Attualita

ITALO ZEUS – Ci racconta Gli Oscar 2026… Una battaglia dopo l’altra

 Una battaglia dopo l’altra

Nessuno mi aveva detto che dopo Sanremo il carrozzone, ovviamente in versione deluxe, con le regine, i suoi fanti, i suoi re, sarebbe andato addirittura a Los Angeles alla notte degli Oscar. Il conduttore, peggio di Conti, ma è un comico, e quindi almeno una battuta seria gliela dovevano: “non si può dire niente, non si può parlare della censura o della libertà di parola, se ne può parlare solo per la Corea del Nord e la CBS.”

La CBS, una delle più importanti e autorevoli emittenti USA. Da sempre democratica e liberale, ma non piegata al governo di turno, amata dagli utenti, improvvisamente con l’arrivo di Trump e con la svolta conservatrice, ha portato alle autodimissioni di volti dell’informazione amati da sempre (Biagi, Santoro, Luttazzi ricordate?). In America, toccare il primo emendamento, la libertà assoluta di parola, reale non opaca, cosa per noi inimmaginabile, rende la popolazione statunitense compatta, perché possono parlare i più buoni e i più cattivi, razzisti e attivisti estremisti.

Trump non solo ha “comprato” la CBS ma cerca di manipolare l’informazione. Ci sono ribellioni ovunque e soffocamento e distorsione della verità.

La politica riappare con Javier Bardem, attore che porta anche il volto temerario della sua casa, la Spagna, e mostra al petto una spilla con su scritto “Palestina libera e no a tutte le guerre illegali”, finendo con un liberatorio “Fuck ICE”. La guerriglia armata mandata da Putin, o scusate, da Trump per le strade a sparare a chiunque. Minneapolis è il segno di questo degrado morale e della disumanizzazione. Venezuela, Iran, Gaza, Siria, Libano, mentre Sean Penn non ritira l’Oscar per illuminare l’orrore della guerra Ucraina/Russia. I film e i registi iraniani e palestinesi o arabi dissidenti impossibilitati a portare i loro film.

Come a Sanremo sono tutti vestiti in bianco, nero e rosso, con declinazioni o colori al limite come l’oro. Una cerimonia funebre. Tutti moderati, attenti ad ogni parola. Una noia mortale. Visto? Sanremo 3.0.

Andiamo ai vincitori:

Il trionfatore: Una battaglia dopo l’altra, un titolo perfetto, non solo per quello che drammaticamente brucia in Medio Oriente, ma anche per la vita e le sue battaglie, una dietro l’altra.
C’è la commedia d’azione politica, l’ironia, gli improvvisi nonsense.

Il regista Paul Thomas Anderson vince la statuetta del miglior film e finalmente viene premiato un maestro del cinema “vivente” che dopo 14 nomination negli anni, con film come “Magnolia”, “Il petroliere” ecc., viene premiato.

Non solo come “Miglior Film”, vince anche la “Sceneggiatura non originale (tratta da un libro)”, scritta dal regista stesso, che infine vince anche per la miglior regia.

Ma il film vince altre statuette importanti come “Miglior attore non protagonista” a Sean Penn per il suo magistrale ma anche artigianale ruolo di un militare verso il viale del tramonto, un personaggio tra il male assoluto e il grottesco. Non ritira il premio, come detto.

Vince anche il montaggio, fase fondamentale per la riuscita di un film, soprattutto in un film rocambolesco, immerso nel caos. Le immagini volano, fluide ed imponenti, che esplodono in un inseguimento (che io detesto, tutti) sicuramente magistrale.

Vince infine anche la statuetta come “Miglior casting”, categoria introdotta per la prima volta, che è quella che cosparge il film di attori giusti, nel posto giusto e al momento giusto.

Non vince il protagonista Leonardo Di Caprio, bravo, anche se il suo modo di interpretare Bob, il rivoluzionario deluso, a me è parso molto, molto simile a “Don’t Look Up”. Adam Sandler, l’amico fraterno del regista, venuto a mancare qualche anno fa, avrebbe dato al film più brio grazie anche alla sua comicità spontanea e alla capacità nei passaggi tra dramma e commedia. E come al solito lo dico una volta sola: “secondo me”.

Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio)

Nel film ci sono tutti gli elementi dell’estetica di P.T. Anderson: trama imprevedibile, con mashup di altri generi e la fantastica ironia “inopportuna” che in questo film prende uno spazio più grande rispetto ai precedenti, sembra scandire le lancette ad un tempo veloce e più lento. Tra questo caos e le scene che diventano improbabili rompono con un argomento banale fuori dal contesto, stranianti, “inopportune” appunto.

Una rivoluzione che significa buttarsi a occhi chiusi in un tempo inafferrabile, il mondo adesso, in questo secondo.

Da Oscar anche solo una scena tra Sean Penn e Perfidia, tra sesso e morte, intrisa di grasse risate. Davvero esilarante quanto demoralizzante.

Ma tutto crolla, e Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor), la compagna di Bob, fiamma della rivoluzione, incinta, tra il sensuale e il male assoluto, viene catturata dopo avere partorito una figlia e tradisce la French75, nome del gruppo rivoluzionario.

Il fallimento della rivoluzione e soprattutto di Bob, lasciato solo con la figlia, trova nel tradimento di Perfidia la base della svolta. Bob vive isolato con la figlia adolescente Willa (Chase Infiniti).

Ma il passato ritorna e lo fa con il militare Lockjaw, anche lui galvanizzato dalla promessa di un nuovo riscatto dal suo odio, la sua rabbia e la durezza, per scoprire di essere una marionetta vecchia e chiusa in se stessa, nella solitudine, nel vuoto.

Lockjaw rapisce la figlia di Bob e Perfidia, che ritorna in campo per la figlia.

Una costante fuga nel tempo per ritrovare la figlia ma anche per rilanciare la fiamma rivoluzionaria dei tempi passati. Tra le varie parole segrete della French75 c’è “che ora è?” ad indicare lo smarrimento dei personaggi:

Solo il personaggio Sense, interpretato da uno stupendo Benicio del Toro, con la sua calma, la sua serenità e lentezza, in questa furia di immagini, parole e suoni che si accavallano, diventando fastidiosi, insopportabili, Sense fa delle cose grandi, come il salvataggio degli immigrati che ha nascosto e salvato, così senza sottolineare. Una sorta di zen in un frullatore, dove impara a Willa, la figlia, mentre improvvisamente Bob trasformato addirittura urla “Viva la devolution!”.

La storia si ripete, ma in questo film si chiude sull’individuo e il suo modo di lottare ogni giorno con una battaglia dentro se stesso per chiudere con: «Il tempo non esiste, ma ci controlla sempre.»

Fallimento e rinascita. Rivoluzioni quotidiane, dove anche il più piccolo cambiamento diventa un’enorme conquista: restare comunque umani con la speranza di un mondo migliore. I giudizi al confronto con “I peccatori”.

Continueremo con qualche altro film, gli altri premi e altre considerazioni di ordine estetico, tecnico, tematico ma anche e forse di più, politico.

Italo Zeus

Redazione Scomunicando.it

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