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FERRAGOSTO IN CARCERE  – Il Diario di Cella n.18 (10 agosto 2025) di Gianni Alemanno

La politica “va in ferie” abbandonando chi è detenuto, un testo con immagini forti che evocano lo stesso sentimento di abbandono riservato agli animali. Alemanno costruisce una metafora visiva potente: i detenuti definiti come “cani abbandonati sull’autostrada”, suggerendo di utilizzare campagne pubblicitarie simili a quelle per gli animali, ma con volti umani al posto dei cagnolini.

Totò Cuffaro: un’autorevole risposta carica di speranza

Qui il carcere non è solo punizione, ma possibilità di rinascita: dolore che diventa consapevolezza. La lettera di Cuffaro aggiunge un livello più intimo: una fraternità nella prova che riconosce nell’esperienza carceraria, dolorosa ma condivisa, l’occasione per trasformare il silenzio in testimonianza e speranza. Parole intime, profonde che abbracciano A dare speranza a chi non ha più speranza per esserne stato fratello nella prova ed avere scoperto sulla propria sanguinante carne che si può trarre dal male, sempre, un bene maggiore.

Storie drammatiche di detenuti anziani e malati: Antonio R., 88 anni, rifiutato ancora una volta per la detenzione domiciliare, in attesa di un ricorso alla Cassazione previsto in autunno.Roberto C., 77 anni, ritratto mentre legge fumetti: simbolo della rassegnazione in un corpo che invecchia, sperando in misura alternativa

Alemanno utilizza il diario per denunciare l’emergenza carceraria: sovraffollamento, caldo torrido, suicidi e assenza di risposta politica.

“Celle-forno” e silenzio politico – Gradiente termico terribile – Emergenza suicidi – Il carcere come “fabbrica di dannati” – Esperienza comunitaria trasformata in riscatto:

DIARIO DI CELLA 18.

ARRIVA FERRAGOSTO: LA POLITICA È ANDATA IN FERIE, LASCIANDOCI COME CANI ABBANDONATI SULL’AUTOSTRADA.

