{"id":12644,"date":"2010-08-24T07:44:21","date_gmt":"2010-08-24T05:44:21","guid":{"rendered":"http:\/\/scomunicando.hopto.org\/notizie\/etica-il-mondo-addosso\/"},"modified":"2010-08-24T07:44:21","modified_gmt":"2010-08-24T05:44:21","slug":"etica-il-mondo-addosso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.scomunicando.it\/notizie\/etica-il-mondo-addosso\/","title":{"rendered":"ETICA &#038; MODA &#8211; Il mondo addosso"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" alignleft size-full wp-image-12643\" style=\"margin: 10px; float: left;\" alt=\"vestirecritico\" src=\"http:\/\/scomunicando.hopto.org\/notizie\/wp-content\/uploads\/2010\/08\/vestirecritico.gif\" height=\"249\" width=\"167\" \/>Nelle trame dei jeans che indossiamo, o nelle scarpe che portiamo ai piedi, si cela un mondo di sfruttamento che sfugge ai nostri occhi. Guida al vestire critico.<\/p>\n<p>  <!--more-->  <\/p>\n<p><em>Un libro &#8221; guida al vestire critico&#8221; edito nel 2006, segnalato di Sabrina Provasoli, maestra di yoga, che rimane attuale e che svela le logiche del marketing nel mondo del vestire.<\/em><\/p>\n<p><em>La nota critica \u00e8 tratta da www.altrecon omia.it<br \/><\/em><\/p>\n<p>Da tempo pensavamo di dedicarci ad una Guida al vestire critico. Ci sembrava un atto dovuto verso tutte quelle persone che ci confidavano di non volersi pi\u00f9 rendere complici dello sfruttamento che si cela dietro alle scarpe o ai jeans che indossiamo, ma non conoscevano le alternative possibili.<\/p>\n<p>Sapevamo che era urgente dedicarci a questo lavoro, ma per lungo tempo lo abbiamo rimandato perch\u00e9 ci metteva paura. Ci spaventava la vastit\u00e0 del settore, la complessit\u00e0 produttiva, la difficolt\u00e0 di raccogliere informazioni da un capo all\u2019altro del mondo. In una parola ci spaventava l\u2019idea di ammazzarci di fatica senza poter dare, alla fine, le risposte tanto attese. Poi abbiamo deciso di provarci, dicendoci che poco \u00e8 meglio di niente. Cos\u00ec ci siamo imbarcati nell\u2019avventura.<\/p>\n<p>Nel corso dell\u2019indagine, molti timori si sono confermati. Abbiamo sperimentato quanto sia difficile ricostruire la filiera produttiva delle singole imprese, perch\u00e9 manca una legge sulla trasparenza e le imprese si guardano bene dal fornire informazioni. Basti dire che su 61 questionari inviati alle aziende, ne sono tornati indietro solo 5.<\/p>\n<p>A volte abbiamo individuato dove stanno gli stabilimenti esteri o in quali Paesi \u00e8 appaltata la produzione, ma non siamo stati capaci di raccogliere notizie sulle condizioni di lavoro. Alla fine, le imprese su cui abbiamo potuto raccogliere il maggior numero di informazioni, sono le grandi multinazionali perch\u00e9 su di loro vigilano molti gruppi.<\/p>\n<p>Abbiamo anche constatato quanto sia difficile applicare il consumo critico nell\u2019ambito del vestiario, perch\u00e9 le imprese seguono tutte la stessa strategia produttiva. Da quando siamo entrati nell\u2019epoca della globalizzazione, il loro imperativo \u00e8 diventato il contenimento dei costi ed \u00e8 cominciato un fuggi fuggi verso il Nord Africa, l\u2019Europa dell\u2019Est, l\u2019Estremo Oriente, in cerca di aziende terziste disposte a produrre per prezzi stracciati. In conclusione il mercato \u00e8 inondato da una montagna di indumenti tutti diversi per colore, stile, marca, qualit\u00e0. Ma pressoch\u00e9 tutti uguali per le condizioni di lavoro ingiuste, umilianti, oppressive.<\/p>\n<p>Neanche il fronte dell\u2019alternativa \u00e8 molto attrezzato. Le esperienze del commercio equo sono ancora parziali o in via di perfezionamento, mentre quelle sorte per dimostrare che \u00e8 possibile produrre nel rispetto dei diritti dei lavoratori sono ai primi vagiti.