Cronaca

L’OCCHIO INDISCRETO DI ARETUSA – Barcellona, il lungomare che non c’è…

Barcellona, il lungomare che non c’è e la politica che in ogni competizione elettorale parla di futuro mentre lascia morire il presente.

L’occhio indiscreto sulla città

Tra Cantoni e Spinesante non c’è soltanto un problema di erosione o di mareggiate. C’è, da anni, un problema più grave: l’incapacità della politica di trattare uno dei tratti più belli della città come una risorsa da governare e non come una disgrazia da commentare dopo ogni danno.

Ci sono luoghi che, da soli, basterebbero a raccontare la fortuna di una città. E poi ci sono città che riescono nel prodigio inverso: avere un tratto di costa magnifico davanti agli occhi e lasciarlo deperire con la calma burocratica di chi pensa che il paesaggio, in fondo, possa sopravvivere anche all’abbandono.

Ci sono città che il mare non ce l’hanno e lo invidiano: Barcellona Pozzo di Gotto, sulla sua costa, da innumerevoli anni compie proprio questo errore: possiede uno dei tratti più suggestivi del Tirreno messinese e lo lascia vivere in uno stato che non è nemmeno più degrado, ma negazione stessa dell’idea di lungomare.

Perché questo è il punto da cui bisogna partire, senza indulgenze lessicali e senza le solite formule di circostanza: quel lungomare, oggi, in buona parte non è un lungomare. Un lungomare è un luogo da percorrere, da abitare, da respirare. È una passeggiata, una continuità urbana, una possibilità di sosta, di sguardo, di incontro. Qui, invece, per chilometri è stato ridotto ad un immondezzaio, mancano marciapiedi realmente fruibili, mancano sedute, manca una vera attrezzatura minima dello spazio pubblico, manca quel corredo elementare che trasforma un fronte di mare in un luogo civile. Non c’è nulla. E quando in una città non c’è nulla proprio nel punto in cui la natura ha già fatto il dono più grande, allora non si può più parlare di dimenticanza: bisogna parlare di colpa amministrativa, quasi demenziale.

E’ una colpa tanto più grave perché riguarda un tratto di costa che non ha soltanto valore ambientale, ma anche simbolico e perfino sentimentale.

Da Spinesante e Cantoni lo sguardo si apre sulle Eolie con una potenza rara: Vulcano, Lipari e Salina si stagliano come presenze piene; più a destra si riconoscono Panarea e Stromboli; di lato si distende Capo Milazzo e nelle giornate più terse l’orizzonte si spinge fino alla Calabria. È un panorama che tiene insieme l’arcipelago, la costa tirrenica siciliana e il senso profondo di un Mediterraneo ancora capace di commuovere. Eppure tutto ciò, invece di essere custodito e valorizzato, è stato lasciato in una condizione che ne umilia la bellezza e ne impedisce perfino la piena fruizione.

Non è soltanto un’offesa al paesaggio: è un’offesa all’idea stessa di città. Questo spettacolo della natura in mano ad un’amministrazione capace, lungimirante e che ha a cuore il bene della propria città sarebbe oro puro e in Italia di esempi di questo tipo ve ne sono a bizzeffe, perfino laddove non vi è uguale bellezza paesaggistica (esempi eclatanti si possono trovare in Romagna, dove le anonime coste sono state trasformate “in macchine da soldi”).

Naturalmente si dirà, come sempre, che c’è il mare, che ci sono le mareggiate, che c’è l’erosione, che il problema è tecnico, che servono risorse, tempi, autorizzazioni, interlocuzioni. Tutto vero. Ma la verità più vera è un’altra: questo problema è noto da sempre. Non si è manifestato ieri. Non è caduto dal cielo. Finalmente nel 2021 la Regione siciliana presentava il progetto per la difesa del litorale di Barcellona nel tratto tra il torrente Termini e il torrente Longano, parlando di interventi di protezione e di ripascimento; e già nelle graduatorie regionali compariva una richiesta di finanziamento per 7,45 milioni di euro per la difesa di quel litorale. Se nel febbraio 2026 un gruppo consiliare deve ancora chiedere una relazione urgente al Consiglio comunale per sapere con chiarezza a che punto siano interventi, fondi, tempi e soluzioni, allora la questione non è il mare: è la politica che è incapace di gestire perfino il tempo.