Rebibbia, 10 agosto 2025 – 222° giorno di carcere.
Com’era ormai previsto, la politica è andata in ferie, abbandonando le persone detenute come si lasciano per strada gli animali domestici che danno fastidio. Dovremmo fare una campagna di comunicazione sociale simile a quella per i cani abbandonati. Invece di volpini, bassotti e bastardini vari, che ci guardano con occhi struggenti e la lingua di fuori, potremmo metterci le foto delle tante persone detenute che sono state lasciate a morire nelle loro celle, mentre parlamentari e uomini di governo raggiungevano le loro mete estive. Molto meno accattivanti dei cagnetti, queste persone, sarebbero però degli esseri umani.
Potremmo mettere la fotografia di Antonio R., 88 anni, il più anziano del nostro Reparto, mentre si affaccia dalla sua celletta singola, sempre più magro e consumato. Il Tribunale di sorveglianza ha detto ancora una volta di no alla sua detenzione domiciliare. E lui langue aspettando l’esito del ricorso in Cassazione, previsto in autunno. Passando vicino alla cabina telefonica, qualche giorno fa, l’ho sentito piangere mentre parlava con qualche familiare. Gli è venuta anche una bronchite che nessuno gli cura. Quando ci dice “Io mi ammazzo” noi gli rispondiamo, “calma Antonio, adesso arriva la Cassazione…”. E se Cassazione gli dirà no, cosa ci inventeremo?
Oppure potremmo mettere la fotografia di Roberto C., 77 anni, mentre legge i fumetti “Tex” seduto sugli scalini delle rampe che portano ai piani superiori. Piccolo e minuto com’è, sembra proprio un bambino. Aspetta seduto sugli scalini, sempre più rassegnato, sempre più triste, che il Magistrato di sorveglianza si accorga della sua età e di tutti i suoi malanni.
C’è anche l’immagine inquietante di Giuseppe C. mentre gira per il Reparto tenendosi con la mano l’ernia inguinale espulsa, un malloppo grande quasi quanto un pugno, che non viene operata.
Molto meno impressionante sarebbe invece la fotografia di Francesco R., che a vederlo sembra un tranquillo giovane uomo, ma che in realtà cammina su un filo rischiando la vita. “Prognosi quad vitam” (a rischio di vita) dice il referto del 15 maggio scorso dell’ASL Roma C, perché rischia il blocco di tutti e due i suoi reni. A dicembre dovrebbe entrare in dialisi, ma sua moglie si è offerta di donargli un rene, donazione che deve avvenire prima dell’inizio della dialisi. Ma sono cinque, dico cinque, volte che la visita propedeutica salta per mancanza di scorte. E il carcere non riesce neanche a fornirgli i medicinali e i nutrienti necessari, nonostante la Regione Lazio gli versi mensilmente i soldi necessari per l’acquisto di questi prodotti. Francesco ha fatto un esposto, si prepara a farne un altro. Potrebbe anche essere assegnato ai domiciliari, viste le sue condizioni, ma siccome è in carcere per due diversi procedimenti, un magistrato ha dato parere favorevole, ma l’altro no. E lui continua a rimanere in sospeso nel suo “quoad vitam”.
E poi ce ne sono tante altre di cartoline che si potrebbero inviare solo da questo Braccio G8, che come ho detto tante volte è il “reparto bene” dei carceri laziali. Vi lascio immaginare cosa troveremmo se andassimo negli altri reparti di Rebibbia, o a Regina Coeli, che in confronto al G8 sono dei gironi danteschi. Ma noi non possiamo andarci, dovrebbero invece fare delle ispezioni i “garanti dei detenuti” e dovrebbero strillare come matti per tutti questi casi. Ma qui vediamo solo il garante regionale, dott. Anastasia, più rassegnato che combattivo. Quello nazionale è scomparso, mentre quello comunale è stato avvistato mentre andava a fare un’ispezione al contestato centro per gli immigrati in Albania (avrebbe fatto meglio a fermarsi sulla Tiburtina, dove c’è Rebibbia…).
La politica però un segno di vita l’ha lasciato, prima di questa pausa estiva. Mercoledì scorso, durante uno dei Laboratori di “Nessuno Tocchi Caino”, a cui ha partecipato con un ottimo intervento il vicepresidente del CSM, Avv. Pinelli, è comparso, tra gli applausi delle persone detenute, il Presidente del Senato Ignazio La Russa. Pur con tutte le cautele del caso, ci ha lasciato la speranza che in autunno possa essere approvato un disegno di legge, elaborato dalla vice-presidente PD Anna Rossomando, per rendere automatica, per molte fattispecie, la concessione della detenzione domiciliare nell’ultimo anno e mezzo di pena. Posso dire che, io Gianni Alemanno, mi sono un po’ commosso nel vedere nel mio vecchio amico La Russa (78 anni) l’unico esponente di centrodestra pronto a battersi per una causa così giusta ed evidente? Riuscirà a convincere gli altri?
Con questa speranza, affrontiamo questo bagno di caldo ferragostano, sostenendoci a vicenda, accaldati, sudati, un po’ rimbambiti, a torso nudo e in calzoncini, come se fossimo a Coccia de’ Morto.
E ci porteremo sulle spalle tutti quelli che stanno cedendo, non li abbandoneremo, perché non siamo bestie ma esseri umani.
Un solo dubbio ci scuote: dove andrà in vacanza il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio?
Gianni Alemanno & Fabio Falbo

DIARIO DI CELLA 17.

FABIO FALBO, LO SCRIVANO DI REBIBBIA: IL MIO “COMPAGNO DI RESISTENZA”, SIMBOLO DELL’INGIUSTIZIA CARCERARIA.

