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28 febbraio 1975 – A Roma veniva ucciso Mikis Mantakas

 

 

“Muore giovane chi è caro agli Dei”
Menandro

A volte spero davvero che il commediografo ateniese abbia ragione; spero davvero che ci sia un posto, oltre la morte, dove i torti, il dolore e le ingiustizie subite in questa vita vengano in qualche modo azzerate e ripagate.

E’ questa, difatti, la sola tenue speranza che ci porta a ricordare e commemorare una lunga serie di eventi della storia dell’uomo, dalle stragi più atroci ed indiscriminate che hanno colpito intere popolazioni fino a delitti molto meno sanguinosi, ma non per questo meno crudeli.

Oggi, in particolare, – dice Andrea su uno dei tanti blog che in questio giorni sono pieni del triplice “presente” o dei ricordi di quegli anni – il nostro anelito di speranza è dedicato al ricordo di Mikis Mantakas, che come tanti aktri ragazzi, sì, prima ancora che militanti persero la vita in quegli anni, e primo fra tutti i ricordi vanno a Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni e Franco Bigonzetti: avrebbero avuto tutta la vita davanti, un’intera esistenza che a loro è stata negata dal bruciante gelo delle pallottole.

Dobbiamo sperare che per loro ci sia stato un futuro migliore in un altro luogo, lontano dall’orrore che ha segnato la loro morte, decretata solo per il fatto di essere militanti del MSI, militanti fascisti.

Il 28 febbraio 1975, a via Ottaviano, Roma, veniva assassinato Mikis Mantakas, ventiduenne studente greco, figlio di antifascisti che hanno abbandonato il proprio Paese, ma nondimeno avviatosi sulla strada giusta e pertanto iscritto al Fuan.

In quei giorni era in corso il processo di primo grado contro Achille Lollo, uno degli assassini dei fratelli Mattei, arsi vivi nella strage di Primavalle.

Un massacro aberrante commesso da figli dell’alta borghesia romana nei confronti di un ragazzo e di un bambino di un quartiere popolare, colpevoli di essere fascisti e, in quanto tali, degni di essere eliminati.

In nome, ovviamente, della “lotta di classe” e della “dittatura del proletariato”.

Nei giorni precedenti, l’aula del tribunale in cui si celebrava il processo era stata contesa tra gli amici delle vittime e i sostenitori dell’assassino.

Un plotone di fuoco si presentò a prima mattina davanti a piazzale Clodio, sede del tribunale, e sparò sui G.O. di via Sommacampagna ma miracolosamente senza fare vittime.

L’azione si ripeté poco dopo davanti alla sede del Msi Prati; i difensori della sezione assalita dai complici di Lollo, usciti per fronteggiarli, vennero bersagliati da colpi di pistola. Mikis fu colpito alla testa, il proiettile gli esplose il cervello.

Uno dei partecipanti all’omicidio, Fabrizio Panzieri, fu catturato praticamente sul posto; ma la magistratura di allora, fedele alla linea che andava di moda, lo rilasciò.

Più tardi Panzieri verrà condannato per l’appartenenza alle formazioni armate dell’Ucc ma riparerà in Africa e poi in America Centrale.

Con Panzieri, condannato in  contumacia ad una pena irrisoria anche per “conocorso morale” per l’assassinio di Mikis, sarà identificato e condannato, sempre in contumacia, Alvaro Lojacono che, intanto, è passato alle Brigate Rosse e che sarà poi condannato, sempre in contumacia, all’ergastolo per la strage di via Fani.

Lojacono se la caverà in quanto, come cittadino svizzero, non verrà estradato in Italia né dalle autorità elvetiche né in seguito da quelle francesi.

Una decina d’anni orsono, mentre si trovava in stato di fermo in Corsica,  lasciò trapelare che poteva rilasciare qualche “rivelazione” scomoda su figure prestigiose.

Lasciò infatti comprendere che sarebbe stato aiutato a lasciare l’Italia, via l’Algeria, da stretti ed influenti amici di suo padre, alto dirigente napoletano del partito comunista.

Quale che sia la consistenza della “rivelazione” minacciata da Lojoacono, di sicuro c’è che gli assassini di Mikis Mantakas, come quelli dei fratelli Mattei, come quelli di Ciavatta, Bigonzetti e Recchioni, come quelli di Zicchieri, come quelli di tanti altri, praticamente di tutti i fascisti, sono rimasti impuniti.

Per avere un’idea del come e del perché è indispensabile leggere “Acca Larentia quello che non è stato mai detto” ad opera di Valerio Cutonilli e Luca Valentinotti, per le edizioni Trecento.

Libri

Luca Telese ricostruisce in «Cuori neri» i ventuno delitti di cui furono vittime giovani di destra

