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NEL CERCHIO DELLA PRIGIONE – Francesca Mambro ricorda Anna Laura Braghetti

Anna Laura Braghetti, la prigioniera del suo tempo

Addio alla donna che visse in via Montalcini: da carceriera di Moro a volontaria silenziosa, un percorso dentro le ombre della storia italiana

È morta a 72 anni Anna Laura Braghetti, la donna che per la storia è stata la “carceriera di Aldo Moro”, ma che negli ultimi trent’anni ha cercato — con pudore, ostinazione e dolore — di restituire alla parola vita un significato diverso da quello che le era toccato negli anni di piombo. Il comunicato con cui la famiglia ha annunciato la scomparsa è stato breve, quasi sommesso:

«Ci ha lasciati la nostra cara Anna Laura, circondata dall’amore dei familiari e degli amici. I funerali si svolgeranno in forma strettamente riservata, nella sua comunità degli affetti».

Una scelta coerente con il suo lungo silenzio. Dopo l’uscita dal carcere, nel 2002, Braghetti aveva scelto di sparire dai riflettori, di non partecipare ai dibattiti, di non occupare più la scena. La sua vita si era ritirata nel volontariato, nelle case famiglia per donne vittime di violenza, nei servizi di supporto a detenuti ed ex detenuti.

Una vita piccola, quotidiana, fatta di ascolto e di riparazione.

L’amicizia con Francesca Mambro

Tra le poche voci a ricordarla pubblicamente c’è quella di Francesca Mambro, ex militante dei NAR e sua amica di lunga data, con cui condivise gli anni di detenzione e il libro Nel cerchio della prigione (Sperling & Kupfer, 1995):

«È stata per me una sorella. Vorrei che fosse ricordata per i trent’anni di dedizione a chi soffriva, per la sua umanità silenziosa, per la fatica con cui ha cercato di ricucire il filo spezzato della vita».

e Francesca Mambro, aggiungne:

“il dolore per la sua perdita è troppo grande. Vorrei che Anna Laura fosse ricordata per i trent’anni di dedizione a chi soffriva, alle donne vittime di violenza e ai loro figli, e per il lavoro silenzioso svolto accanto ai detenuti e agli ex detenuti».

Le due trascorsero molti anni in carcere insieme e collaborarono alla scrittura del libro Nel cerchio della prigione (Sperling & Kupfer, 1995), un testo che riflette sul carcere come spazio di espiazione ma anche di trasformazione.

Un’amicizia nata dietro le sbarre, cresciuta tra i sensi di colpa e il bisogno di capire. Due donne che avevano vissuto, su fronti diversi ma speculari, la tragedia della violenza politica.

Via Montalcini, l’indirizzo del destino

Anna Laura Braghetti era nata a Roma, nel 1953. Figlia della piccola borghesia, un lavoro d’ufficio, una giovinezza ordinaria segnata dalla tensione politica del tempo. Negli anni Settanta si avvicinò alla sinistra extraparlamentare, poi – ancora incensurata – alle Brigate Rosse. Nel 1978, quando il sequestro Moro sconvolse l’Italia, era una militante della colonna romana guidata da Mario Moretti. A lei fu intestato l’appartamento di via Montalcini 8, alla Magliana. Era la casa dove Aldo Moro rimase prigioniero per 55 giorni, dal 16 marzo al 9 maggio 1978. In quelle stanze Braghetti recitava il ruolo della padrona di casa, la compagna dell’“ingegner Altobelli” (Germano Maccari), coprendo con una quotidianità simulata una tragedia che si consumava dietro le pareti.

Anni dopo, in Il prigioniero (Mondadori, 1998, scritto con la giornalista Paola Tavella), Braghetti raccontò la claustrofobia di quella convivenza forzata: i silenzi, le paure, la percezione di un confine sempre più sottile tra ideologia e umanità.

«Cercavo un modo per cambiare il mondo – scriverà – ma quel sogno si è trasformato in incubo».

Da quel libro nacque Buongiorno, notte, il film di Marco Bellocchio che restituì in chiave intima e simbolica il dramma di una generazione imprigionata nelle proprie illusioni.

Il tempo della colpa e della restituzione

Dopo l’uccisione di Moro, Braghetti continuò la clandestinità. Partecipò ad azioni armate, tra cui l’assalto alla sede della Democrazia Cristiana e l’omicidio di Vittorio Bachelet, all’università La Sapienza. Arrestata nel 1980, fu condannata all’ergastolo. In carcere sposò Prospero Gallinari, storico dirigente delle BR. Non chiese mai sconti, né benefici.

Quando uscì, dopo ventidue anni, scelse la via più difficile: non la giustificazione, ma la restituzione. Coordinò un servizio di volontariato per detenuti ed ex detenuti, lavorò con le case famiglia, cercò di dare un senso concreto alla parola responsabilità. Negli ultimi anni viveva a Roma, lontana da ogni visibilità. Non partecipava a commemorazioni né a polemiche. Era diventata, per molti, una figura quasi dimenticata. Ma chi l’ha incontrata nel sociale la ricorda come una donna gentile, rigorosa, capace di un ascolto senza sconti né giudizi.

La memoria e il silenzio

La storia di Anna Laura Braghetti rimane un paradosso: una vita segnata dal male e dal tentativo di trasformarlo in bene; un percorso che attraversa l’abisso della colpa e approda, forse, a una forma di pace interiore.

In lei si concentrano molte delle domande irrisolte della storia italiana: può esistere redenzione per chi ha partecipato alla violenza politica? È possibile restituire qualcosa dopo aver tolto la vita?

Anna Laura Braghetti non ha mai cercato risposte pubbliche. Ha scelto, piuttosto, il silenzio operoso. Forse il suo modo di chiedere perdono era questo: fare, non parlare.

Redazione Scomunicando.it

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