Rebibbia, 3 agosto 2025 – 215° giorno di carcere.
Leggendo le tante lettere sull’emergenza carceraria che abbiamo inviato alle istituzioni italiane, qualcuno si sarà chiesto: chi è “veramente” Fabio Falbo, l’altra persona detenuta che firma con Gianni Alemanno? Oggi voglio provare a rispondere, per soddisfare questa curiosità, ma soprattutto perché Fabio è un vero e proprio simbolo dell’epopea che può nobilitare la popolazione detenuta e dell’ingiustizia che oggi grava sugli istituti di pena.
Fabio è stato arrestato 16 anni fa in Germania, dove faceva l’imprenditore di import-export, per concorso in omicidio, associazione mafiosa e altri reati minori. Viene condannato in via definitiva a 22 anni e 9 mesi. Una condanna strana: assolto dall’associazione mafiosa, riceve una pena incredibilmente bassa per un concorso in omicidio, mentre l’aggravante mafiosa, reato ostativo, gli viene riconosciuta solo per piccoli reati complementari che contribuiscono alla pena per soli 9 mesi.
Lui si è sempre dichiarato innocente: accusato, senza nessun riscontro, da un collaboratore di giustizia che aveva un conto aperto con lui, era già da tempo all’estero quando nella sua città, il Comune di Corigliano in Calabria, venivano aperte le indagini sugli omicidi in questione. Fabio è convinto che la magistratura lo abbia condannato ad una pena così bassa per un concorso in omicidio, proprio perché non era convinta della sua colpevolezza, ma lo voleva comunque punire per il suo spregiudicato ed eccessivo stile di vita (quello di un ricco imprenditore, dedito alla bella vita e capace di intessere ogni tipo di affare usando fondi pubblici ed europei).
Qui comincia il suo calvario da detenuto e il suo personale riscatto. Per i 9 mesi di condanna ostativa viene detenuto 13 anni in regime di “alta sicurezza”, quel carcere duro istituito per isolare i capi mafiosi dal mondo esterno. Un regime da cui ha fatto fatica a uscire perché, dichiarandosi innocente, non poteva “collaborare” con la Giustizia. 13 anni vissuti passando da un carcere all’altro, ma spesi impegnandosi in ogni possibile percorso di “rieducazione” offerto negli istituti di pena. Fabio si laurea in Giurisprudenza con esame pubblico nel teatro di Rebibbia, alla presenza di un Sottosegretario alla Giustizia. Giunge a quattro esami dalla seconda laurea in Scienze Politiche, che abbandona per protesta perché il Tribunale di Sorveglianza gli nega sistematicamente la rieducazione ma di “natura personale ed edonistica”. Adesso si è iscritto come a Scienze della Comunicazione all’Università di Tor Vergata. Partecipa da attore alle attività laboratoriali teatrali di Rebibbia, che entra nella storia con il film diretto dai Fratelli Taviani e dal dramma “Cesare deve morire”. Contribuisce alla scrittura di libri di livello universitario sul significato del carcere e della pena. Da molti anni a questa parte assiste i detenuti nel redigere le istanze e le lettere alle istituzioni per accedere ai benefici. Questo impegno è stato riconosciuto persino dal Presidente Napolitano e scompone i muri del carcere per dialogare affettuosamente con lui. Partecipa alla vita politica nelle fila del Partito Radicale, fino a diventarne un dirigente, spinto dall’amicizia personale con Marco Pannella, e diventa animatore delle attività in carcere di associazioni come “Nessuno Tocchi Caino” e “Gruppo Idee”.
Ma, soprattutto, forte della sua “scienza giuridica”, diventa lo “Scrivano di Rebibbia”, cioè colui che nel carcere aiuta i suoi compagni detenuti a scrivere le domande alla Direzione e le istanze ai Tribunali di Sorveglianza. Diventa la sponda preziosa per tutti gli avvocati che non possono conoscere, come lui, le pieghe nascoste della vita carceraria e dell’ordinamento penitenziario. Sono tante le persone detenute che devono a lui e ai suoi consigli la loro libertà o i benefici ottenuti per accedere alle pene alternative.
