di Vicky Amendolia
Ci sono vicende nelle quali il diritto, pur restando diritto, inciampa nella coscienza comune. E ci sono atti formalmente legittimi che, proprio perché legittimi, risultano ancora più difficili da accettare: non li si può liquidare come abusi, né archiviare come errori procedurali. Bisogna guardarli in faccia.
È forse questo che rende tanto disturbante la grazia parziale concessa dal Presidente della Repubblica ad Alaa Faraj, condannato a trent’anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione, in relazione alla cosiddetta strage di Ferragosto del 2015, nella quale morirono quarantanove migranti.
Quarantanove. Non un numero da trafiletto.
Non una statistica da convegno sull’accoglienza. Quarantanove esseri umani soffocati, inghiottiti, cancellati in quella zona oscura dove la disperazione dei migranti incontra la ferocia dell’organizzazione criminale che li trasforma in merce, peso, carico, tariffa.
Il Capo dello Stato, sia chiaro, ha esercitato una prerogativa costituzionale. L’articolo 87 della Costituzione gli attribuisce il potere di concedere grazia e commutare pene. E la grazia, nel nostro ordinamento, non è un capriccio monarchico sopravvissuto per distrazione nella Repubblica: è uno strumento eccezionale, pensato per quei casi nei quali la pena, pur giuridicamente corretta, rischia di diventare sproporzionata rispetto alla complessità umana della vicenda.
Il punto, però, è proprio qui: quanto può essere elastica la parola “complessità” quando sullo sfondo vi sono quarantanove morti?
La motivazione richiamata insiste sulla giovane età del condannato all’epoca dei fatti, sui dieci anni già trascorsi in carcere, sul percorso di recupero, sul contesto drammatico in cui il reato maturò. Argomenti giuridicamente non irrilevanti, certo. Ma proprio perché non irrilevanti meritano una domanda più severa: quando la giustizia comincia a commuoversi per il condannato, chi resta a commuoversi per i morti?
In questo caso, almeno per ciò che emerge pubblicamente, non si scorge nel soggetto graziato quel comportamento esemplare, straordinario, moralmente così rilevante, prima, durante e dopo la condanna ricevuta, da giustificare un emendamento anche solo parziale della pena. E soprattutto non si può ignorare la qualità della condotta. Qui non siamo davanti a una fatalità del mare, né a un incidente nato dal caso. Siamo davanti a uno scafista. E la parola va detta per intero, senza addolcirla con la retorica del destino.
Uno scafista è l’ultimo anello — talvolta miserabile, sempre consapevole e sempre essenziale — di un commercio infame: quello che carica disperazione e scarica cadaveri. È il traffico di vite umane trasformate in merce, in tariffa, in peso da stipare. È l’esportazione criminale di esseri umani verso il rischio, il ricatto, la paura, la morte. E quando decine di persone vengono ammassate, chiuse, esposte a un pericolo estremo, non si può parlare soltanto di sventura. Le modalità stesse della tragedia rivelano una particolare durezza, una ferocia incompatibile con ogni facile indulgenza.
Non basta, allora, invocare la giovane età. La giovinezza può spiegare molte fragilità, ma non può diventare una franchigia morale quando in gioco vi sono decine di vite umane. A quell’età si può già comprendere il valore della vita, il peso del pericolo, l’orrore di consegnare uomini, donne e ragazzi a una traversata di morte stipati, ammassati uno addosso all’altro in una stiva di pochi metri quadrati e chiusi lì per non consentirne l’eventuale fuga.
Né può assumere rilievo, sul piano pubblico, il fatto che Faraj abbia sposato una donna italiana, peraltro figura nota nel mondo dell’attivismo umanitario. Il matrimonio appartiene alla sfera privata. Può riguardare l’uomo, non la valutazione dello Stato sulla pena. Non restituisce la vita ai morti, non attenua la responsabilità morale, non trasforma una condanna gravissima in una vicenda sentimentale a lieto fine.
