OLTRE GLI ANNI DI PIOMBO – Paolo Signorelli, il Professore che divideva e univa
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OLTRE GLI ANNI DI PIOMBO – Paolo Signorelli, il Professore che divideva e univa

Raccontare la figura di Paolo Signorelli in modo narrativo e storico-giornalistico, senza apologie né giudizi politici, ma restituendo la complessità di un protagonista difficile degli anni di piombo. Ci abbiamo provato a 15 anni dalla sua scomparsa.

Quindici anni fa scompariva a Roma Paolo Signorelli, una delle figure più complesse e discusse della destra radicale italiana del dopoguerra.

Nato il 14 marzo 1934, protagonista politico, teorico nazional-rivoluzionario, insegnante, imputato, assolto, punto di riferimento e insieme bersaglio polemico: Signorelli attraversò gli anni più incandescenti della Repubblica lasciando un’impronta che, ancora oggi, divide e interroga.

Il ricordo privato: la voce della figlia Silvia

Tra le testimonianze più intense resta quella della figlia Silvia, che anni fa scrisse una lettera densa e dolorosa, trasformata nel tempo in un piccolo manifesto di famiglia e memoria.

Silvia non ricordava un “personaggio pubblico”, ma un padre: un uomo dal rigore morale inflessibile, capace di insegnare dignità, coerenza, rispetto e fermezza, e insieme di attraversare senza piegarsi nove anni di carcerazione preventiva, accuse successivamente cadute, processi che segnarono un’intera epoca. Nelle sue parole c’è la quotidiana liturgia dell’assenza: un aperitivo al sole rivolto verso il Soratte, la certezza di sentirlo accanto, il tentativo di far vivere il suo nome nelle generazioni successive, come un patrimonio familiare più che politico.

Il professore che remava controcorrente

A ricordarlo con sfumature sorprendenti fu anche la giornalista Flavia Perina, che lo aveva avuto come professore al liceo romano “Gaetano De Sanctis”. Signorelli, allora noto come il “professore fascista”, spiazzava tutti gli stereotipi: non era un docente autoritario o intransigente, ma l’opposto. Apriva il dibattito, incoraggiava il confronto, non premiava gli studenti di destra né penalizzava quelli di sinistra. Talvolta, nei confronti dei più fragili, arrivava persino a telefonare alle famiglie per aiutarli a superare interrogazioni decisive. Lui, teorico del dissenso permanente, affezionato alle canzoni romanesche e alla chitarra che gli regalarono gli studenti, era un anticonformista capace di criticare anche la sua stessa parte politica.
Secondo Perina, se avesse vissuto durante la Repubblica Sociale, sarebbe stato “contro anche lì”, fedele più all’idea di purezza rivoluzionaria che a una disciplina di partito.

Il “mostro che non aveva colpe”: il processo, la cella, l’assoluzione

Una delle ricostruzioni più note è quella di Giampiero Mughini, che racconta la stagione in cui Signorelli divenne – agli occhi dell’accusa – l’emblema oscuro della violenza nera. Negli anni Ottanta venne coinvolto in processi gravissimi, dalla strage di Bologna agli omicidi dei magistrati Occorsio, Leandri e Amato. Condanne iniziali, compreso un ergastolo; lunghi anni di carcere; un teorema giudiziario che si sgretolò con il tempo, fino alle assoluzioni definitive.

Mughini ricorda l’incredibile fenomeno politico e umano che accompagnò il suo caso: per la prima volta nel dopoguerra uomini della sinistra e della destra si trovarono fianco a fianco in una battaglia per la verità e per le garanzie dello Stato di diritto. Radicali, missini, giornalisti, artisti, persino Amnesty International: tutti accomunati dal sospetto che le accuse non coincidessero con i fatti.

Alla fine, Signorelli uscì da ogni imputazione.

Scrisse un libro dal titolo eloquente: Di professione imputato. A Mughini inviò una copia con una dedica asciutta: «Forza uomo!».

Un’eredità controversa, un tratto umano innegabile

Paolo Signorelli rimase sempre fedele al proprio carattere: duro, inflessibile, incapace di ammorbidire il proprio pensiero o di attenuare la passione con cui l’aveva sempre vissuto. Ma anche, come raccontano ex studenti e avversari politici, capace di una lealtà testarda, a volte disarmante. La sua figura resta un prisma difficile: ideologo della destra radicale, professore stimato, militante antico, imputato assolto dopo anni di prigione, simbolo di un tempo in cui lo scontro politico sfiorava la guerra civile.

Oggi il suo nome continua a evocare domande più che risposte: sul rapporto tra giustizia e politica, sulla memoria degli anni di piombo, sull’onestà intellettuale e le sue zone d’ombra, sulla capacità delle persone – anche le più controverse – di lasciare segni profondamente umani.

Forse la sua eredità si riassume proprio nelle parole di Mughini:

“Asperrimo com’era, gli ho voluto bene come lo si deve a un avversario leale e umano.”

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2 Dicembre 2025

Autore:

redazione


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