Ma lui no, nessun beneficio gli viene riconosciuto. Tutto questo lavoro fatto su sé stesso, tutta questa cultura assimilata e prodotta, tutto questo donare agli altri, tutti questi riconoscimenti delle autorità pubbliche, non gli valgono nessun beneficio. Fabio non ha mai ottenuto un permesso – se non per tre ore quando gli è morta la madre – che è il primo gradino per costruire una “progressione trattamentale” per accedere alle pene alternative.
No, Fabio Falbo, lo Scrivano di Rebibbia, deve scontare fino all’ultimo giorno la sua pena, fino a quando, tra un paio d’anni, sarà scaraventato in libertà, senza nessun percorso di avvicinamento e di adattamento. Nel frattempo sua moglie Maria lo attende, allevando da sola i loro tre figli Francesco, Denise e Marco Aurelio, ragazzi che hanno visto e conosciuto il padre solo ai colloqui in carcere, ma lo adorano – basta guardarli negli occhi – sopra ogni cosa, da bravi e orgogliosi ragazzi calabresi quali sono. Anche Francesco, il padre di Fabio, attende a 92 anni di vedere suo figlio di nuovo in libertà e, seppure malato, si ostina a vivere per raggiungere questo traguardo.
L’ultima richiesta di un permesso premio di Fabio va avanti e indietro tra Tribunale di sorveglianza e Cassazione dal 2022. Il Tribunale nega il permesso, la Cassazione annulla questo divieto e rinvia la decisione alla Sorveglianza, che conferma ancora una volta il diniego. Perché? Perché ci sono quei maledetti 9 mesi di pena ostativa (nonostante la Cassazione abbia fatto giurisprudenza dicendo che un periodo di pena ostativa, una volta scontato, non può più impedire i benefici) e non c’è la collaborazione, visto che l’imputato continua a dichiararsi innocente. Tutto il resto non conta nulla: le “sintesi trattamentali” in cui educatori, psicologi e direttori dicono che Fabio è un esempio sulla strada della rieducazione, gli encomi, il lavoro culturale, l’assistenza agli altri detenuti. Tutto questo non conta nulla.
E Fabio va avanti sorridendo, con le sue battute in calabrese stretto, con la sua cucina a base di ‘nduja, con la comunità di persone detenute che si riuniscono ogni sera nella sua piccola cella per cenare e giocare a carte. Ma soprattutto Fabio va avanti trasformando l’assistenza alle persone detenute in una missione laica verso il prossimo, l’impegno contro l’emergenza carceraria in una lotta politica “di base” contro le ingiustizie sociali.
Nel frattempo al Braccio G8 sono arrivato io. Dopo qualche giorno di “studio reciproco”, non potevano non allearci nella battaglia comune contro il degrado del sistema penitenziario, contro il sovraffollamento carcerario, per una pena che, come dice l’art. 27 della Costituzione, deve avere un valore di rieducazione e di riscatto. Una “strana alleanza” tra un politico della destra sociale e una persona detenuta che ha fatto dei diritti civili la sua bandiera, un po’ calabrese e un po’ pannelliana. E siamo riusciti insieme a gridare che “il Re è nudo”, a costringere tutti a tornare ad accorgersi di questa drammatica realtà che è il carcere in Italia.
Fabio, nella dedica di un suo libro che mi ha regalato, mi ha definito “compagno di pensiero e di resistenza”, usando parole – “compagno” e “resistenza” – che per me sono decisamente nuove. Ma nella dedica si legge “anche chi è innocente può curare una ferita che non ha causato, e trasformare il dolore in consapevolezza”. È la nostra condizione comune, quello che ha fatto di noi, con tante altre persone detenute al G8, una comunità di lotta.
E, sorridendo, possiamo dire insieme: “combattere è un destino”.
Gianni Alemanno

