Cronaca

RIFLESSIONI AD ALTA VOCE – La prevenzione del rischio e il “fattore C”: il monito di Massimo Nicola Marchese

Dopo il Ciclone Harry

Negli ultimi giorni il nostro territorio ha attraversato una fase delicata, segnata da forti venti, sciami sismici e da una diffusa apprensione collettiva. Eventi che, fortunatamente, non hanno prodotto danni gravi, probabilmente anche grazie a una combinazione di fattori geografici naturali – come la “copertura” offerta dall’Etna e dalle catene montuose circostanti – che hanno attenuato gli effetti più distruttivi del ciclone Harry. Ma affidarsi alla fortuna, o a quello che Massimo Nicola Marchese definisce senza mezzi termini il “fattore C”, non può e non deve diventare un metodo di governo del territorio.

Nel suo intervento, Massino Nicola Marchese di Sant’Agata Militello, chiarisce un punto fondamentale spesso frainteso nel dibattito pubblico: la prevenzione del rischio non è allarmismo, ma responsabilità. E richiama con forza il ruolo dei sindaci, che non sono semplici firmatari di ordinanze contingenti, bensì Autorità comunali di Protezione Civile, investite dell’obbligo di pianificare, prevenire e gestire i rischi specifici dei propri territori.

Secondo Marchese, ridurre l’azione amministrativa all’apertura o alla chiusura delle scuole – spesso sull’onda del “sentiment” popolare – significa eludere il vero nodo della questione. La sicurezza dei cittadini non si improvvisa e non si governa con provvedimenti simbolici, ma attraverso piani di protezione civile aggiornati, conoscibili e condivisi, strutture operative pronte ad agire e una manutenzione costante del territorio.

L’esempio del torrente Carrubba è emblematico. Classificato da anni ad alto rischio idrogeologico, oggetto di finanziamenti milionari per la sua risagomatura, è esondato più volte con dinamiche sempre uguali. Parlare di “evento imprevedibile” in questi casi, sottolinea Marchese, è una forzatura: ciò che è noto, studiato e reiterato non può essere definito eccezionale.

Ed è proprio qui che si innesta il cuore della riflessione: il rischio climatico non è più imprevedibile. Cicloni mediterranei, piogge a carattere tropicale, venti estremi e mareggiate non sono più fenomeni rari o lontani, ma variabili strutturali con cui amministratori e cittadini devono fare i conti. Continuare a trattarli come eventi straordinari significa rimuovere il problema, non affrontarlo.

A questo si aggiunge la fragilità intrinseca del territorio, aggravata da una cronica mancanza di manutenzione: alberi non potati, pali insicuri, cantieri non messi in sicurezza, oggetti lasciati sui balconi. In presenza di venti superiori ai 100-120 km/h, spiega Marchese, le conseguenze sarebbero state facilmente immaginabili e potenzialmente gravi.

Lo stesso discorso vale per il rischio sismico. Le recenti scosse, pur senza danni, hanno generato paura. Ma la domanda resta inevasa: i cittadini sanno cosa fare in caso di un terremoto più forte? Conoscono le aree di raccolta, i percorsi di sicurezza, le procedure di emergenza? Anche laddove esistano dei piani, Marchese dubita che siano realmente divulgati e interiorizzati dalla popolazione.

La prevenzione, insiste, non è un adempimento burocratico, ma un processo culturale. Funziona solo se entra nella conoscenza comune, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nella vita quotidiana di una comunità.

Pur riconoscendo la difficoltà e il peso del ruolo amministrativo, Marchese lancia un messaggio netto: chi governa non può farlo con fatalismo. Amministrare oggi significa accettare che il livello di rischio è cambiato in modo strutturale e che la mitigazione dei pericoli – sismici, idrogeologici e climatici – deve diventare una priorità politica, non un tema da affrontare solo dopo l’emergenza.

Affidarsi ancora alla buona sorte può farci andare bene “anche questa volta”. Ma governare una comunità significa fare in modo che la prossima volta non dipenda dalla fortuna.

Redazione Scomunicando.it

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