Ed è qui che l’analisi diventa inevitabilmente severa. Perché la politica locale, negli anni, ha mostrato tutta la sua inclinazione più deteriore: non quella di amministrare i luoghi, ma quella di inseguire gli eventi. Si aspetta il danno, poi si annuncia il progetto. Si contano le ferite, poi si apre il tavolo. Si lascia degradare lo spazio, poi lo si trasforma in argomento da comizio. E intanto quella costa continua a non essere un luogo, ma un’occasione perduta.

Il paradosso è persino offensivo nella sua evidenza.

Da una parte, si lasciano interi tratti del fronte mare senza quella minima dignità urbana che consentirebbe ai cittadini di viverli davvero. Dall’altra, in campagna elettorale si fantastica di poli industriali, di vocazioni produttive, di futuri modelli di sviluppo presentati come se la città fosse naturalmente destinata a una grande funzione industriale. Ma una classe dirigente seria non mette mai in alternativa l’eventuale sviluppo produttivo con la cura del proprio patrimonio paesaggistico e turistico. Una città matura può ragionare anche di industria, se vi sono le condizioni reali, economiche e territoriali per farlo; ma una città assennata non immagina ricchezza futura mentre trascura la ricchezza già esistente. Non abbandona ciò che ha di più prezioso per inseguire l’ennesima narrazione salvifica, quando invece potrebbe (e dovrebbe) creare le condizioni perché proprio quel fronte di mare diventi attrattore di investimenti turistici seri, capaci di generare occupazione stabile, lavoro nell’indotto, valorizzazione del territorio e una ricchezza diffusa ben più concreta di tante declamazioni astratte

Qui sta il tratto più sconfortante della vicenda barcellonese: il gigantismo verbale accompagnato dalla miseria amministrativa.

Si pensa in grande nei programmi e si fallisce nel minimo indispensabile della vita urbana. Si evocano scenari di sviluppo e non si riesce nemmeno a garantire un marciapiede percorribile, una panchina, una continuità di passeggiata, una semplice possibilità di sosta davanti a uno dei panorami più belli dell’intera costa tirrenica, se non d’Italia. È questa sproporzione a inchiodare la politica alle sue responsabilità, più ancora delle polemiche di giornata.

Eppure il quadro si fa ancora più impietoso se si guarda, per contrasto, ad altre zone della stessa provincia. Sulla fascia ionica messinese, dopo il ciclone Harry, è tornato in primo piano il tema delle opere di protezione costiera. La Regione ha annunciato a Santa Teresa di Riva l’avvio di lavori comprendenti quindici barriere soffolte e quattordici pennelli; e nello stesso dibattito pubblico è stato ricordato che Sant’Alessio Siculo protegge da decenni il proprio litorale proprio con sistemi di questo tipo. Nessuno può sostenere seriamente che esista una formula magica capace di annullare la forza del mare. Ma una cosa si può e si deve dire: dove la difesa costiera è stata pensata per tempo, almeno esiste una strategia che limita fortemente i danni; dove non è stata pensata, resta soltanto il rituale dell’emergenza. E questo, per Barcellona, è un atto d’accusa pesantissimo.

Non si tratta, dunque, di chiedere miracoli, né di indulgere a una polemica facile. Si tratta di pretendere quello che in una democrazia locale normale dovrebbe essere elementare: un progetto unitario e pubblico per l’intera fascia costiera; un cronoprogramma leggibile; chiarezza sulle competenze tra Comune e Regione; opere di difesa efficaci; manutenzione ordinaria costante; accessibilità reale; marciapiedi degni di questo nome; sedute, illuminazione, arredo urbano; un disegno che tenga insieme sicurezza, bellezza, turismo e qualità della vita. In una parola, governo. Perché il lungomare non è un abbellimento facoltativo: è una infrastruttura civile.

La verità finale, del resto, è di una semplicità quasi crudele. Una città che possiede davanti a sé un tale orizzonte e non sa trasformarlo in luogo di vita è una città che si rimpicciolisce e si annienta da sola. E una politica che continua a parlare di futuro mentre lascia morire il suo lungomare non è lungimirante: è soltanto distratta, o, peggio ancora, incapace di distinguere tra il sogno e il dovere.

Così quella costa resta lì, splendida e abbandonata a se stessa, con le Eolie davanti e il nulla dietro. E finisce per dire, con il suo silenzio, ciò che tanti programmi elettorali cercano invano di coprire: che gli sciagurati non sono quelli che il mare lo subiscono, ma quelli che, pur avendolo avuto in dono, non hanno saputo farne civiltà e sviluppo.

Aretusa

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Redazione Scomunicando.it

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