DIARIO DI CELLA 16.

GUADAGNARSI IL RISPETTO, ANDANDO IN PRIMA LINEA.
Rebibbia, 27 luglio 2025 – 208° giorno di carcere.
C’era una cosa che mi assillava, tra le altre, quando sono arrivato nel Carcere di Rebibbia: cancellare dalla testa dei miei compagni di prigionia l’idea che io fossi l’ennesimo politicante tutto proteso a far sgarbi agli altri propri “fregandosene del popolo”. Nel caso specifico il pregiudizio era che, essendo io un esponente politico “di destra”, la mia linea politica fosse “legge e ordine” e “buttiamo la chiavi” delle celle dei detenuti.
In effetti, un paio di giorni dopo essere entrato, fui affrontato nei corridoi del carcere da Mauro, un anziano detenuto, con i capelli lunghi e il look da hippy, che mi accusò di aver sempre votato in Parlamento contro i diritti dei carcerati. Sul momento lo affrontai strillandogli che non era vero, poi i miei compagni di cella, con un vero agio di solidarietà, si preoccuparono di farmi arrivare le scuse da parte di Mauro.
In effetti, quel pregiudizio non corrispondeva alla realtà. Io nasco in quel mondo militante degli anni ’70 che, durante gli anni di piombo, fu duramente perseguitato da Magistratura e Polizia in nome dell’“antifascismo militante”. Quasi solo le nostre “squadre” – stretti, attenti, scontri di piazza – era sempre colpa nostra: non colpa di un singolo o un gruppo che poteva aver sbagliato, ma una “colpa collettiva” che riguardava tutto il nostro mondo e lo esponeva a essere vittima di ogni forma di ritorsione, da quella poliziesca a quella sanguinaria dei nascenti gruppi terroristici di sinistra. Di fronte a ciò non potevamo non maturare un atteggiamento “garantista”, che conviveva in modo paradossale con i richiami – allora ancora molto presenti – al “fascismo-movimento” contrapposto da Renzo De Felice al “fascismo-regime”. Questo atteggiamento garantista ci portò perfino a schierarci contro Giorgio Almirante, quando il grande Segretario del MSI lanciò la raccolta di firme per la reintroduzione della pena di morte.
Questo mio atteggiamento garantista si consolidò, ovviamente, quando fui arrestato nel 1981 per una protesta violenta contro una sede diplomatica dell’URSS dopo il colpo di Stato del Generale Jaruzelsky in Polonia. Così, quando negli anni ’80 divenni Segretario del Fronte della Gioventù, portai l’organizzazione giovanile del MSI a schierarsi a favore di qualche referendum garantista di Marco Pannella, e poi mi iscrissi all’associazione “Nessuno Tocchi Caino” per difendere i diritti delle persone detenute. Diventato deputato fui uno dei tre deputati di destra che, in dissenso dalle indicazioni del gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale, votai a favore dell’indulto del 2006. Infine, da Sindaco sono stato felice di dare visibilità alle battaglie di Marco Pannella contro la pena di morte, esponendo per mesi in cima al palazzo del Campidoglio uno striscione contro l’esecuzione di Tarek Aziz.
