Prima ancora di leggere le due poesie che diventano un tutt’uno e che assumano un valore particolare e simbolico, in vista del giungere della ricorrenza della Festa della Mamma, vale la pena fermarsi sulla forma fisica di queste poesie: sono manoscritte. Non come scelta grafica o effetto editoriale, ma come atto genuino — la grafia irregolare, le maiuscole che si alternano ai corsivi, le parole che si stringono o si allargano sul foglio bianco.
In un’epoca di testi digitali e font uniformi, il manoscritto di Carmelo Mirenda ha qualcosa di dichiarativo: questa parola viene dal corpo, non dalla macchina.
È già, prima di ogni analisi, una presa di posizione estetica e umana.
Le due poesie sono due componimenti distinti ma profondamente legati.
La prima, intitolata “Prefazione” con il sottotitolo “Formica dell’Umanità”, funziona esattamente come dichiara il suo titolo: è un’introduzione, una soglia.
La seconda, “Mamma”, è il corpo centrale dell’opera — più lunga, più narrativa, più emotivamente esposta.
Insieme formano un dittico.
La prefazione stabilisce il tono e la figura: la madre come essere in perenne movimento, instancabile, cosmica nel suo lavoro quotidiano. La poesia principale percorre invece l’arco intero di una vita — dalla nascita alla morte della madre — restituendo non un ritratto statico ma un film interiore.
La scelta dell’immagine della formica è tutt’altro che scontata. La formica non è un animale nobile o bello nel senso convenzionale: è piccola, silenziosa, operosa all’eccesso, ignorata. Eppure nell’immaginario collettivo porta un peso sproporzionato rispetto alla sua taglia — esattamente come la madre che il poeta descrive. Il sottotitolo funziona come un concentrato semantico dell’intera opera: la madre non è soltanto sua madre, è la formica dell’umanità, archetipo universale.
Questo gesto — elevare la figura materna dal piano personale a quello collettivo — è uno dei movimenti più riusciti del testo.
La struttura di questa prima poesia è libera, priva di rime obbligate, costruita su immagini che si accumulano per accumulo emotivo più che per architettura formale. Il verso che chiude — “Non ti dissi mai… Ti amo / Mamma” — rovescia tutto: dopo pagine di celebrazione, il poeta confessa un’omissione.
È il colpo drammatico che giustifica l’intera prefazione: stava cercando le parole per dire ciò che non aveva detto in vita.
Il componimento principale è più ambizioso nella struttura.
Si apre con una scena rurale di forte impatto visivo — la madre che lava i panni su una pietra rovente, al sole — e da lì si espande verso il parto, l’infanzia dei figli, la vecchiaia, la morte e infine la memoria.
Il tempo nella poesia non scorre in modo lineare.
Carmelo Mirenda passa dal presente al passato e viceversa con una libertà che ricorda il funzionamento della memoria stessa: non cronologica, ma emotiva. Un odore, un’immagine — il seno, il grembo, le lacrime — riportano il poeta indietro o lo proiettano avanti senza avvisi.
Il corpo è il centro assoluto del testo.
Quasi ogni strofa contiene un riferimento corporeo: il seno, le guance, le mani, il viso, il grembo, il respiro. Non è fisicità gratuita — è la lingua con cui un figlio ricorda la madre, che è prima di tutto presenza fisica, calore, odore, contatto. La poesia capisce che il lutto per una madre passa attraverso il corpo, non attraverso l’astrazione.
Il parto è descritto con una crudezza coraggiosa.
“Quel grande dolore, che tu esti / nel mettere al mondo”. La costruzione è grammaticalmente imperfetta — e proprio questa imperfezione la rende autentica. Non è la sintassi curata di chi vuole fare bella figura; è la lingua di chi cerca di dire l’indicibile e non ha tempo per la forma.
La morte arriva con una delle immagini più alte del testo.
“e al ciel volasti / per cantare con gli angeli.” È un’immagine tradizionale, quasi popolare — ma inserita dopo pagine di fisicità intensa, di lacrime e rughe e notti insonni, questa leggerezza finale funziona come liberazione autentica. Il contrasto è il meccanismo poetico più efficace del componimento.
La lingua: tra dialetto interiore e italiano popolare
Mirenda scrive in italiano, ma la sua è una lingua che porta dentro di sé l’impronta di una tradizione orale, Un ritorno aalla sua fanciullezza a Brolo. Un costrutto meridionale.
Alcune costruzioni — “tu esti”, “non farlo mai appassire”, certe inversioni sintattiche — tradiscono un sostrato dialettale che non viene nascosto ma assorbito nel testo come parte del suo carattere e che rende il suo poetare vero e sincero.