L’altro Sessantotto.
La faccia nascosta degli anni Settanta.
La metà taciuta della memoria intera.
Cuori neri, monumentale libro da 800 pagine e tre anni di lavoro, è un’opera sotto certi aspetti definitiva: le storie dei ventuno militanti del Msi assassinati tra il 1970 — Ugo Venturini, colpito alla testa da una bottiglia mentre proteggeva Almirante in un comizio a Genova («forse l’ho tirata io» racconta ora Carlo Panella, giornalista Mediaset ed ex dirigente di Lotta continua) — e il 1983 — Paolo Di Nella, fascista ventenne assistito in agonia dal presidente partigiano Pertini— vi sono ricostruite fin nei minimi dettagli.
Sotto altri aspetti, però, Cuori neri riapre un capitolo ancora da scrivere.
Perché getta una luce talora inquietante sulla disonestà intellettuale e sull’oblio, su ventuno morti «demonizzati dai loro nemici e dimenticati da tutti gli altri», spesso vittime anche di un’accurata opera di rimozione e talora mistificazione, di cui l’autore accusa una parte non secondaria della sinistra: l’assassino non può essere un compagno, dev’essere stata una faida interna tra fascisti (accade per i fratelli Mattei, per Carlo Falvella, per Graziano Giralucci eGiuseppe Mazzola prime vittime delle Br, per Mario Zicchieri, per Mikis Mantakas). E a rendere se possibile più interessante il quadro è il fatto che l’autore non ha ancora 36 anni, quindi non appartiene alla generazione di cui scrive, né condivide la formazione intellettuale e politica dei «cuori neri».
Luca Telese ha invece una storia di sinistra, è stato capufficio stampa di Rifondazione, ha scritto sul manifesto e sull’Unità, ora lavora al Giornale ma i suoi due primi libri sono biografie di Cofferati e di Lula.
Dalla campagna innocentista per Lollo, Sclavo e Grillo condotta da intellettuali talora consapevoli della loro colpevolezza per il rogo di Primavalle, a quella meno nota ma altrettanto incredibile — riletta con gli occhi di oggi —in favore dell’assassino di Carlo Falvella, che mentre è in carcere per omicidio vince il premio Viareggio per le sue poesie politiche (e viene accostato da Giorgio Caproni, Camilla Cederna e Alberto Moravia ora a Ungaretti, ora a Gozzano, ora a Gramsci); dal surreale dibattito seguito alla morte di Stefano Cecchetti, figlio di comunisti, reo di frequentare il bar dei neri (i militanti scrivono a Lotta continua o telefonano a Radio Onda Rossa: «Chi se ne frega se era o no fascista, lui lì non ci doveva stare»), alle solidarietà che ancora a fine anni Ottanta vengono riservate agli assassini di Ramelli.
«Fantasmi del passato: arresti in Dp per l’antifascismo di dieci anni fa» titola Reporter. Il manifesto ironizza sul giudice Salvini, oggi molto apprezzato a sinistra ma di cui allora Giovanna Pajetta scrive che «su Salvini circola una battuta: è occupato, sta firmando un mandato di cattura contro se stesso». E il mite Mario Capanna: «La mobilitazione antifascista di quegli anni è troppo importante per poter essere lasciata stravolgere da un’inchiesta giudiziaria».
Indimenticabile poi l’arringa dell’avvocato Pecorella, oggi legale e deputato di Berlusconi, che difendendo uno degli aggressori del bar Porto di Classe (il gruppo è lo stesso dell’omicidio Ramelli, che stavolta ha lasciato sul terreno un ragazzo destinato a restare paralizzato) sostiene: «Togliere spazio e agibilità ai fascisti non è un reato,ma una legittima applicazione di un principio costituzionale (…).
Come si vede, dunque, anche assaltare un bar poteva avere un fine di alto valore morale e sociale». Telese racconta con uno stile molto personale, talora enfatico ma sempre efficace, sommando testimonianze raccolte di prima mano, cronache dell’epoca, atti giudiziari, volantini, slogan, canzoni, racconti dei protagonisti e dei loro parenti, amici, eredi. C’è Cossiga che sfugge a un’agguato dei Nar a Porta del Popolo, e rivela di aver coperto e forse salvato il capitano Sivori, l’agente che ad Acca Larentia spara sui missini in rivolta davanti ai cadaveri di due camerati e ne uccide un terzo, Stefano Recchioni (l’allora ministro dell’Interno dispone che sia mandato in vacanza per sottrarlo alla rappresaglia).
Ci sono i ragazzi neri diventati deputati di An, alcuni dei quali non hanno perso nulla dell’antica tracotanza (come l’onorevole neoborbonico Losurdo che racconta sghignazzando di quando dai tetti di Pavia sparò razzi sulla folla che ascoltava il comizio di Alekos Panagulis, avversario dei colonnelli greci).
C’è Assunta Almirante, che entra in scena nei ricordi dei militanti sbigottiti «con una specie di tunica con le frange, una roba un po’ etnica, oggi si direbbe fricchettona».
E c’è il marito Giorgio, di cui non si tacciono gli aspetti che possono apparire odiosi—a cominciare dalla spedizione contro l’università occupata nel 1968—ma che in molte pagine del libro giganteggia.
Interrompe la campagna elettorale per vegliare Venturini ferito, poi porta a vivere per anni a casa sua il figlio Walter; paga sino alla morte — e all’insaputa di donna Assunta — un vitalizio alle famiglie Giralucci e Mazzola; invita a cena i genitori di Falvella (il padre morirà suicida); il più piccolo dei fratelli Mattei e la sorella di Mario Zicchieri raccontano di lui come di una persona di famiglia; e quando all’autogrill di Cantagallo (Bologna) i camerieri comunisti si rifiutano di servirlo, mentre il seguito strepita e minaccia — e qualcuno organizzerà una spedizione punitiva — Almirante si alza senza una parola e rasserena la moglie: «È normale, è la battaglia politica».
Alla sua ombra cresce un giovane Gianfranco Fini, già allora il più intelligente, anche se ai camerati appare più che altro pavido: così lo aggrediscono quando si oppone alla rappresaglia per la morte di Mantakas.
In via Acca Larentia c’è anche lui, ma non in giaccone militare, in mimetica o in maglione come gli altri; con un impermeabile bianco (e viene colpito alla gamba da un candelotto lacrimogeno sparato dagli agenti).
Ma quando appare la firma dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, Fini scrive sulla rivista Dissenso che «potrebbe essere una sigla inventata dal regime»; e nell’anniversario di Acca Larentia è lui, con Gasparri e Urso, a insistere per tenere comunque una manifestazione vietata, a prezzo della vita del giovane Alberto Giaquinto e contro la volontà di Fioravanti e Mambro (che racconta di aver condannato per questo Urso a morte, senza avere il coraggio di eseguire la sentenza.
«Davvero? Ma se veniva a mangiare la pasta alla norma a casa mia!», sobbalza il viceministro quando Telese intervistandolo glielo racconta).
Poi ci sono loro, i «cuori neri».
Raffigurati com’erano: talora criminali, talora innocenti; talora decisi a mimare la guerra civile dei padri, talora ansiosi di trovare un ponte con i coetanei di sinistra.
Anche perché alcuni erano cresciuti nelle loro fila. In un elenco che forse qualcuno tenterà di smentire, Telese annovera Gianni De Michelis, i deputati diessini Massimo Brutti e Vincenzo Siniscalchi, Mario Moretti, Renato Curcio, il cantante Sergio Caputo. Enrico Montesano esordisce nel «varietà di destra» di Pingitore su raccomandazione del padre, portiere nel palazzo dove ha sede l’Msi.
E Michele Placido racconta di aver fatto politica nella Giovane Italia: «Nessuno finora me l’avevamai chiesto; altrimenti avrei detto la verità».
Il libro di Luca Telese, «Cuori neri» Sperling & Kupfer
Aldo Cazzullo

