di Vicky Amendolia
C’è una malattia del nostro tempo che non compare nei prontuari ministeriali, ma devasta ugualmente la vita pubblica: è l’ipertrofia dell’io.
Non l’orgoglio, che talvolta può perfino sorreggere il carattere, ma quella sua degenerazione vanesia e rumorosa che porta uomini mediocri a scambiarsi per uomini necessari, capicorrente per statisti, custodi provvisori di una sigla per proprietari della storia.
Il fenomeno è meno raro di quanto si creda. Anzi, a ben guardare, è diventato quasi la tonalità dominante di una certa politica contemporanea, soprattutto di quella minore, più ansiosa di certificati che di consenso, più assetata di riconoscimenti che di radicamento, più intenta a farsi fotografare accanto ai simboli della storia che a meritarsene davvero il peso. È il trionfo dell’autoreferenzialità elevata a metodo, della vanità travestita da identità, dell’egolatria scambiata per leadership.
La politica, invece, dovrebbe essere l’arte più difficile: quella del limite. Limite del linguaggio, anzitutto, perché le parole di chi rappresenta una comunità non sono mai innocenti; limite dell’ambizione, perché ogni ruolo è per sua natura transitorio; limite del giudizio su sé stessi, perché non c’è nulla di più ridicolo di chi, appena ricevuto un cenno di considerazione da parte di un interlocutore più visibile, vi legge immediatamente una consacrazione storica. Il provincialismo, del resto, non è una questione geografica: è una disposizione dell’anima. E spesso si manifesta proprio così, nel bisogno infantile di esibire legittimazioni, di distribuire patenti, di decidere chi esiste e chi no.
La psicologia sociale ha da tempo descritto questi meccanismi. Il potere, o anche il semplice assaggio del potere, altera la percezione di sé. David Owen ha parlato di hubris syndrome, la sindrome della tracotanza, per indicare quella deformazione del giudizio che induce taluni leader a sentirsi superiori alle regole, agli altri e infine persino alla realtà. E Agnieszka Golec de Zavala, studiando il narcisismo collettivo, ha mostrato come alcuni gruppi, fragili nella sostanza ma enfatici nell’autorappresentazione, sviluppino un bisogno quasi compulsivo di proclamarsi unici, autentici, non sufficientemente riconosciuti. È una dinamica ben nota: più l’identità è insicura, più alza la voce.
Per questa ragione i segni della vanità politica sono quasi sempre gli stessi. L’ossessione per il riconoscimento esterno. Il gusto per l’enfasi. La tendenza a trasformare un incontro in investitura, una cortesia in alleanza strategica, una frase forse detta — o forse soltanto desiderata — in un sigillo di legittimità. E, insieme, il bisogno speculare di sminuire gli altri, di relegarli a comparse, ad aggregati marginali, a presenze accessorie. È il vecchio trucco degli insicuri: tentare di innalzarsi per sottrazione, abbassando il resto del mondo.
È il vizio più diffuso della nostra epoca. Lo si incontra ovunque: nella politica, naturalmente, ma anche nei social, nelle associazioni, nei rapporti personali, nelle chat, nei piccoli salotti dell’autostima permanente. Non basta più essere: bisogna mostrarsi. Non basta fare: bisogna raccontarlo. Non basta pensare: bisogna esibirsi mentre si pensa. Ogni cosa sembra dover passare attraverso il rito della visibilità, come se la realtà, da sola, non bastasse più a conferire consistenza.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una folla di persone che non vivono, si rappresentano. Che non parlano, si annunciano. Che non conversano, presidiano il proprio riflesso. Dietro tanta enfasi, del resto, non c’è quasi mai vera forza. C’è piuttosto una fragilità ansiosa, un bisogno continuo di conferma, il terrore di non contare abbastanza. Si occupa la scena per paura del vuoto. Si alza la voce per non sentire il silenzio.
I social hanno dato a questa inclinazione una palestra perfetta. Hanno trasformato la vanità in abitudine, l’esibizione in linguaggio, l’autoreferenzialità in stile di vita. E così l’io, da legittimo centro dell’esperienza individuale, è diventato misura tirannica di tutto. Ogni dissenso è vissuto come offesa, ogni mancata attenzione come affronto, ogni interlocuzione come occasione per riportare il discorso su di sé.
Ma una società che perde il senso della misura perde presto anche quello del rispetto. Quando tutto dev’essere detto, mostrato, spiegato, documentato, allora nulla resta davvero protetto. L’interesse diventa invadenza, la curiosità si fa pretesa, la partecipazione degenera in controllo. E persino i rapporti umani finiscono per somigliare a una forma più educata di occupazione reciproca.
Il tratto più grottesco di questo costume è che a gonfiarsi di più sono spesso le personalità meno solide. La vera autorevolezza non ha bisogno di annunciarsi. La statura autentica non si fotografa accanto a sé stessa. Si avverte. Sono gli insicuri, semmai, ad avere un bisogno continuo di prove, di riscontri, di palcoscenico.
Forse il punto è tutto qui: abbiamo smarrito il pudore. Non la timidezza, ma il pudore come intelligenza del limite, come senso della misura, come capacità di non mettere tutto in piazza. E invece proprio lì, in quella sobrietà oggi quasi derisa, abitava una delle forme più alte della civiltà.
Il nostro tempo sembra allevare con particolare cura una tipologia umana sempre più diffusa: quella di chi non riesce a fare nulla senza guardarsi mentre lo fa. E questa, più che modernità, comincia ad assomigliare a una decadenza.
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