IL SEGNALE DI UNA CITTÀ CHE VIVE DI EMERGENZE. UN’ANALISI DOVE ROMA DIVENTA OGNI CITTA’ D’ITALIA.
L’analisi di Giuseppe Pettina, consulente nel settore delle costruzioni per aziende private e pubbliche
Roma si sveglia ancora una volta sotto le macerie e con un operaio morto in più che allunga il lungo elenco di quelli morti sul lavoro di quest’anno.. La cronaca ci parla che nel cuore del centro storico, tra i Fori e via Cavour, crolla parte della Torre dei Conti — una delle più antiche e iconiche strutture medievali della capitale. Un operaio di 65 anni resta intrappolato sotto le rovine durante un intervento di “messa in sicurezza” e muore dopo l’estrazione.
Una tragedia che racconta più di un singolo incidente: è il simbolo di una città e di un Paese che intervengono sempre dopo, quando la sicurezza è già venuta giù.
“Non possiamo più considerare la sicurezza come un costo accessorio. È parte integrante della qualità di un’opera e del rispetto per la vita umana.”
Giuseppe Pettina, già advisor della Cassiopea Group e oggi consulente nel settore delle costruzioni e degli appalti dice, da un osservatorio privilegiato, la sua
L’intervento alla Torre dei Conti era, sulla carta, un’opera di consolidamento.
Ma il termine “messa in sicurezza” ormai è diventato, come nota Pettina, «una coperta semantica che nasconde l’assenza di programmazione». Si interviene quando il rischio è già manifesto, quando bastano una vibrazione o una fessura per far precipitare l’intero equilibrio strutturale.
«Roma vive di interventi tampone — spiega Pettina — Si agisce sempre in emergenza, mai per prevenire. Il problema non è la perizia tecnica, che in Italia è di alto livello, ma la filiera delle decisioni: appalti al massimo ribasso, tempi imposti dal calendario politico, e una catena di subappalti che moltiplica la complessità senza aumentare il controllo.»
Nel caso della Torre dei Conti, la fragilità del contesto è estrema: un edificio vincolato, un’area archeologica, flussi turistici costanti. Lavorare in un cantiere così significa operare sospesi tra vincolo e rischio, dove ogni errore può essere fatale.
Pettina sottolinea come «nei cantieri urbani di restauro il livello di rischio sia spesso sottovalutato, perché si lavora su strutture imprevedibili, con materiali degradati, stratificazioni di secoli e spazi operativi ridotti. La sicurezza deve essere gestita come parte del progetto, non come un allegato burocratico.»
La catena spezzata: responsabilità e sistema
Le indagini accerteranno le cause del crollo, ma le criticità strutturali del sistema sono note. Appalti al ribasso, subappalti a cascata, coordinamento carente tra progettisti, direttori dei lavori e imprese.
Pettina lo riassume così: «Ogni anello della catena edilizia — dal committente pubblico alla singola impresa — ha responsabilità nella gestione della sicurezza. Non basta nominare un coordinatore o compilare un piano di sicurezza. Serve cultura, formazione, e un controllo reale in cantiere, fase per fase.»
E aggiunge in una nota su NovaVox la nuova testata d’informazione e comunicazione:
La capitale, oggi, è una città che vive di impalcature.
Ponti, scuole, mura storiche, cavalcavia: ogni struttura sembra tenuta in piedi da tubi innocenti più che da un piano di manutenzione. Il ponte dell’Olimpica, il viadotto della Magliana, le Mura Aureliane: tutti hanno richiesto interventi urgenti negli ultimi anni.
«Le città storiche — osserva Pettina — richiedono un piano di manutenzione programmata, non una somma di emergenze. Ma la manutenzione non è visibile, non taglia nastri, non porta consenso. È la cenerentola dei bilanci pubblici, finché un crollo non riporta tutti alla realtà.»
Secondo i dati dell’INAIL, nei primi dieci mesi del 2025 più di 200 lavoratori sono morti nei cantieri italiani. Roma è tra le province con il più alto numero di incidenti. Ogni tragedia segue lo stesso copione: sgomento, indagini, promesse, oblio.
«In Italia — continua Pettina — si è radicata una visione distorta: la sicurezza è percepita come un obbligo formale, non come un valore operativo. La normativa è eccellente, ma resta sulla carta se non c’è controllo, formazione e responsabilità diffusa. Bisogna tornare a considerare la sicurezza come una parte del processo produttivo, non come una spesa da tagliare.»
Dal Superbonus al PNRR, i cantieri pubblici e privati si moltiplicano sotto la pressione di scadenze e incentivi.
«La fretta è diventata il primo fattore di rischio — spiega Pettina — Quando si comprime il tempo, si riduce la qualità della progettazione e si aumenta l’interferenza tra ditte. La sicurezza evapora, come una delle tante voci “non rendicontabili”.»
Pettina chiude con una riflessione che suona come un appello:
«Ogni volta che un lavoratore non torna a casa, fallisce un intero sistema. Non basta piangere le vittime, bisogna cambiare il paradigma. La sicurezza è un investimento, non un costo. È la differenza tra un Paese che costruisce futuro e uno che scava sotto le proprie rovine.»
Per lui il crollo della Torre dei Conti è più di un fatto di cronaca: è la metafora di una città che cede sotto il peso della sua incuria e del suo ritardo.
Roma — come gran parte del Paese — ha bisogno di una nuova cultura della manutenzione, della sicurezza e della responsabilità condivisa. Finché queste parole resteranno solo nei piani di emergenza, continueremo a chiamare “fatalità” ciò che è, in realtà, negligenza strutturale.
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