 

ACCA LARENZIA. QUELLO CHE NON E’ STATO MAI DETTO

Di Valerio Cutonilli e Luca Valentinotti

A distanza di oltre tre decenni, l’eccidio di via Acca Larenzia non ha colpevoli.

Restano ignoti gli assassini di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Così come per la giustizia italiana non ha un volto il responsabile dell’omicidio di Stefano Recchioni, avvenuto poche ore dopo l’attentato.

Questo libro rappresenta un tentativo di saldare il debito di verità che ogni uomo libero ha contratto la sera del 7 gennaio ’78.  L’inizio somiglia quasi a un racconto. Viene ricostruita nel dettaglio l’ultima giornata delle vittime e di quanti sono sopravvissuti all’attentato.

Emergono sullo sfondo i mille incroci del destino che hanno accompagnato i tre ragazzi del FDG all’appuntamento con la morte. La tragedia di Acca Larentia comincia nei primi giorni del ’78 ed è avvolta nel clima avvelenato degli anni di piombo.

L’attesa del compromesso storico pare non essere neppure turbata dall’opera di macelleria umana consumata al Tuscolano. Ma gli spari di quella serata, rimasti sordi agli orecchi della classe politica italiana, riesploderanno con maggior fragore solo due mesi più tardi. Il 16 marzo ’78, con l’agguato brigatista di via Fani, la storia italiana devia improvvisamente il suo corso.

Il libro, a un certo punto, sembra quasi cambiare pelle. Si trasforma in un’inchiesta che parte dallo studio della sigla usata per la rivendicazione.

Chi sono i Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale?

L’ennesimo gruppetto di terrorismo diffuso sorto e sciolto in poche settimane?

Oppure dietro i NACT agisce una struttura ben più articolata che compie attentati a Roma, contro i giovani di destra, sin dall’inizio degli anni settanta?

Dalle ricerche effettuate negli archivi storici del Tribunale di Roma sono emerse verità clamorose. Molte cose non ci sono state mai dette sull’eccidio di via Acca Larentia.

Troppe. A partire dal percorso compiuto dalla famigerata Skorpion, la pistola mitragliatrice usata nell’attentato e poi scomparsa nel nulla per molti anni. 

Ma non solo. Dalle informative che la Questura di Roma inviò all’epoca all’Ufficio Istruzione si apprende l’esistenza di una pista sconosciuta all’opinione pubblica.  Una pista che poi troverà conferma nelle deposizioni rese in altri processi da alcuni protagonisti del terrorismo rosso.

Dichiarazioni esplicite che compongono un mosaico piuttosto nitido. Solo che nessuno, fino ad oggi, ce l’ha voluto far vedere.

 

Nicola Rao si immerge negli Anni di Piombo vissuti a destra

di Andrea Curreli

Negli anni Settanta nelle strade di Roma e in quelle di molte città d’Italia si spara per uccidere.

La violenza politica è lentamente scivolata dagli scontri armati di bastoni agli agguati a colpi di pistola. Una sorta di Selvaggio West che è stato consegnato alla storia con la dicitura di “Anni di piombo”. La lotta armata è ormai una realtà consolidata a sinistra quando anche i neofascisti decidono di percorrere questa sanguinosa strada.

La svolta armata di Concutelli e quella molto più dura dei Nuclei Armati Rivoluzionari sono il tema portante del libro Il piombo e la celtica (Sperling&Kupfer editore, 2009) scritto da Nicola Rao. Il testo è l’ultimo atto della “trilogia della celtica” (La fiamma e la celtica del 2006 e Il sangue e la celtica del 2008) e conclude la vasta analisi condotta dal giornalista sul neofascismo italiano dalle origini ai giorni nostri.