<br \/>Di fronte a tante difficolt\u00e0, ci siamo posti obiettivi pi\u00f9 modesti: fare conoscere la complessit\u00e0 del settore, divulgare le informazioni disponibili sulle imprese pi\u00f9 in vista e fornire ogni possibile traccia per poter orientare i nostri acquisti verso prodotti ottenuti nel rispetto dei diritti, dell\u2019equit\u00e0, della sostenibilit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Apri la zip<\/strong><\/p>\n<p>Quasi 400 pagine suddivise in due parti principali: la prima conduce alla scoperta delle filiere del tessile e delle calzature, sempre pi\u00f9 delocalizzate, sempre pi\u00f9 frammentate; la seconda parte invece fotografa i nomi e le strutture produttive di centinaia di aziende. \u00c8 la Guida al vestire critico curata dal Centro nuovo modello di sviluppo, che esce questo mese in libreria, e dalla quale sono stati tratti i brani pubblicati in queste pagine.<\/p>\n<p>U<strong>na prima parte quindi tutta da leggere, e una seconda da usare, come dice il titolo, per \u201cvestire critico\u201d.<\/strong><\/p>\n<p>La guida contiene anche una serie di indirizzi e di siti web dove trovare informazioni sui vestiti ecocompatibili, sui progetti pi\u00f9 innovativi del commercio equo in campo tessile, sulle Campagne di pressione per sostenere le lotte dei lavoratori nei nuovi Paesi dove il lavoro \u00e8 schiavo.<\/p>\n<p><strong>Marchi senza operai<\/strong><\/p>\n<p><em>Canottiere, mutande, calzini, sono fra le nostre cose pi\u00f9 intime. Eppure sappiamo cos\u00ec poco di loro.<\/em><\/p>\n<p>A malapena ci chiediamo di che materiale sono fatti, mentre non sappiamo niente della loro storia produttiva. Una storia lunga e intrigata che vale la pena conoscere.<\/p>\n<p>Chi va in Cina, chi in Europa dell\u2019Est, chi si serve totalmente di terzisti, chi mantiene degli stabilimenti propri, chi si dedica solo al marketing, chi continua a progettare i propri modelli. Districarsi nella babele produttiva \u00e8 un vero rompicapo. Le imprese dell\u2019abbigliamento si dividono in due categorie: quelle che appaiono, ma non producono e quelle che producono, ma non appaiono.<br \/>\u201cVolete produrre 10.000 magliette al prezzo pi\u00f9 basso possibile senza occuparvi di niente? Affidatevi alla Li &amp; Fung Limited\u201d.<br \/>Cos\u00ec potrebbe suonare un annuncio pubblicitario della maggiore impresa di intermediazione del mondo.<\/p>\n<p>Fondata nel 1906 a Canton (Cina) come impresa di import-export, oggi la specialit\u00e0 di Li &amp; Fung \u00e8 l\u2019intermediazione produttiva. I clienti debbono solo dire ci\u00f2 che vogliono e Li &amp; Fung glielo fa avere senza che debbano occuparsi di niente. Il quartier generale di Li &amp; Fung \u00e8 ad Hong Kong, ma il suo database contiene informazioni su migliaia di imprese sparse in 40 Paesi. Cos\u00ec attraverso 6.000 dipendenti e centinaia di uffici dislocati in tutto il mondo, gestisce una rete di subfornitura di dimensione globale. All\u2019inizio si avvaleva solo di imprese asiatiche, ma oggi ha subfornitori anche nell\u2019area del Mediterraneo, dell\u2019Europa Orientale e del Centro America, luoghi che hanno il vantaggio di essere pi\u00f9 vicini ai clienti europei e statunitensi. Li&amp;Fung ha un giro d\u2019affari di 5 miliardi di dollari, proveniente per due terzi dalla produzione di abbigliamento e per il resto da accessori sportivi, mobili, oggetti regalo, giocattoli, pentole, e altro ancora. Tra i suoi clienti principali figurano Levi Strauss, Abercrombie &amp; Fitch, Coca Cola, Walt Disney, Robe di Kappa, Toys \u2018R\u2019 Us, Warner Bros.<br \/>Ma il vero re dell\u2019appalto globale \u00e8 Benetton. Benetton ha mantenuto il controllo diretto delle fasi a monte e delle fasi a valle, mentre ha affidato a terzi la parte centrale. A monte gestisce la produzione di filati, tessuti, tintoria, stamperia, tramite un gruppo appositamente creato che possiede al 100%. Il suo nome \u00e8 Olimpias e dispone di vari stabilimenti dislocati nel Pratese, nel Salernitano ed anche in Croazia. Olimpias fornisce a Benetton il 60% del suo fabbisogno di tessuto a navetta, il 90% del tessuto maglia in cotone e il 90% del filato di lana cardato e pettinato. Si vocifera che Benetton possieda anche delle piantagioni di cotone in Turchia, ma \u00e8 certo che in Patagonia (Argentina) possiede una tenuta di 900 mila ettari, un\u2019estensione grande come l\u2019Umbria, su cui alleva 300.000 pecore da lana.