Tornato qui a Rebibbia, non ho quindi fatto fatica a continuare sulla stessa scia, schierandomi con Fabio Falbo contro il sovraffollamento carcerario. Le nostre lettere, anche questo Diario di Cella, le visite di tanti esponenti politici che abbiamo “costretto” a vedere il degrado delle nostre celle, sono stati molto apprezzati dagli altri detenuti, che hanno cominciato a sostenere apertamente questa battaglia per costringere tutta la politica a prendere atto della situazione. Certo, c’è molta delusione dopo il Consiglio dei Ministri che ha eluso l’emergenza carceri con false soluzioni, ma questo sostegno non sta venendo meno.
Eppure il rispetto come combattente per i diritti delle persone detenute, me lo sono guadagnato per un episodio molto più semplice. È qualche tempo che le ambitissime “celle singole” (cioè celle in cui dormi da solo, non accatastata tra 6 compagni di cella) del Braccio G8, invece di essere assegnate ai detenuti più meritevoli, vengono utilizzate per isolare quelli più problematici di tutto il carcere. A causa del sovraffollamento, ormai non sanno più dove mettere non solo i nuovi arrivati, ma anche quelli che devono rimanere separati da altri. Così nel cuore dei nostri reparti sono stati rinchiusi in isolamento (ovvero segregati dietro le sbarre senza potersi minimamente muovere) malati di scabbia, un terrorista turco, un transessuale problematico e poi matti dediti ad ogni genere di vandalismo e autolesionismo. Tutte persone che dovrebbero essere messe in reparti speciali, dove però si fa molta fatica a trovare posto.
A furia di subire queste situazioni, tra paura di contagio, allagamenti e devastazioni provocati dai matti e avance sessuali da parte del trans, le persone detenute “più anziane di cella” hanno organizzato una presenza pacifica davanti alla porta di un dirigente. Quando una delegazione è stata ricevuta, io ho sentito il dovere di non tirarmi indietro e sono entrato con loro.
Mi sono schierato in prima linea, non per protagonismo, non perché rappresentassi nessuno, ma per puro spirito di solidarietà. Poi quando quel dirigente ha cominciato a trattare con indifferenza e superficialità le persone detenute che esponevano le loro ragioni, gli ho chiesto in modo un po’ ruvido: “scusi, ma se non è in grado di fare nulla, perché non si dimette?”. Il dirigente sul momento non l’ha presa bene, ma dopo qualche ora è arrivato la braccio uno dei migliori commissari della Penitenziaria del carcere che, sia pure con molta fatica, è riuscito a risolvere provvisoriamente il problema. Episodio finito e quasi dimenticato.
Due giorni dopo mi sono visto recapitare in cella due ottime torte. Quando ho chiesto da dove venivano, mi è stato detto che una era un regalo dei detenuti del primo piano, l’altra era un regalo dei detenuti del secondo piano. Perché? Chiedo io stupito. “Perché l’altro giorno ti sei messo in prima linea”.
Ma non è stato questo il regalo più bello che ho ricevuto per quell’episodio. Il regalo più bello è stato che mentre lo raccontavo a mio figlio (per chi non lo conoscesse uno sveglio e tosto), lui mi ha interrotto dicendo sorridendo: “ovviamente… tu non potevi non metterti in prima linea”.
Questa mattina, dopo la Messa, il cappellano mi ha detto: “mi raccomando, devi continuare questa battaglia per le persone detenute, anche quando sarai fuori!”.
Certo, è la vita che mi hanno insegnato: “combattere” è un destino.
Gianni Alemanno

