Mentre il cambiamento climatico impone più verde e più ombra nei centri urbani, a Brolo le motoseghe sembrano diventate una presenza ricorrente.
A “Brolo 2”, c’è ora silenzio ma c’è qualcosa di paradossale nel dover discutere, nel 2026, della necessità di difendere gli alberi dentro un centro urbano. Mentre ovunque si ragiona di cambiamento climatico, forestazione urbana, isole di calore, qualità dell’aria e necessità di restituire spazio al verde, a Brolo torna invece un rumore ormai familiare: quello delle motoseghe.
L’ultima scena arriva da Brolo 2. Alberi adulti, belli, capaci di disegnare il paesaggio urbano e regalare ombra, finiscono al centro dei lavori per il rifacimento dei marciapiedi. E inevitabilmente riparte la discussione a partoire dai social. Un albero può essere malato, instabile, incompatibile con determinate condizioni di sicurezza. Esistono valutazioni tecniche che non possono essere sostituite da un’impressione o da una fotografia. Ma quando gli abbattimenti si ripetono, la domanda non riguarda più soltanto la botanica. Riguarda l’idea di paese.
E qui la questione diventa estetica, culturale. Persino etica.
Perché amministrare uno spazio pubblico significa certamente renderlo sicuro e accessibile, ma significa anche custodirne bellezza, memoria e identità. Un albero adulto non è un vaso ornamentale da spostare perché disturba il disegno di una pavimentazione. È un organismo cresciuto insieme al luogo, modifica il microclima, produce ombra, caratterizza una strada, entra nella memoria di chi quella strada la percorre. Per eliminarlo bastano pochi minuti. Per riavere ciò che si è perso possono servire venti o trent’anni.
E allora viene quasi spontaneo parlare di una “sindrome della sega selvaggia”. Espressione volutamente provocatoria, certo, ma che sintetizza una sensazione sempre più diffusa: davanti al conflitto tra cemento, marciapiede e albero, a perdere sembra essere troppo spesso l’albero. Il consigliere comunale d’opposizione Maria Vittoria Cipriano, recatasi a Brolo 2 dopo le segnalazioni di alcuni cittadini, sostiene peraltro che dal confronto con gli addetti ai lavori sarebbe emersa una possibile soluzione per intervenire sui marciapiedi senza sacrificare i filari di Jacaranda, ancora in fiore e capaci di dare eleganza e ombra alla zona residenziale.
Oggi il suo commento è tragico “Gli alberi ieri erano salvi! Oggi una catastrofe” e non vuol farsene una ragione nè darsi una risposta …
Ed è proprio questo il punto.
Se un’alternativa tecnicamente praticabile esiste, perché la prima risposta dovrebbe essere l’abbattimento? Se invece quegli alberi devono essere eliminati per precise ragioni tecniche o di sicurezza, allora l’Amministrazione lo spieghi pubblicamente: perizie, motivazioni, alternative esaminate, ragioni della scelta. La trasparenza servirebbe anche a sottrarre la questione alla contrapposizione tra chi vorrebbe salvare ogni pianta e chi considera qualsiasi critica un ostacolo alla modernizzazione.
Perché riqualificare non significa mineralizzare.
Anzi. L’urbanistica contemporanea dovrebbe muoversi esattamente nella direzione opposta. Una strada nuova, perfettamente pavimentata, ma senza ombra e senza verde, può essere tecnicamente ordinata e urbanisticamente povera. Brolo qualche esperienza in materia sembra averla già maturata. Piazza Roma ritorna puntualmente nei commenti dei cittadini come esempio di uno spazio nel quale il verde avrebbe potuto avere ben altro peso. Qualcuno sui social, con sarcasmo, l’ha paragonata persino al deserto del Dasht-e Lut. È un’iperbole, naturalmente. Ma le iperboli funzionano quando intercettano una percezione collettiva. E tra i commenti torna persino il significato tradizionalmente attribuito al nome Brolo: il giardino, l’orto, lo spazio verde e fiorito.
“Giardino fiorito”, ricordano i cittadini. Continuando così, verrebbe da dire, rischia di restare soltanto il nome. Ma dietro la battuta c’è una questione molto meno divertente: che idea abbiamo della bellezza pubblica? Il sindaco Giuseppe Laccoto potrà certamente rivendicare opere, interventi, grandi finanziamenti e programmi. Ma proprio per questo dovrebbe accettare una domanda che non ha colore politico: quanto pesa il paesaggio nelle trasformazioni urbane di Brolo? Perché il senso estetico di un’amministrazione non è un dettaglio frivolo. È politica anch’esso.