<br \/>A valle, Benetton gestisce la distribuzione in 120 Paesi tramite 5 mila punti vendita, spesso concessi in licenza a terzi (franchising). Nel mezzo, fra il tessuto e la distribuzione, c\u2019\u00e8 la manifattura dei vestiti che si apre con la progettazione dei modelli e si chiude con la stiratura, passando per il taglio, il cucito, la rifinitura. Ma Benetton non svolge direttamente nessuna di queste funzioni, salvo, forse, la progettazione. Per il resto si avvale di imprese terziste, che impiegano da pochi dipendenti a qualche centinaio.<\/p>\n<p>La nuova strategia di Benetton \u00e8 di spostare la produzione dove i costi sono pi\u00f9 bassi, principalmente Europa dell\u2019Est e Tunisia, ma anche Spagna e Portogallo. I numeri confermano questa tendenza: mentre in Italia gli occupati alle dipendenze delle imprese terziste di Benetton sono 7.400, in Europa dell\u2019Est sono 14.500 e in Tunisia 5.000. L\u2019orientamento \u00e8 di mantenere in Italia la confezione di alta classe, e gli ordini flash che devono essere consegnati in tempi brevi. Invece la produzione di stagione, quella di massa che viene progettata due volte l\u2019anno, \u00e8 inviata in Europa dell\u2019Est e Tunisia.<\/p>\n<p>Il centro logistico di Castrette (Treviso) gestisce ogni anno qualcosa come 110 milioni di capi di vestiario. Oggi \u00e8 affiancato da altri due centri logistici periferici, uno in Ungheria e uno in Croazia, che fanno da intermediari fra Castrette e le aree produttive dell\u2019Europa dell\u2019Est. Da Castrette ricevono tessuti e modelli, forse stoffa gi\u00e0 tagliata, nonch\u00e9 bottoni e tutti gli altri componenti. Poi assegnano il lavoro di assemblaggio alle centinaia di aziende terziste dislocate in Polonia, Romania, Bulgaria, Croazia, Slovenia. A lavoro finito provvedono al ritiro e alla spedizione dei capi a Castrette per gli ultimi controlli di qualit\u00e0 e l\u2019avvio verso i punti vendita.<\/p>\n<p><strong>Calzolai senza frontiere<\/strong><br \/><strong><em>Ma anche le scarpe hanno conosciuto una storia simile.<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Prendiamo uno dei marchi italiani di successo nato negli ultimi anni, Geox. Anche Geox realizza tutta la produzione all\u2019estero, ma si avvale di un sistema misto che comprende stabilimenti propri e stabilimenti terzi. Per la verit\u00e0 gli stabilimenti propri sono solo due, ma producono il 20% dell\u2019intero venduto che ammonta a 10 milioni di paia di scarpe all\u2019anno. Il restante 80% \u00e8 prodotto da una trentina di terzisti, disseminati in Cina, Vietnam, Indonesia e Brasile.<\/p>\n<p>Ai terzisti, Geox appalta le produzioni lunghe, ossia i grandi quantitativi programmati con notevole anticipo, mentre produce in proprio le piccole collezioni di breve durata. La Notech, un\u2019altra societ\u00e0 del gruppo, dall\u2019Ungheria coordina il lavoro dei due stabilimenti che Geox possiede in Europa dell\u2019Est: uno in Romania, l\u2019altro in Slovacchia. Quello slovacco ha solo 500 dipendenti e pu\u00f2 svolgere solo alcune fasi di lavoro, ma quello rumeno ha 1.300 dipendenti e gestisce l\u2019intero ciclo di produzione. Inoltre ha una sezione specializzata nella fabbricazione di suole che lavora a ritmo continuo per rifornire anche i terzisti che producono in Asia e in America Latina.<br \/>Ovviamente la scelta di Geox \u00e8 ricaduta sulla Romania perch\u00e9 qui un\u2019ora di lavoro costa 78 centesimi di dollaro.<\/p>\n<p>Ma per risparmiare ulteriormente, Geox appalta alcune fasi di lavoro, come il taglio e la cucitura, a laboratori circostanti in parte posseduti da investitori italiani, in parte da imprenditori romeni.