DIARIO DI CELLA 15.

A REBIBBIA SI SONO ACCORTI TROPPO TARDI DEL SUICIDIO DI MAURIZIO: IL 42° SUICIDIO IN CARCERE NEL 2025. MA IL MINISTRO NORDIO CONTINUA A PROMETTERE COSE IRREALIZZABILI. E IL TEMPO SCORRE VERSO IL DISASTRO.
Rebibbia, 20 luglio 2025 – 201° giorno di carcere.
Dopo i due tentati suicidi sventati in extremis a Rebibbia grazie ad altre persone detenute, alla fine nel nostro carcere è arrivato il 42° suicidio in cella del 2025.
Maurizio D.B. era un rapinatore di 55 anni, detenuto dal 2019 con una pena di 15 anni di carcere. Era in cella singola del Braccio G12 di Rebibbia. Negli ultimi giorni era stato raggiunto dalla notifica di un’altra condanna, sempre per rapina, ad altri 7 anni di carcere. Nella notte di venerdì 18 si è impiccato alle sbarre della finestra della cella ed è stato trovato al mattino dopo dagli agenti della Penitenziaria con il corpo già freddo. Sembra che abbia lasciato una lettera d’addio, ma non ne conosciamo il contenuto.
I media – a differenza dei due precedenti tentati suicidi – questa volta hanno dato notizia. Ma quello che le cronache giornalistiche non hanno detto (perché probabilmente non lo sanno) è che, in teoria, anche questo suicidio poteva essere sventato se le ispezioni periodiche notturne avessero funzionato secondo regolamento. Ma questi giri per controllare le celle, per il sovraffollamento e per la carenza di personale della Penitenziaria, sono ridotti e spesso vengono saltati.
Così, come detto, sono 42 i suicidi in carcere nel 2025, più 3 suicidi di agenti della polizia penitenziaria. Potrebbe essere superato il tragico record del 2024, durante il quale si sono suicidate 83 persone: più di 12 suicidi ogni 10.000 persone detenute. Per fare un raffronto: in Italia ogni 10.000 abitanti ci sono 0,67 suicidi e quindi nelle carceri il tasso di suicidi è 18 volte più alto di quello della popolazione normale.
Ma il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha le sue teorie e continua a ripeterle con una ostinazione degna di miglior causa. Secondo lui (intervista al Corsera del 17 luglio) “l’indulto e la liberazione anticipata speciale, se motivati dal sovraffollamento, non solo costituiscono una manifestazione di debolezza dello Stato o addirittura una resa, ma sono anche inutili”. Certo, invece lo Stato italiano – con questo sovraffollamento da terzo mondo e con questo tasso di suicidi da stato totalitario – ci sta facendo una grandissima figura, da vero “Stato di diritto”. Quanto poi all’inutilità di queste misure, il Ministro ripete sempre i numeri disastrosi dell’indulto del 2006, quando una buona parte delle persone liberate tornò rapidamente in carcere per nuovi reati, ma si guarda bene dal verificare i numeri del precedente esperimento di “liberazione anticipata speciale” (che è il provvedimento su cui si stanno confrontando Giacchetti e La Russa). Con questo esperimento, imposto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, si passò dagli oltre 68.000 detenuti presenti a metà 2010 ai circa 52.000 di fine 2015 e gli effetti positivi si vedono ancora oggi.
Ma il nostro Ministro non si ferma qui. Sostiene che “paradossalmente il sovraffollamento è una forma di controllo (contro i suicidi NdR): alcuni tentativi di suicidio sono stati sventati proprio dai compagni di cella” (sic), come se in assenza di sovraffollamento le persone detenute non stiano in cella insieme.
D’altra parte, per rispondere all’emergenza del sovraffollamento, Carlo Nordio, smentendo la sua storia di magistrato garantista, dall’inizio del suo mandato da Ministro sta lanciando solo proposte irrealistiche se non surreali.
Prima ha garantito la costruzione di nuove carceri, che sono tutte ancora di là da venire e che quando arriveranno dovrebbero innanzitutto sostituire gli istituti di pena che ormai meritano di essere chiusi per la loro obsolescenza (pensiamo a Regina Coeli).
Poi, ha promesso di adibire a luoghi di custodia attenuata degli edifici pubblici dismessi, come le caserme, che le amministrazioni competenti non sono mai state disponibili a cedere.
Ancora oggi continua a dire che trasferirà il 25% della popolazione detenuta, quella che ha problemi di tossicodipendenza, nelle comunità terapeutiche che, però, sono già piene di persone in trattamento e non ne possono ospitare molte altre. Oppure promette di trasferire i detenuti immigrati nelle carceri dei Paesi d’origine, trasferimento che richiede trattati con questi paesi d’origine che nessun governo è mai riuscito a firmare per evidenti motivi (figuratevi se li riprendono…).
Infine – è l’ultima di questi giorni – ha istituito una “task force” presso il ministero per far concedere a più di 10.000 persone detenute il beneficio delle pene alternative, “dialogando” con i Tribunali di sorveglianza. Come se questi magistrati divenano improvvisamente disponibili a concedere quei benefici che non hanno finora riconosciuto alle persone detenute, spesso per gravi problemi di interpretazione giuridica o di carenza di organico. Anche questo sarà l’ennesimo buco nell’acqua che servirà solo a far rimbalzare a settembre il problema del sovraffollamento.
Oggi ci dovrebbe essere un Consiglio dei Ministri in cui Nordio presenterà un piano per la costruzione “immediata” di 10.000 nuovi posti in carcere, tramite strutture prefabbricate. Stendendo per ora un velo pietoso sull’abitabilità e sulla dignità per le persone detenute in questi prefabbricati, ci chiediamo in quanto tempo il Ministero pensa di mettere a disposizione questi nuovi posti in carcere (che non sarebbero neppure sufficienti a coprire tutto il fabbisogno): tra gare, costruzione delle strutture, collaudi e dotazione di personale (che già ora manca) ci vorrà almeno un anno forse per mettere a disposizione 2-3.000 posti con costi enormi. Se è no, la crescita del numero di detenuti che sarà avvenuta nel frattempo.
Ricordiamo al signor Ministro che dal momento del suo insediamento il sovraffollamento è cresciuto dal 107% al 134,3% e che, se non si prenderanno provvedimenti veramente efficaci, al termine della legislatura sarà giunto alla cifra record di oltre il 160%.
Un vergogna che l’Italia, la Patria del diritto, francamente non merita.
Gianni Alemanno e Fabio Falbo