Può descrivere il quadro politico che l’Italia viveva nei cosiddetti “Anni di Piombo”?

“Nella metà degli anni Settanta il Paese è in fibrillazione. L’Italia appartiene all’Alleanza Atlantica, ma è una zona di frontiera nel quale si contrappongono due visioni del mondo completamente diverse. E’ anche il Paese con il più grande partito neofascista, il MSI, e il più grande partito comunista del mondo occidentale. Per questo si vivono grandi paure: da un lato quello che l’Italia diventi comunista e dall’altro che ci sia una svolta totalitaria di destra con un colpo di stato. In questo clima nelle grandi città inizia una guerra civile minore che ha per protagonisti i più giovani e come campi di battaglia le strade, le scuole e le università. Roma è la città più violenta anche perché qui il numero dei neofascisti è abbastanza grosso da poter reagire”.

Quindi conferma la teoria di Mario Fioravanti, papà di Valerio e Cristiano, che ha sempre sostenuto che se i suoi figli fossero vissuti in un’altra città diversa da Roma probabilmente non sarebbero divenuti terroristi

“Per 12-13 anni Roma è stato un campo di battaglia prima tra bande opposte, poi tra giovani e servitori dello Stato”.

Come si arrivò a quel punto e di chi furono le responsabilità?

“Se un fenomeno storico viene analizzato a freddo, è possibile stabilire chiaramente dinamiche e concatenazioni. Ma sei stai dentro questo fenomeno è molto più complicato. Centinaia di ragazzini che giravano per strada armati riuscivano a passare inosservati. Sembra assurdo oggi ma questo era il clima allora. I Nar erano noti a molti nell’ambiente, ma rappresentavano un mistero per i magistrati. Mario Amato ad esempio non avendo alcun elemento sui Nar ipotizzò una unitarietà e una sorta di cupola a destra che in realtà non esisteva”.

Il giudice Amato fu ucciso dai Nar, quando i neofascisti decidono di sparare contro lo Stato?

“I Nar hanno iniziato colpendo gli avversari, ma poi Valerio Fioravanti decise di fare il salto di qualità ed emulare le Brigate Rosse nella lotta allo Stato. I Nar volevano così dimostrare di essere rivoluzionari e antiborghesi. Al tempo stesso volevano prendere le distanze dagli stragisti e da coloro che avevano avuto rapporti con lo Stato. Il risultato è stato che alla fine della loro storia combattevano una guerra privata contro l’antiterrorismo”.

La lotta armata al sistema venne teorizzata prima dei Nar da Pierluigi Concutelli

“Concutelli è considerato dagli stessi Nar il loro padre politico. Il suo percorso inizia come quello di tanti neofascisti con gli scontri con i compagni, il mito del principe Borghese, la militanza nel Msi per poi arrivare all’esperienza in Ordino nuovo. E’ il primo insieme a Mario Tuti a indicare nelle Br un modello da imitare. Per questo nel 1976 uccide il giudice Vittorio Occorsio, il pm del processo sul Movimento Politico Ordine Nuovo. E’ una scheggia impazzita, ma anche un uomo con una forte personalità . Voleva dimostrare che anche i fascisti, in quanto rivoluzionari, fanno la lotta armata”.

Oggi sarebbe difficile immaginare che coesistessero nelle stesse sezioni romane i Fini o gli Urso e i Fioravanti

“E’ successo anche a sinistra. Ma la vicinanza fisica non coincide con un comune modello di vita. Dubito che Almirante o Romualdi approvassero una scelta di quel tipo e questo è testimoniato dalla richiesta della pena di morte per i terroristi e dall’invocazione alla massima durezza nei confronti dei terroristi neri”.

In più parti del suo libro diversi intervistati mettono in discussione la sentenza della strage di Bologna che condannato Fioravanti, Mambro e Ciavardini perché esecutori materiali. Qual è il suo giudizio?

“Tendo a escludere che siano i Nar gli esecutori della strage di Bologna del 2 agosto 1980. I Nar sono divenuti assassini per seguire una rottura plateale con la vecchia destra stragista e per essere contro lo Stato e non al suo servizio. Non ha senso dal punto di vista storico e politico che un gruppo terroristico che è nato con questa idea poi decida di fare una strage. Anche dal punto di vista giudiziario, la testimonianza di Massimo Sparti appare insufficiente per condannare una o più persone per una strage di questa portata”.

Facendo un parallelo con il terrorismo rosso, quello di matrice neofascista sembra più una reazione contro i compagni che ammazzavano i camerati e contro lo stato che in qualche modo tollerava

“Ci sono tre elementi che distinguono il terrorismo nero da quello rosso. Sicuramente fu un terrorismo di reazione. Erano anni in cui l’antifascimo militante era un pensiero dominante che portava a definire malato chi si definiva di destra o fascista. Quando la violenza esplode, e in quegli anni era arrivata ai massimi livelli, è difficile dire chi abbia iniziato. Gli altri elementi sono poi l’emulazione verso le Br e la ricerca di discostarsi dalla vecchia destra. Questi sono gli elementi principali ma ce ne sono anche altri”.

Quali sono?

“L’età media dei militanti dei Nar era molto bassa.