<\/p>\n<p>I pi\u00f9 grandi fabbricanti di scarpe sportive sono invece nomi a noi sconosciuti come Yue Yuen, Kingmaker Footwear o Feng Tay, gruppi industriali nati a Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, ma ormai multinazionali a tutti gli effetti perch\u00e9 posseggono societ\u00e0 e stabilimenti in molti Paesi dell\u2019Estremo Oriente. Il pi\u00f9 grande in assoluto \u00e8 Yue Yuen, che fa capo alla famiglia Tsai di Taiwan tramite la societ\u00e0 Pou Chen. Yue Yuen, che lavora per Nike, Adidas, Reebok, New Balance e varie altre marche mondiali produce il 17% di tutte le scarpe sportive vendute nel mondo tramite 250.000 dipendenti sparsi in sei stabilimenti, di cui quattro in Cina, uno in Indonesia e uno in Vietnam.<br \/>Lo stabilimento pi\u00f9 grande si trova a Dongguan, una cittadina cinese, a ridosso di Hong Kong.<br \/>Nike vende ogni anno 100 milioni di scarpe per un fatturato di 13,7 miliardi di dollari, e controlla il 33% del mercato mondiale. Ma su un totale di 625.000 persone che nel 2004 lavorano per Nike, solo 24 mila sono suoi dipendenti diretti. Tutti gli altri sono alle dipendenze delle imprese appaltate che ammontano a 731, di cui 490 in Asia e 241 negli altri continenti.<br \/>Fino al 1990, il Paese preferito per trasferire la produzione in appalto era la Corea del Sud. Nel 1988, ad esempio, ben il 68% di tutte le scarpe Nike proveniva da questo Paese. Ma nel 2003 troviamo che la quota della Corea del Sud \u00e8 scesa sotto l\u20191%. Viceversa quella della Cina, dell&#8217;Indonesia, e della Thailandia \u00e8 passata, complessivamente, dal 10 all\u201981%.<br \/>La ragione di questa variazione sta nei salari. Nonostante venti anni di industrializzazione vissuta nella repressione, gli operai sudcoreani e di Taiwan sono riusciti a organizzarsi e a portare i loro salari a livelli che oggi sono 25 volte pi\u00f9 alti di altri paesi asiatici.<br \/>L\u2019esempio di Nike \u00e8 stato seguito da tutte le imprese del settore, Reebok, Adidas, Fila.<br \/>Sul prezzo finale di un paio di scarpe Nike, il lavoro di assemblaggio incide per lo 0,4%, il materiale e le altre spese di produzione per il 9,6%, il trasporto per il 5%. Il resto sono balzelli privati e pubblici: tasse governative 20%, profitti del produttore 2%, pubblicit\u00e0 e marketing 8,5%, progettazione 11%, profitti di Nike 13,5%, quota del rivenditore 30%.<\/p>\n<p><strong>Nati per vendere<\/strong><\/p>\n<p>Il sistema della produzione appaltata in conto terzi \u00e8 utilizzato anche dalle catene della grande distribuzione (Rinascente, Upim, Coin, Oviesse&#8230;) e dagli ipermercati (tra gli altri Coop, Carrefour, Auchan).<br \/>In effetti i principali committenti dei terzisti sparsi per il mondo sono gli operatori della grande distribuzione. Tanto pi\u00f9 che negli Stati Uniti e in Nord Europa operano colossi come Wal-Mart, Gap, Tesco che si collocano ai primi posti nella graduatoria delle multinazionali.<br \/>La loro capacit\u00e0 di vendita \u00e8 cos\u00ec ampia che dispongono in tutto il mondo di migliaia di imprese al loro servizio.<strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p><strong>Dal cotone al sintetico<\/strong><br \/>Il cotone si produce in 90 Paesi e rappresenta la fonte di guadagno per 100 milioni di famiglie. Il maggior produttore \u00e8 la Cina seguita da Stati Uniti, India e Pakistan (nel grafico: i maggiori produttori in termini percentuali). L\u2019insieme dei Paesi africani contribuiscono solo per il 5% alla produzione mondiale di cotone, ma per alcuni di loro, il cotone rappresenta la base dell\u2019economia. Basti dire che rappresenta il 76% delle esportazioni del Ciad, il 67% del Benin e il 57% del Burkina Faso. Solo un terzo del cotone prodotto annualmente \u00e8 collocato sul mercato mondiale, mentre gli altri due terzi sono trasformati localmente . Ad esempio Cina, India e Pakistan esportano pochissimo perch\u00e9 hanno una buona industria tessile. I Paesi africani, invece, esportano quasi tutto ci\u00f2 che producono, perci\u00f2 si collocano al terzo posto, come esportatori, dopo Stati Uniti e Uzbekistan. Nel mondo, le fibre pi\u00f9 utilizzate sono quelle artificiali e sintetiche, che coprono quasi il 60% del consumo totale. Il cotone segue con poco meno del 40%, mentre lana, lino e seta hanno un ruolo del tutto marginale.<strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p><strong>I consigli della campagna<\/strong><br \/>La \u201cGuida al vestire critico\u201d si conclude con una serie di considerazioni su che cosa fare. Ecco una serie di consigli:<\/p>\n<p>1) Pratica la sobriet\u00e0, e cio\u00e8 \u201criduci, ripara, riusa\u201d.<\/p>\n<p>2) Compra dignitoso, quindi tieni d\u2019occhio l\u2019etichetta (il Made in\u2026) e non fidarti solo delle certificazioni.<\/p>\n<p>3) Compra equo (ormai sono molte le filiere di commercio equo dedicate all\u2019abbigliamento per bambini e per adulti, spesso con tessuti biologici).<\/p>\n<p>4) Compra sostenibile (cio\u00e8 biologico) e democratico (evitando le industrie che producono anche per gli eserciti o hanno sedi in paradisi fiscali per non pagare le tasse).<\/p>\n<p>5) Infine: partecipa alle Campagne.<\/p>\n<p>In particolare: Il segretariato internazionale della Clean Clothes Campaign \u00e8 un punto di riferimento anche per i sindacati del Sud del mondo che lo interpellano ogni volta che si verificano degli abusi gravi che devono essere risolti con urgenza. Si tratta di un gruppo di intervento via internet formato da persone ed associazioni disponibili ad attivarsi ogni volta che giunge una richiesta di sostegno.<\/p>\n<p>Fonte: www.altreconomia.itt &#8211; pubblicato su : http:\/\/www.promiseland.it\/view.php?id=1649<\/p>\n<p>Per maggiori informazioni:<br \/>www.abitipuliti.org<br \/>www.cleanclothes.org<br \/>www.china-labour.org.hk<br \/>Tratto da www.altreconomia.it<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><span style=\"font-size: 14pt;\">La scheda del libro:<\/span><\/p>\n<p>Guida al Vestire Critico<\/p>\n<p>Autore: Centro Nuovo Modello di Sviluppo<\/p>\n<p>Editore: Emi &#8211; Editrice Missionaria Italiana<\/p>\n<p>Data pubblicazione: Marzo 2006<\/p>\n<p>Tipo: Libro<\/p>\n<p>Pagine: 351<\/p>\n<p>Formato: 14&#215;21<\/p>\n<p>Categorie: Critica sociale<\/p>\n<p>Il mercato dell\u2019abbigliamento \u00e8 inondato da prodotti diversi per colore, stile, marca e qualit\u00e0, ma quasi tutti uguali per le condizioni di lavoro ingiuste, umilianti e oppressive in cui sono realizzati. \u00c8 quindi estremamente difficile applicare il consumo critico, perch\u00e9 le imprese seguono la stessa strategia: delocalizzare la produzione in paesi in cui lo sfruttamento del lavoro minorile, il divieto di organizzazione sindacale, i salari al di sotto della soglia di povert\u00e0 e le condizioni di lavoro disumane e insalubri sono all\u2019ordine del giorno. D\u2019altro canto, le esperienze del commercio equo in materia di abbigliamento sono appena agli esordi o in fase di perfezionamento.<\/p>\n<p>Come fare, allora, per non rendersi pi\u00f9 complici dello sfruttamento che si cela dietro a ci\u00f2 che indossiamo ogni giorno? L\u2019obiettivo che si pone questa Guida \u00e8 quello di far conoscere la complessit\u00e0 del settore, divulgare le informazioni disponibili sulle imprese pi\u00f9 in vista e fornire ogni possibile traccia per poter orientare gli acquisti verso prodotti ottenuti nel rispetto dei diritti, dell\u2019equit\u00e0, della sostenibilit\u00e0. Tenendo presente che, nel campo dell\u2019abbigliamento e delle calzature, la prima e forse unica vera arma finora nelle mani dei consumatori per contrastare lo strapotere delle multinazionali \u00e8 l\u2019essenzialit\u00e0, ovvero ridurre i consumi.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nelle trame dei jeans che indossiamo, o nelle scarpe che portiamo ai piedi, si cela un mondo di sfruttamento che sfugge ai nostri occhi. 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