Ed è proprio questo il punto più inquietante: la narrazione. Il giovane migrante, il carcere, il laboratorio, l’amore, la moglie italiana, la richiesta di grazia, il gesto del Colle. Tutto sembra scivolare verso una rappresentazione quasi romanzesca, in cui il condannato diventa protagonista e le vittime restano sullo sfondo, ridotte a numero, premessa, dettaglio tragico ma superabile e superato.
No. I morti non sono un dettaglio. Non sono comparse nella biografia redenta di chi è sopravvissuto alla propria colpa.
Naturalmente esiste un’altra lettura: quella di chi sostiene che Faraj non fosse un vero trafficante, ma uno dei tanti migranti incastrati nel ruolo di “capitano”, perché costretto o perché scelto come ultimo anello di una catena criminale che i veri organizzatori continuano a governare da lontano: è una tesi che gli ambienti garantisti e umanitari hanno sostenuto con forza, ma che la condanna ha evidentemente fugato e le sentenze definitive non si commentano. Sono un dato acclarato. E non va derisa con facilità, perché la storia giudiziaria degli scafisti di ultima fila è spesso più ambigua di quanto piaccia ammettere ai fautori delle soluzioni semplici.
Ma anche qui occorre misura. Se un processo ha condotto a una condanna definitiva per fatti di tale gravità, la clemenza non può essere comunicata, né percepita, come una tardiva assoluzione morale. La grazia non cancella la sentenza, non proclama l’innocenza, non riscrive il processo. Interviene sulla pena. E questa differenza, in uno Stato serio, dovrebbe essere custodita con rigore quasi sacrale.
Il problema non è soltanto Faraj. Il problema è il messaggio che passa in un Paese già stremato da una discussione sull’immigrazione ridotta a liturgia ideologica: da una parte i cattivi senza cuore, dall’altra i buoni senza dubbi. In mezzo, il mare. E nel mare, i morti.
Uno Stato può essere pietoso. Anzi, deve esserlo. Ma la pietà, per essere nobile, deve avere memoria.
Se dimentica le vittime e si concentra solo sul destino del reo, non è più pietà: diventa estetica della clemenza. Una clemenza che consola chi la concede, commuove chi la racconta, gratifica chi la applaude, ma lascia negli altri un senso amaro di sproporzione. Quale dovrebbe essere il messaggio positivo che in questo caso di Grazia dovrebbe arrivare ai cittadini?
La grazia, quando interviene su delitti minori, può apparire come un atto di umanità. Quando interviene su vicende in cui sono morte decine di persone, deve essere maneggiata come si maneggia una reliquia o un ordigno: con mani pulite, voce bassa e consapevolezza del dolore che si riapre.
Invece qui tutto sembra scivolare verso una trama perfetta. Troppo perfetta. Il giovane libico, il carcere, le lettere, il libro, il premio, l’attivista, le nozze, la grazia. Tanto perfetta da rischiare di diventare indecente, non perché manchi di umanità, ma perché pare distribuirla in modo selettivo.
E allora la domanda vera non è se Mattarella potesse concedere quella grazia. Poteva. La domanda è se fosse opportuno farlo in un caso simile, con una condanna simile, dentro un clima pubblico già devastato dalla confusione fra accoglienza, giustizia, traffico di esseri umani e propaganda morale.
Perché uno Stato che perdona deve prima dimostrare di ricordare.
Deve ricordare i colpevoli, certo. Ma soprattutto deve ricordare gli innocenti. Deve ricordare i vivi che chiedono una seconda possibilità, ma anche i morti che non ne hanno avuta nessuna.
E quando la clemenza appare più premurosa verso chi è stato condannato che verso chi è finito in fondo al mare, allora non siamo più davanti soltanto a un provvedimento giuridico. Siamo davanti a una ferita simbolica.
Una ferita che nessuna retorica dell’amore, nessun laboratorio carcerario, nessun libro premiato e nessuna assoluzione mediatica potrà rimarginare davvero. Perché ci sono morti che non chiedono vendetta. Chiedono solo di non essere dimenticati nel momento esatto in cui lo Stato decide di essere misericordioso.
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