Basta pensare che quando Valerio Fioravanti viene arrestato ha solo 23 anni ma ha commesso moltissimi crimini. I militanti rossi hanno 10 o 15 anni in più. Questo spiega anche la differente consapevolezza politica dei brigatisti e la pochezza politica e culturale dei Nar. I Nar sono stati un fenomeno limitato nel tempo e nello spazio. Infine le Brigate rosse avevano l’obiettivo preciso di abbattere il sistema per costituire uno stato comunista. Quella dei Nar è stata una guerra nichilista”.

 

UNA RECENSIONE ORIGINALE “IL PIOMBO E LA CELTICA” DI MARCO PALOMBI IN UNA LETTURA FILOSOFICA ONIRICA DEL LIBRO.

Accade a volte nella vita di una nazione, se è lecito al proposito parafrasare il Gadda di ‘Eros e Priapo’, che ”un cupo e scempio Eros” prevalga ‘’sui motivi di Logos”.

E ancor peggio: di come pure Eros finisca per voltarsi in Priapo, copra cioè lo spazio che passa da giovane potenza creatrice, per quanto un po’ ottusa, a libidine senescente, oscena, puramente teatrale e perciò sterile.

A pensarci bene è forse questo l’aspetto che prima balza agli occhi leggendo ‘Il piombo e la celtica’, ultimo atto della trilogia (dopo i precedenti lavori ‘La fiamma e la celtica’ e ‘Il sangue e la celtica’) che il giornalista del Tg2 Nicola Rao ha dedicato all’estrema destra, quella politica e quella armata, del dopoguerra.

Il sogno allucinato di quanti tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta parlavano di rivoluzione nazionale, pensando di poterla fare insieme ai colonnelli, a qualche barba finta e ai settori più reazionari del potere economico era ancora un sogno politico intimamente incoerente, ispirato solo dallo spettro comunista aggirantesi- comme il faut- per l’Europa, ma all’interno di un solco politico e culturale, il Logos appunto, ben presente nella storia continentale.

A un certo punto tutto questo, quasi di colpo, non esiste più ed è da allora, più o meno alla metà degli anni Settanta, che riprende il racconto interrotto da Rao nel suo libro precedente:chi cerchi una logica a quel che legge che non stia nelle ragioni personali, le più disparate peraltro, di chi agisce non riuscirà a trovarla, chi cerchi politica ancor meno, sempre meno con lo scorrere degli eventi.

L’impulso che spinge le nuove leve della destra armata, in odio ai ‘tramoni’ delle generazioni precedenti, allo scontro frontale e omicida con la realtà è un atto di ribellione tanto disperato quanto stupido, eppure creativo nel momento in cui sceglie come obiettivo in primo luogo se stesso, la propria storia. E’ Eros. E’ il momento, dopo i fasti più sanguinari dell’antifascismo militante e modaiolo, in cui comincia l’incubazione di quella piccola tribù che diventeranno i Nar e, accanto a loro, spesso insieme a loro, il gruppo di via Siena e l’ultimo rivolo ‘politico’ rappresentato da Terza Posizione.

Nel racconto di Rao si susseguono un po’ a casaccio- ma accaddero a casaccio- violenze di strada, sparatorie, omicidi, ’salti al bancone’ (rapine in banca), vendette per strada e in carcere in un susseguirsi psicotico in cui basta un sospetto, un ’si dice’, il venticello della calunnia a scatenare l’assassinio, non di rado nel corpo della persona sbagliata.

Non è mai chiaro in questa soria perchè e a quale fine le cose accadono.

Francesca Mambro, riferendosi al massacro del capitano Francesco Straullu e del suo autista, spiega:”Ormai io andavo avanti più che altro per mostrare a Valerio e agli altri che erano dentro che non ci eravamo dimenticati di loro, che eravamo ancora forti.

Certe cose, in realtà, le abbiamo fatte più per questo che per altro”. Messa così, non è un caso che quella storia si sia conclusa in un vortice di pentimenti spesso poco attendibili e quasi mai disinteressati.

Il momento creativo di quella violenza, peraltro, durò solo un attimo, forse quello prima del primo sparo: in un mattino Eros si era già voltato in Priapo. Il mucchio selvaggio però perdura, osceno e intollerabile, per qualche anno: il tempo di portare a perdersi altri ‘pischelli’ e nella bara altre vittime. Fino alla sparatoria e ai morti insensati di Alessandria (1985), fino alle rapine degli anni ‘90 che ‘Il piombo e la celtica’ sfiora con l’appendice dedicata alla morte di Elio Di Scala, Kapplerino. Una corsa all’ombra di Priapo. E’ una metafora, certo. ma è anche larga parte della storia umana.

Marco Palombi, ‘Il Foglio’ del 30-10-2009

E I RAGAZZINI SI DIEDERO ALLE ARMI…DA OGGI IN LIBRERIA ‘IL PIOMBO E LA CELTICA’, IL TERZO VOLUME SUL NEOFASCISMO DI NICOLA RAO. L’AUTORE RACCONTA IL TERRORISMO NERO E LO SPONTANEISMO ARMATO FACENDO PARLARE I PROTAGONISTI DELLA STAGIONE DI TRAGICA VIOLENZA POLITICA SVOLTASI TRA  IL 1976 E IL 1983.

L’autore, Nicola Rao, spiega nell’introduzione che l’idea di questo suo ultimo lavoro viene da lontano:”Ha cominciato a frullarmi per la testa fin da quando ho mosso i primi passi nel giornalismo, alla fine dell’86.