Lo si vede da come si disegna una piazza, da quanto spazio si concede agli alberi, dai materiali scelti, dal rapporto tra costruito e natura, dalla capacità di comprendere che una pianta adulta può avere un valore urbanistico, ambientale e sociale infinitamente superiore a qualche metro quadrato di pavimentazione perfetta. E dopo l’estetica arriva l’etica. Abbattere ciò che potrebbe essere conservato significa decidere anche per chi verrà dopo. Chi governa oggi può inaugurare immediatamente un marciapiede nuovo; chi nascerà domani dovrà aspettare decenni per ritrovare la chioma che oggi abbiamo deciso di eliminare. È questa sproporzione temporale che dovrebbe imporre prudenza.
Nessuno pretende che un albero diventi intoccabile. Se è pericoloso si interviene. Se è malato si cura e, quando non è possibile, si sostituisce. Se le radici compromettono seriamente la sicurezza si cercano soluzioni tecniche e si valuta il rapporto tra costi e benefici.
Ma la motosega dovrebbe rappresentare l’ultima soluzione, non la più comoda. Anche perché il clima è cambiato. Le estati siciliane non hanno bisogno di altre superfici arroventate. Hanno bisogno di alberi, ombra, permeabilità, strade e piazze nelle quali sia ancora possibile camminare senza attraversare corridoi di cemento sotto il sole. E la discussione non nasce oggi.
A riportarla indietro di qualche settimana indietro è l’ex sindaco Irene Ricciardello, che torna sulla scelta compiuta lo scorso marzo di abbattere i pini della Villa Comunale, alcuni dei quali quasi secolari, sostituendoli con magnolie di oltre sette metri.
Irene Ricciardello: «Il tempo mi ha dato ragione, ma avrei davvero preferito non averla».
Allora Ricciardello aveva espresso dubbi proprio sulle dimensioni delle nuove piante e sui rischi connessi al loro trapianto. Oggi, dopo la morte di alcune magnolie, torna sull’argomento con una frase che pesa più di un semplice “ve l’avevo detto”.
L’ex sindaco precisa di non essere interessata a rivendicare una vittoria politica. Il problema, sostiene, è un altro: quelle perplessità non erano una polemica pregiudiziale, ma la richiesta di accompagnare una scelta irreversibile con valutazioni tecniche e una visione di lungo periodo. Il bilancio che traccia è amaro: prima l’abbattimento di alberi cresciuti nell’arco di decenni, poi la sostituzione con esemplari di grandi dimensioni e adesso la morte di alcune delle nuove piante, con la prospettiva di ulteriori interventi e nuove spese per il bilancio comunale.
«Il verde pubblico non è un elemento decorativo da sostituire ogni volta che qualcosa non piace o non funziona. È patrimonio della comunità. E come tale va tutelato, con prudenza e lungimiranza».
Ed è forse qui che le vicende della Villa Comunale e di Brolo 2 finiscono per incontrarsi. Non perché ogni albero debba necessariamente essere salvato e neppure perché ogni abbattimento sia tecnicamente sbagliato. Ma perché sembra mancare, o quantomeno non essere percepibile all’esterno, una visione complessiva del verde urbano: cosa conservare, cosa sostituire, quali essenze scegliere, come progettare i nuovi spazi e quale patrimonio arboreo si vuole consegnare alla Brolo dei prossimi vent’anni.
La domanda da rivolgere all’Amministrazione Laccoto è molto più semplice e molto più impegnativa: quale Brolo state immaginando?
E moi riproponiamo il concetto già detto sopra: Un paese può rifare marciapiedi, piazze e strade e contemporaneamente diventare più brutto. Può spendere denaro per riqualificarsi e perdere qualità urbana. Può apparire più nuovo senza diventare migliore. Una pavimentazione sbagliata si rifà. Una panchina si sostituisce. Un progetto può essere corretto. Un albero che ha impiegato mezzo secolo per crescere, invece, non conosce varianti in corso d’opera. E forse, prima che torni a sentirsi il rumore della prossima motosega, sarebbe il caso di ricordarselo.
Il commento di Marisa Bonina – ex assessore comunale –
Perché tagliarle? Volendo, si possono sistemare strade e marciapiedi anche senza estirpare gli alberi. In un momento come questo, segnato da un caldo straordinario e da una crescente sensibilità verso la salvaguardia del patrimonio arboreo, perché farlo? Perché? Io proprio non riesco a comprenderlo.
Le jacarande sono alberi poco invasivi e di facile manutenzione. Oltre a offrire un’ombra ristoratrice, regalavano anche splendide fioriture.
Che tristezza, che dolore. A volte al taglio non c’è alternativa, è vero. Ma in questo caso non avrebbe dovuto neppure affacciarsi nei meandri più profondi della mente.
Si continuano a fare scelte assude, senza una visione futurista e senza un confronto con chi vive il paese, ma in modo autocratico.
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