Carlo Vinci: «Turismo stagionale, politica miope e imprenditori incapaci di fare rete condannano il territorio. Servono coraggio, visione e collaborazione o resteremo un deserto economico».
Il Tirreno messinese come “terra che non cresce”, destinata a trasformarsi in deserto se non si imbocca subito la strada dello sviluppo.
È la denuncia di Carlo Vinci, osservatore attento delle dinamiche socioeconomiche locali, che da tempo mette in guardia contro l’immobilismo politico e imprenditoriale che condanna la costa tirrenica della provincia di Messina a un eterno presente fatto di stagioni turistiche mordi e fuggi, eventi effimeri e occasioni perdute.
Con lui abbiamo analizzato le cause di questo stallo, le responsabilità della politica e dell’imprenditoria, ma anche le opportunità che ancora restano da cogliere.
L’intervista
Carlos Vinci, in un suo recente intervento sui social lei parla di “una terra che non cresce”. Cosa intende con questa espressione?
Non è uno slogan, è la realtà. Una terra che non cresce, che non evolve, diventa deserto. E il deserto non è solo economico, ma anche sociale, culturale e umano. Parlo del Tirreno messinese, un territorio che avrebbe tutte le carte in regola per essere un motore di sviluppo, ma che resta fermo.
Quali sono, secondo lei, le principali responsabilità?
La politica innanzitutto. Da decenni preferisce inseguire il consenso immediato invece di costruire strategie di sviluppo. Si spendono soldi in comunicazione, in eventi estivi, in iniziative effimere. Ma finito agosto, cosa resta? Niente. Nessuna infrastruttura, nessuna economia stabile. Solo un lungo inverno di silenzio.
Lei cita Cefalù come esempio positivo. Perché lì funziona e qui no?
Perché Cefalù ha capito che il turismo non può essere stagionale. Ha lavorato per attrarre visitatori tutto l’anno, creando servizi e reti. Sul Tirreno messinese, invece, ci si illude che bastino le sagre e i concerti d’estate. È un approccio miope, che condanna i nostri paesi a un letargo di nove mesi su dodici.
Quindi non è solo un problema politico, ma anche imprenditoriale?
Assolutamente sì. Gli imprenditori locali non hanno ancora imparato a fare rete. Prevale la logica del “piccolo orticello”, delle gelosie e delle invidie. Manca una mentalità che guardi oltre lo Stretto, che pensi in termini globali. Così i fondi europei restano inutilizzati o sprecati, e le occasioni di crescita svaniscono.
Ha parlato anche del “paradosso dell’ascolto mancato”. Ce lo spiega?
Quando qualcuno propone idee concrete, spesso a costo zero, la risposta è il silenzio. Non si ascolta. È più facile criticare che collaborare. E questo blocca tutto: le buone pratiche, i progetti, perfino il buon senso. È un atteggiamento che avvelena la comunità, perché spegne la voglia di fare.
Eppure a Caronia qualcosa si è mosso, con le case vendute agli stranieri. Non è un segnale di speranza?
Lo è. Parliamo di 42 case vendute, 20 ristrutturate, milioni di euro che hanno creato economia circolare. Ma anche lì la politica resta immobile, quasi spaventata dal cambiamento. È un paradosso: davanti a un risultato concreto, si preferisce fermarsi. Come se l’innovazione facesse paura.
Qual è, a suo avviso, la via d’uscita?
Serve una rivoluzione culturale. La politica deve smettere di inseguire il consenso a breve termine e iniziare a progettare il futuro. Gli imprenditori devono imparare a collaborare e ad aprirsi. E i cittadini devono smettere di accettare la rassegnazione come destino. È un lavoro lungo, ma indispensabile.
Un messaggio finale al territorio?
Chi sceglie di agire crea opportunità. Chi resta fermo a criticare rimane al punto di partenza. Non abbiamo più tempo da perdere: o cresciamo, o diventiamo davvero un deserto.
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