Ma l’accarezzavo già prima.

A far scattare la molla era stato un libro di Giorgio Bocca pubblicato nel marzo 1985. Si intitolava ‘Noi terroristi. 12 anni di lotta armata ricostruiti e discussi con i protagonisti’.

Una delle più prestigiose firme del giornalismo italiano aveva tentato (e realizzato) un’operazione incredibile: descrivere il terrorismo (rosso in quel caso) con le parole di chi lo aveva vissuto direttamente…’.

Cosa ne emergeva? ‘Ne fuoriusciva – riconosce Rao – anche il ritratto di una generazione di militanti politici che avevano portato al limite estremo l’eredità della guerra civile e della Resistenza.

Di giovani che, in alcuni casi, avevano semplicemente realizzato quello che molti, troppi intorno a loro e prima di loro avevano predicato e teorizzato. L’avversario politico visto come un nemico da abbattere, l’altro da sè (che fosse un servitore dello Stato, un politico democristiano, un giovane militante di destra poco importava) non percepito come una persona, ma solo come un simbolo da annientare. E poi la spaventosa approssimazione con cui talvolta venivano decisi a tavolino gli omicidi o le gambizzazioni, l’amore quasi maniacale di alcuni di loro per le armi da fuoco, un desiderio di distruzione e autodistruzione che rasentava il nichilismo’.

Da queste impressioni l’idea di Rao di compiere un’operazione analoga su una vicenda parallela e tutta italiana che pochi davvero conoscevano e avevano potuto interpretare nel verso giusto: quella del terrorismo nero e dello spontaneismo armato. Se infatti la cosiddetta lotta armata di estrema sinistra (quella delle Br, di Prima Linea etc) è stato un fenomeno espressosi anche altrove, si pensi solo alla Germania della Baader-Meinhof, il terrorismo di destra è stato un fenomeno manifestatosi soltanto nel nostro Paese e che, anche per questo, va adeguatamente raccontato e spiegato. ‘Un terrorismo- precisa Rao- minore, poco conosciuto e indagato. Un terrorismo spontaneo, di strada, animato da giovani, in molti casi addirittura minorenni, che ha avuto, fondamentalmente, come scenario, la Capitale’.

Da tutto questo nasce quindi ‘Il piombo e la celtica’. Storie di terrorismo nero: dalla guerra di strada allo spontaneismo armato’ (Sperling&Kupfer, pp480, 16 pagine a colori con foto inedite, euro 18,00), da oggi in tutte le librerie.

Un libro che conclude la trilogia sul neofascismo dell’autore- dopo i precedenti ‘La fiamma e la celtica’, la storia politica, culturale e umana della destra dal ‘45 al 2006 e ‘Il sangue e la celtica’, sugli anni sessanta e i primissimi settanta, la stagione della cosiddetta ’strategia della tensione’- e che,stavolta, rivela come storicamente appropriato il riferimento al simbolo della celtica come segno di un’epoca quale quella che va dai primi anni settanta al 1982.

Non a caso nel libro, intervistato dall’autore, Biagio Cacciola- presidente del Fuan, l’organizzazione degli universitari di destra, a Roma tra il 1976 e il 1979- ricorda come, a partire dal ‘77, quel simbolo cominciò a diffondersi tra i giovani di destra non solo a Roma: fino a quel momento usata soprattutto dagli ambienti rautiani che premevano sulla rottura con il vecchio neofascismo nostalgico, ‘verrà accostata automaticamente, tra i neofascisti romani, al Fuan.

Tanto che molti pischelli della Capitale finiranno per ribattezzarla la ‘fuanina’ o la medaglietta del Fuan e i muri di Roma saranno, per molti anni, riempiti di scritte con una croce celtica e la sigla Fuan ai quattro angoli del simbolo’.

E per dirla tutta, nonostante quel simbolo fosse- come dimostrano con evidenza anche alcune fotografie a colori allegate al libro di Rao- sempre in primo piano negli striscioni e nelle bandiere presenti ai comizi di Almirante, a un certo punto i vertici del Msi arrivano, con tanto di circolari interne, a interdirne l’uso.

E il motivo fu proprio la presenza di un manifesto con la croce celtica nelle fotografie diffuse sui giornali dopo il ritrovamento di un appartamento-covo di terroristi di destra.

Un testo assai utile, quindi, questo ‘Il piombo e la celtica’ perchè consente per la prima volta in maniera completa ed esaustiva, di ripercorrere la vicenda dei protagonisti di quella stagione attraverso un’ampia documentazione, testimonianze dirette e inedite e un ritmo narrativo che consente di leggere le quasi cinquecento pagine come se si trattasse di un action movie.

Sinora d’altronde, a questa vicenda non erano dedicati troppi libri: il best seller ‘A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti0, scritto dal giornalista Giovanni Bianconi e pubblicato nel lontano 1992,e i due libri consecutivi ‘Destra estrema e criminale’ del 2007 e ‘Neri!’ dello scorso anno, scritti a quattro mani da Mario Caprara e Gianluca Semprini per la Newton Compton.

Bibliografia a cui si potrebbe aggiungere, ma come trasposizione letteraria, il romanzo ‘Il sogno cattivo’ di Francesca D’Aloja edito da Mondadori tre anni fa, l’unico caso in cui l’esperienza dello spontaneismo armato è stata in qualche modo assunta a materia d’ambientazione narrativa.

