“QUANDO IL PATRIMONIO PUBBLICO DIVENTA IMPRODUTTIVO”
A Messina sembra ormai essersi affermato un modello ricorrente e poco lungimirante: recuperare edifici storici di grande valore architettonico e destinare a funzioni che, pur rispettabili, non producono sviluppo economico, non generano occupazione e non incidono sul posizionamento della città.
Un approccio che contribuisce a spiegare perché Messina continui a non intercettare quella “moneta pregiata” che, in altre città siciliane, alimenta turismo, servizi e lavoro qualificato. L’ex Palazzo della Banca d’Italia rappresenta oggi uno degli esempi più evidenti di questa impostazione. Costruito nel 1924 e simbolo di una stagione di centralità economica e istituzionale, l’edificio è stato acquistato dall’Università di Messina per circa 6,5 milioni di euro e successivamente oggetto di un imponente intervento di ristrutturazione e adeguamento tecnologico, con un investimento complessivo che supera abbondantemente i dieci milioni di euro. Nonostante ciò, la nuova destinazione d’uso sarà, almeno in questa fase, prevalentemente interna: sale studio, gabinetti di lettura e spazi universitari.
Si tratta di funzioni utili, ma che rispondono esclusivamente a un’utenza circoscritta e non producono alcun effetto significativo sul piano turistico, economico e occupazionale. L’edificio non diventerà un attrattore per visitatori esterni, non ospiterà eventi di rilievo, non genererà flussi costanti di persone e di spesa, né creerà nuova occupazione stabile al di fuori del personale già esistente. In altre città dell’Isola, un immobile di questo valore sarebbe stato pensato in modo radicalmente diverso. L’ex Banca d’Italia avrebbe potuto, e per molti avrebbe dovuto, trasformarsi in un polo culturale e congressuale, capace di ospitare mostre, convegni, eventi, master di alta formazione e iniziative di respiro nazionale e internazionale. Una struttura aperta alla città e al mercato, in grado di attrarre turismo culturale, professionisti, studiosi e imprese, generando indotto per alberghi, ristorazione, trasporti e servizi Dal punto di vista turistico, una simile destinazione avrebbe contribuito ad aumentare la permanenza media dei visitatori, intercettando crocieristi e turismo colto, oggi spesso di semplice passaggio. Dal punto di vista economico, avrebbe creato flussi continui e non occasionali, trasformando un investimento pubblico in una struttura capace di autosostenersi e produrre valore. Sul piano occupazionale, infine, avrebbe favorito la nascita di posti di lavoro diretti e indiretti: dalla gestione degli eventi alle guide culturali, dai servizi tecnici alla filiera dell’accoglienza. Il problema, tuttavia, va oltre il singolo edificio.
Il caso dell’ex Banca d’Italia si inserisce in una tendenza più ampia: a Messina, il patrimonio di pregio viene spesso recuperato senza una visione di sviluppo, privilegiando usi “neutri” e amministrativi che non dialogano con l’economia urbana.
Il risultato è una città ordinata ma spenta, con pochi luoghi realmente capaci di attrarre flussi, creare lavoro qualificato e rafforzare la propria immagine. Messina continua a interrogarsi sulle ragioni della sua debolezza turistica ed economica, ma raramente mette in discussione le scelte che la determinano. La “moneta pregiata” non arriva per caso: segue i luoghi che producono esperienze, eventi, cultura e servizi di qualità. Se gli edifici simbolici vengono sottratti a questa funzione e confinati a un uso interno, è inevitabile che i flussi economici si dirigono altrove.
Non si tratta di mettere in discussione il ruolo dell’Università o l’importanza degli spazi per studenti e ricerca. Si tratta, piuttosto, di interrogarsi su come e per chi vengano utilizzati i beni pubblici più preziosi della città. Senza una visione integrata, capace di coniugare cultura, turismo ed economia, Messina continuerà a perdere occasioni decisive per il proprio sviluppo. Non è una questione di mancanza di risorse. È, ancora una volta, una questione di scelte.
Franco Tiano