Questa non è assolutamente una debolezza. È, al contrario, uno dei tratti più interessanti della scrittura di Carmelo, poeta brolese che oggi vive – ormai da anni nel nord-est d’Italia – : la lingua colta e la lingua madre convivono, e da questa tensione nasce una voce riconoscibile. Non è Leopardi, non è Pascoli — è Carmelo Mirenda, con il suo cuore preciso.
“Dedicato a tutte le Mamme del mondo” — la dedica finale è il compimento del movimento iniziato con l’immagine della formica dell’umanità.
Il poeta parte dalla sua madre, la attraversa, e arriva a tutte le madri. È un gesto di generosità che trasforma un’opera autobiografica in un documento umano condiviso.
Leggendo queste due componimenti insieme, emerge una funzione precisa della scrittura per il loro autore: la poesia come atto riparatorio.
“Non ti dissi mai… Ti amo” è la confessione che muove tutto.
Scrivere è il modo in cui Mirenda torna indietro a dire ciò che il tempo non gli ha permesso di dire, o che il pudore — tipico di certe culture e generazioni — gli ha impedito di pronunciare.
In questo senso, queste poesie non sono letteratura nel senso accademico del termine. Sono qualcosa di più diretto e forse più necessario: la voce di un figlio che cerca ancora sua madre, e la trova — nell’odore del seno, nel calore di una pietra al sole, nel bianco di un’alba che porta via tutto.
Con vivace amore abbracci i tuoi figli
li osservi nel suo mondo, le stai vicino
li svezzi, li nutri, portandoli al tuo petto
dando loro la dolcezza della vita.
Tu irrequieta non ti fermi mai, mentre accogli
il respiro dentro te… “Formica dell’umanità”.
Sei felice… Lui dai primi passi, cade, piange
lo coccoli, asciugandogli le lacrime
l’incoraggi condividendo
la ragnatela cosmica che ogni giorno
tu tessi, nel giardino dell’amore
per non farlo mai appassire.
Dai… la tua vita condividi ogni slancio
ogni dono fiorisce all’istante.
Ebro nella vita… danza all’amore.
So pentito… Perché?
Non ti dissi mai… Ti amo
Mamma.
Un raggio di sole
desta il casolare,
riscalda i tuoi panni
fuori a lavar’.
Pazida t’inchini
su quel sasso rovente
le lise vesti
tu strofini.
Caldo il tuo cuore
e quell’acqua gelata,
dal tuo seno
una creatura è nata.
Solare continui a lavare,
dentro il tuo grembo
il bimbo a scalciare.
È notte… poi giorno
e così via….
Nella buia notte
un grido d’allegria.
“Uha! Uha! è nato
quel pargolo tanto desiderato!”
Ma nessuno può capire
quel grande dolore, che tu esti
nel mettere al mondo
quei pargoli per te dorati
Ora corrono a piedi nudi
sui verdi prati.
Eri stanca; i tuoi occhi appassiti,
le ultime lacrime
scendono dal tuo viso
e quel crucio ormai inaridito
inerme dal suo dolore
e dolcemente… dolcemente
al tuo seno lo portavi,
mentre le poche lacrime
ti solcavano il viso
bagnando le mie guance,
tu con la mano sul mio capo
mi sorridevi: “Grazie Mamma”.
Eri la luce che illuminava
la mia vita
Non sapevi mentire
non sapevi tradire
ma tanto amore tu davi.
Sono trascorsi quegli anni
quanto fanciullo ritornare vorrei
per addormentarmi sul tuo seno
e sentirmi più sereno.
Mamma, crescesti quei pargoli
sotto gli occhi delle stelle incantate
vedi i tuoi figli
allora allattati.
Tu ormai pallida
non hai più lacrime
da versare… Scorgo
i profondi solchi
sulle tue guance,
Piangi in quella notte insonne:
“Ho pregato Dio. Soltanto lui sa?
quanto hanno pianto
gli occhi miei…” Il Divino
ti volle al suo fianco.
E nel casto biancor dell’aurora,
salutasti la terra
e al ciel volasti,
per cantare con gli angeli.
Mamma sento ancora
il profumo del tuo seno
quel scalciare dentro
il tuo grembo, il mio respiro in gola.
Mai ti si può dimenticare
perché di mamma
ce n’è una sola.
Dedicato a tutte le Mamme del mondo
Leggendo questi testi, si ha la sensazione di ascoltare qualcuno che parla sottovoce in una stanza vuota, rivolto a chi non c’è più.
Ed è precisamente in quella stanza, in quel silenzio abitato dalla voce, che risiede la sua forza.
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