Il libro di Nicola Rao ha il merito, quindi, di squarciare il velo di una difficoltà giornalistica- e forse pure storiografica- ad afferrare fino in fondo l’universo di riferimento e il contesto sociale e politico che, solo, possono davvero spiegare i fatti raccontati.  Intanto, la scelta di aprire il saggio con due cartine di Roma corredate dalle date e dai riferimenti di tutta una serie di vicende che vanno grosso modo dal 1971 al 1983 spiega- da subito- che la cosiddetta guerra per bande e la successiva fase dello spontaneismo armato sono questioni soprattutto romanocentriche con una sola grande appendice su Milano.

Ci sono poi riferimenti a Trieste, al Veneto, alla Sicilia, a Torino e qualche altro squarcio in altre aree, ma finalmente viene spiegato una volta per tutte che quel clima sanguinoso e tragico non è stato percepito allo stesso modo in tutta Italia ma ha avuto il suo acme e quasi tutta la sua manifestazione nelle due grandi metropoli del Paese.

E Rao riesce, oltretutto, a dare ragione del contesto che, a un certo punto, fece impazzire tutto.

‘Nelle prime ore del mattino del 27 ottobre 1972, molte zone di Roma e dintorni- leggiamo nelle prime pagine de ‘Il piombo e la celtica’- sono illuminate dagli incendi contemporanei di ben otto sezioni del Msi.

Bruciano la sezione Flaminio e quella di Montesacro. Saltano in aria anche le sezioni di Talenti, del Tufello, di viale Marconi e di Torpignattara.

Vengono date alle fiamme le sezioni delle vicine Grottaferrata e Ciampino.

Che ci sia una regia unica dietro quegli attentati non c’e’ombra di dubbio.

I colpevoli non verranno mai individuati, ma dopo quella notte, a Roma nulla sarà più come prima.

I militanti missini, incattiviti, reagiranno con pestaggi e violenze, alle quali risponderanno i gruppi piu’ duri dell’ultrasinistra, alzando il tiro…’. Vale la pena di leggere anche le successive annotazioni di Rao secondo cui alcuni anni dopo le rivelazioni (anche se mai provate) del colonnello Antonio Viezzer, ex ufficiale del Sid, il servizio segreto militare, indicheranno negli ambienti dei servizi gli autori degli attentati.

Il motivo? ‘La volontà di attribuirne la responsabilità ai rossi per alimentare la strategia della tensione e dare forza agli opposti estremismi.

Cosa puntualmente avvenuta’.

Rao racconta, quindi, l’escalation dell’antifascismo militante, dal rogo di Primavalle dell’aprile 1973, alla ‘battaglia’ di San Giovanni di Dio del dicembre 1974, in cui l’impegno dei missini di difendere l’agibilità di un comizio di Pino Rauti- Almirante era d’accordo, se si andava avanti così si sarebbe proceduto alla chiusura di tutte le sezioni della Capitale-  sfocia in una serie di incidenti. ‘24 feriti, di cui  3 da colpi di pistola, 37 fermati, 9 arrestati, quasi due ore- scrive Il Messaggero il giorno dopo- di scontri violenti.

Questo il bilancio dei gravi incidenti avvenuti ieri mattina a Monteverde, nel corso di un comizio tenuto dal deputato missino Pino Rauti a piazza San Giovanni di Dio. Gli incidenti si sono avuti quando un gruppo di trecento aderenti a movimenti politici della sinistra extraparlamentare ha tentato di interrompere il comizio e si è scontrato con quasi altrettanti missini presenti nella piazza’.

L’aspetto interessante di tutta la vicenda è costituito, secondo Rao, anche da una dichiarazione del vicesegretario missino Pino Romualdi, che attaccando le forze dell’ordine accusate di essere intervenute blandamente e in ritardo, minaccia:’D’ora in poi, se lo Stato non ci difenderà, lo faremo da soli…’. Affermazione che rispecchiava probabilmente lo stato d’animo di molti giovani e giovanissimi pressati in quei mesi da una recrudescenza, nelle scuole e nelle strade, dell’antifascismo militante.

Comincerà a intensificarsi l’attività dei Gruppi Operativi e dei Volontari Nazionali in funzione difensiva,ma per qualcuno sarà l’inizio dell’abitudine alle armi. Tanto che le uccisioni di giovani missini come Ramelli, Zicchieri e Mantakas, daranno l’idea di città- Roma e Milano- diventate quasi teatro di una guerra civile. Sino al trauma,  quasi un punto di non ritorno, del 7 gennaio 1978: tre ragazzi uccisi, di cui uno per il piombo sparato da un carabiniere. Certo, niente può giustificare il passaggio di ragazzi e minorenni alla lotta armata, alle rapine, a sparare su presunti avversari. A partire dal 1976- l’omicidio di Vittorio Occorsio, il secondo magistrato ucciso in Italia da terroristi, in questo caso da un terrorista di destra- ma, soprattutto, dopo il 1978 con le azioni dei Nar si esprime, soprattutto a Roma, la vicenda dello spontaneismo armato.

Rao, trent’anni dopo, riporta le parole dei protagonisti, anche quelle scritte come nel caso della lettera inviata all’autore, nel 1987, da Roberto Nistri, all’epoca uno dei leader dell’estremismo nero e oggi militante della sinistra antagonista:’Tutti erano mossi- spiegava dieci anni dopo quegli eventi- da un desiderio comune: quello di scrollarsi di dosso le etichette di ’servi dello Stato’, di ‘guardie bianche’ del regime, o peggio di ’stragisti’, che per anni erano state attaccate a tutto ciò che di illegale veniva fuori dall’ambiente.

