di stare con gli assassini, noi scegliamo di stare con le vittime. Se sceglie di stare con gli occupanti, noi stiamo con gli oppressi, con la resistenza. La Palestina resiste e continuerà a resistere. La nostra solidarietà deve essere ferma, instancabile e concreta. Chiediamo lo stop alla vendita di armi ad Israele e la rottura degli accordi miliari ed economici. Ma se non sarà così, la scelta giusta la faranno le piazze con le nostre voci”. Un esempio da prendere. “Sarà la pressione popolare a costringerli, come avvenuto con l’apartheid in Sudafrica”. La soluzione in tre parole. “Boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni. Non ci fermeremo finché la Palestina non sarà libera”.
E a proposito di resistenza, stavolta nell’ambito messinese, c’è stato chi ha denunciato e chiesto solidarietà per i tre giovani arrestati per i fatti accaduti al carnevale No ponte del 1° marzo. Attraverso uno striscione e due interventi è stata chiesta la libertà per Andre, Bak e Guì.
La lettera aperta per il Senato Accademico e la Rettrice dell’Università di Messina:
Non sono bastate la lettera firmata da 264 docenti e le rimostranze studentesche che ci hanno preceduto. È necessario che sia chiaro: la Palestina non può essere una nota a piè di pagina di una seduta di Senato accademico. La Palestina deve essere la prima questione all’ordine del giorno del Senato dell’Università di Messina e di tutte le università che ancora oggi intrattengono rapporti con Israele.
L’Università di Messina ha stretto nel 2021 un accordo quadro con la Hebrew University of Jerusalem che prevede interscambi di docenti e materiale di ricerca. Non ci basta soltanto che questo non venga rinnovato: chiediamo che la Rettrice Spatari lo revochi in via definitiva, senza possibilità di proroghe o dilazioni.
La Hebrew University è parte integrante dell’apparato coloniale e militare israeliano: costruita su terre palestinesi confiscate illegalmente, ha storicamente beneficiato dell’espulsione forzata delle famiglie arabe da Gerusalemme Est. Collabora stabilmente con l’IDF e con industrie belliche nello sviluppo di tecnologie usate nella repressione nei Territori Occupati. È nota poi la sospensione della docente Nadera Shalhoub-Kevorkian per le sue posizioni critiche verso l’occupazione e il genocidio. In questo quadro, è impossibile considerare la collaborazione con tale ateneo come un semplice scambio culturale: è una scelta politica
Non è un caso che molte università italiane e internazionali abbiano già preso posizione. Il Senato accademico dell’Università di Pisa ha interrotto un accordo analogo; Palermo ha sospeso gli accordi Erasmus con Israele; l’Università di Bari ha dato le dimissioni dalla fondazione Med-Or. In altri casi, come a Torino, i rettori hanno dichiarato la non partecipazione a bandi di ricerca legati al complesso militare israeliano. Eppure, a Messina, ci si limita a esprimere “profondo sgomento” senza assumere alcuna decisione conseguente e senza mai nominare la parola genocidio. Ci chiediamo come si possano “fare ponti” con chi ogni giorno distrugge le possibilità della coesistenza.
La responsabilità delle università non si esaurisce nella didattica: esse hanno il dovere di rifiutare ogni complicità con macchine coloniali di morte, con strutture che sostengono guerre, genocidio, apartheid. Continuare a mantenere rapporti con la Hebrew University significa trasmettere un messaggio devastante a studenti, ricercatori e società civile: che l’accademia può chiudere gli occhi di fronte ai crimini più gravi normalizzandoli con il linguaggio del “dialogo” e della “cooperazione scientifica”.