Credo che questo fosse l’unico denominatore comune di tutti quelli che hanno gravitato intorno all’esperienza Nar’. Anche per questo ragazzi poco più che adolescenti finirono per morire o uccidere in nome della politica. ‘Questo libro- conclude Rao- è dedicato a tutti coloro che hanno sofferto per quelle vicende, indipendentemente dallo schieramento politico o dalla posizione che ricoprivano. Nella speranza che passi un messaggio, forte e chiaro nella sua semplicità: mai più morire di politica. Mai più’.

Luciano Lanna su ‘Il secolo d’Italia’ del 29-09-2009

ROMA NERA A MANO ARMATA, IL  LIBRO DI RAO

È una sorta di “romanzo criminale”, tutto al nero, e a base di deliri ideologico-generazionali, annegati in troppo sangue. È una storia essenzialmente romana, e alcune foto tratte anche dall’archivio del Messaggero come quella che ritrae Fabrizio Zani, personaggio centrale nella vicenda dell’estremismo di destra degli anni ’70 e ’80 rendono ancora più terribilmente accattivante il nuovo libro di Nicola Rao.

S’intitola Il piombo e la celtica, esce martedì prossimo per Sperling&Kupfer (482 pagine, 18 euro) ed è opera di un ottimo giornalista del Tg2, che conosce millimetro per millimetro la storia del terrorismo nero.

Si narra della nascita dei Nar, delle loro azioni e dell’insieme dell’estremismo di destra in armi, e la scrittura del tutto ha un forte ritmo giornalistico. Diventa cronaca forsennata di abbagli e di tragedie, di spari e di retate, di fughe e di tentativi di dare un senso all’irrazionale, ma finisce per dare a Il piombo e la celticaanche lo status di un vero e proprio saggio di storia di “lunga durata”. Che s’inserisce nel solco di altre due opere di Rao. Prima La fiamma e la celtica, che narrava gli aspetti politici e culturali del neofascismo.

Poi Il sangue e la celtica, che fra gli anni ’60 e i primi ’70 ripercorreva lo stragismo e il golpismo.

E ora Il piombo e la celtica, in cui si muovono i nuovi terroristi neri mettendo a ferro e fuoco insieme ai dirimpettai dell’estremismo di sinistra una Roma che è quella descritta dalla cartina impressionante con cui si apre questo volume di Rao. Una freccia ti porta a via Ottaviano, in Prati, e leggi: «28 febbraio ’75, morte di Mikis Mantakas». Altra freccia, su Balduina: «30 settembre ’77, morte di Walter Rossi». Quartiere Trieste: «28 maggio ’80, assalto dei Nar ai poliziotti di pattuglia davanti al liceo Giulio Cesare» (insomma, uccisione di «Serpico»). Appio-Tuscolano: «7 gennaio ’78, strage di Acca Larentia». E via così. Le morti dei neri, le morti dei rossi, le morti di giudici come Occorsio o come Amato a Montesacro e la scena di questo assassinio, così come molte altre, è montata da Rao con tecnica cinematografica o da telegiornalismo d’inchiesta e da «Notte della Repubblica».

Ma il rigore del racconto, la sequenza delle imprese di Giusva Fioravanti, della Mambro e dei loro sodali, l’uso dei testimoni e delle parole dei protagonisti anche quelle scritte come nel caso della bellissima lettera inviata a Rao da Roberto Nistri (uno dei leader dell’estremismo nero di quegli anni), non scadono mai nel grand guignol o nell’amarcord a buon mercato (del tipo: indimenticabili quegli anni….) che anima molti libri di ricostruzione della violenza politica inscenata dalla “peggio gioventù”. Quella dei tempi in cui e non c’è niente su cui fare oleografia e certo non la fa Rao – i Nar così scrivevano per incitare i pischelli allo spontaneismo armato: «Armi e soldi sono per le strade. E basta anche un coltello per cominciare».

Ma si passò presto alle pistole. E la sede del Fuan di via Siena diventa una sorta di culla dell’escalation armata. Per rispondere colpo su colpo alla caccia al fascista che dilaga nelle scuole e ovunque, ma poi più in generale è «il sistema» a fungere da bersaglio dei Nar. Fino a quella che Rao definisce «la strage delle stragi»: insomma, stazione di Bologna, 2 agosto ’80.

È la Banalità del Male espressione di Hannah Arendt adattabilissima, fatte le dovute proporzioni, a queste vicende di sangue che trasuda dalle gesta degli anti-eroi muniti di piombo e celtica. Uno di loro parla così e fotografa in poche righe un’epoca: «Un giorno facevi la cosa più normale del mondo e il giorno dopo andavi a sparare a qualcuno. La mattina magari andavamo a un seminario politico e poi, tornando, facevamo un attentato.

Se ci ripenso, era una cosa allucinante». In una città, Roma, territorio di guerra, sfigurata e irriconoscibile sotto il peso di queste vicende.

Che ancora sembrano incise, col timbro del dolore, nel paesaggio che abitiamo quotidianamente.

Conclude Rao: «Una storia unica, incredibile, inimmaginabile. Una storia che, speriamo, non si ripeta mai più».

Mario Ajello, ‘Il Messaggero’ del 26-09-2009

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