Se il Senato accademico non intende sospendere gli accordi per un elementare principio di umanità, dovrebbe farlo almeno per un’istanza di egoismo, di cui è maestro. Mantenere oggi collaborazioni con istituzioni pienamente integrate nell’apparato coloniale e militare israeliano non è soltanto una scelta eticamente scellerata, ma un atto illegale che espone a conseguenze precise. Il recente rapporto della Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese ha ribadito con chiarezza che le università israeliane sono parte integrante del sistema di oppressione, in quanto produttrici di saperi, tecnologie e narrazioni funzionali all’occupazione e al genocidio. Albanese ricorda che la responsabilità penale internazionale non ricade soltanto sugli Stati, ma anche su imprese, istituzioni e dirigenti che traggono profitto o forniscono sostegno a crimini internazionali.
A rafforzare ulteriormente questo quadro vi è la dichiarazione della Commissione d’inchiesta ONU: «La comunità internazionale non può rimanere in silenzio sulla campagna genocida lanciata da Israele contro il popolo palestinese a Gaza. Quando emergono chiari segni e prove di genocidio, l’assenza di azioni per fermarlo equivale a complicità». La Commissione raccomanda esplicitamente a tutti gli Stati membri e alle istituzioni pubbliche di astenersi da qualsiasi attività che possa contribuire, anche indirettamente, al genocidio. Non si tratta quindi di un gesto simbolico: si tratta di ottemperare al diritto internazionale.
I precedenti parlano chiaro: già in passato i rapporti delle Commissioni ONU hanno fornito la base per l’apertura di indagini da parte della Corte Penale Internazionale e per l’emissione di mandati di arresto. L’attuale rapporto potrebbe avere un destino analogo, fornendo prove sufficienti a innescare procedimenti giudiziari contro chi, pur consapevole, sceglie di mantenere legami con il regime genocidario e di apartheid.
L’Università di Messina è invischiata in rapporti che, oltre a macchiare irreversibilmente la sua credibilità, rischiano di trasformarsi in responsabilità dirette davanti alla giustizia internazionale.
Per questa comunità studentesca, come docenti e come soggettività politiche che non intendono voltarsi dall’altra parte, chiediamo con fermezza:
- Che la sospensione immediata degli accordi con la Hebrew University venga discussa e deliberata nel prossimo Senato Accademico, convocato al più presto;
- Che l’Università di Messina istituisca borse di studio dedicate a studenti e studentesse palestinesi, come segno concreto di solidarietà e contributo reale alla libertà.
- Che le borse di studio non solo vengano istituite e assegnate nei territori palestinesi, ma che sia garantita ai beneficiari la possibilità effettiva di partire in condizioni di totale sicurezza. Ciò implica l’attivazione, da parte dell’Università di Messina, in cooperazione con le autorità competenti, di corridoi universitari dedicati, che assicurino il trasferimento degli studenti senza ostacoli di nessun tipo. Non possiamo accettare che il diritto allo studio venga reso vano da impedimenti esterni: sicurezza e stabilità non devono più essere barriere che negano di fatto le opportunità dalle borse di studio.
Non si tratta di chiudere spazi di confronto, ma di non essere complici. Non si tratta di censurare, ma di impedire che timbri istituzionali vengano apposti sulle macerie e i cadaveri di un massacro. La storia non assolverà chi, di fronte all’evidenza, ha preferito rifugiarsi nella più bieca retorica. L’Università di Messina si trova dinnanzi a un aut-aut: o scegliere l’indifferenza e quindi la complicità, o divenire luogo di circolazione di saperi liberi, decolonizzati, schierati con gli ultimi, con i dannati della terra, con i corpi che ancora resistono al genocidio in corso, con il desiderio-di-vivere dei palestinesi.
Noi, intanto, abbiamo già scelto. Per la fine del genocidio e dell’occupazione. Per la libertà della Palestina. Per la decolonizzazione del sapere; che questo abbia finalmente la forza (la potenza) di denunciare e aggredire ogni bassezza, di non confondere i fini della cultura con gli interessi dell’autorità, di essere, una volta per tutte, affermativo.
Coordinamento Messina con la Palestina
Corrado Speziale