LETTERA DAL CARCERE A GIORGIA MELONI, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Rebibbia, 24 luglio 2025 – 205° giorno di carcere.
Al Presidente del Consiglio dei Ministri On. Giorgia Meloni
Signor Presidente,
ci permettiamo di disturbarLa perché non possiamo rimanere in silenzio dopo la riunione del Consiglio dei Ministri che Lei ha dedicato in particolare ad affrontare l’emergenza carceri.
Siamo due detenuti del Braccio G8 del Carcere di Rebibbia. Lei conosce bene uno di noi e quindi dobbiamo solo presentare l’altro firmatario: Fabio Falbo, una persona detenuta da circa vent’anni, che ha scontato una parte della sua pena in alta sicurezza, si è laureato in Giurisprudenza in carcere e con le conoscenze acquisite offre assistenza legale alle altre persone detenute, in qualità di “scrivano” del nostro Braccio.
Noi viviamo in prima persona quell’emergenza carceri di cui Voi avete parlato nel Consiglio dei Ministri del 22 luglio scorso e ci permettiamo di informarLa, sulla base non di opinioni ma di dati di fatto, che nessuna delle misure adottate in quella sede ha la forza di dare una risposta ai problemi che, comunque meritoriamente, avete posto all’ordine del giorno.
L’esperienza ci insegna che quando c’è un’emergenza, bisogna affrontarla coniugando due tipi d’intervento: quelli d’urgenza che salvano i cittadini in stato di pericolo e quelli programmatici volti a evitare il ripetersi di emergenze simili. Ebbene, tra i provvedimenti assunti dall’ultimo Consiglio dei Ministri non c’è traccia di provvedimenti che abbiano il carattere d’urgenza e anche quelli programmatici sembrano molto ipotetici.
Per quanto riguarda il “piano carceri”, secondo le stesse dichiarazioni del Ministro Nordio e del Commissario straordinario Marco Doglio, nel corso del 2025 saranno resi disponibili solo 1.472 nuovi posti che coprono a stento le nuove persone detenute che entreranno in carcere da qui alla fine dell’anno. E i numeri previsti entro 2027 – anche qui c’è incertezza: 10.000 nuovi posti e 5.000 posti esistenti da recuperare, secondo le dichiarazioni del Commissario Doglio; oppure solo 3.716 posti nuovi e 5.980 posti recuperati, secondo quanto pubblicato sul sito ufficiale del Governo – ricordano molto le promesse, fatte anche dal Ministro Nordio nel corso del suo mandato, della costruzione di nuovi carceri che non si sono mai visti, neanche in minima parte e certamente non in tempi così rapidi.
Inoltre, per aprire nuovi carceri o ampliare quelli esistenti, occorre il personale di custodia e su questo c’è solo la promessa da Lei fatta di mille assunzioni nella Polizia penitenziaria nella legge delega di bilancio, oltre ai concorsi già banditi che coprono a stento gli attuali vuoti di organico.
Signor Presidente, sa qual è il rapporto normativamente previsto tra detenuti e personale di custodia? Sono necessari 1,8 agenti per ogni detenuto, quindi i 1.000 nuovi agenti promessi garantiscono solo la custodia di 555 detenuti.
Vi è poi un Disegno di Legge che dovrebbe aiutare l’accesso di circa 17.000 detenuti con problemi di dipendenza alle comunità terapeutiche, ma anche qui si tratta di un provvedimento dai tempi lunghi e dagli esiti incerti. Dopo il necessario iter parlamentare – come lei sa, almeno sei mesi per essere ottimisti – queste nuove norme, sicuramente opportune, si dovranno misurare con la disponibilità di posti dentro le comunità terapeutiche, dato attualmente ignoto, e con i finanziamenti necessari per avviare i percorsi di trattamento. Pensi che nello scorso anno è stato emanato dal suo Governo un Decreto che istituiva un “albo delle comunità accreditate”, che non è stato ancora disciplinato, e che finanziava solo 280 inserimenti di detenuti nelle comunità terapeutiche.
Infine, c’è un provvedimento, da adottarsi con decreto del Presidente della Repubblica, che dovrebbe facilitare il procedimento per la concessione della liberazione anticipata, già previsto nell’ordinamento penitenziario. Al di là della validità delle misure proposte, che sembrano aumentare invece che diminuire la burocrazia necessaria, il problema è che tutto questo viene demandato, come prevede la legge, alle decisioni dei Magistrati di Sorveglianza.
Signor Presidente, sa quanti fascicoli per la concessione di questo e altri benefici, giacciono sui tavoli dei Tribunali di sorveglianza, in cronica carenza di organico per quanto riguarda sia le magistrature che i loro assistenti e cancellieri? E per quale misterioso motivo, questi Magistrati dovrebbero improvvisamente fare quel lavoro che fino ad oggi non sono riusciti a svolgere, se non in minima parte?
Certamente interventi per snellire le procedure per ottenere la liberazione anticipata e altri benefici, già previsti dall’Ordinamento, che portano le persone detenute fuori dal carcere sono quanto mai opportuni, ma devono avere la forza di nuove leggi e devono essere attentamente studiati con la collaborazione dei magistrati che li devono applicare.
In sintesi, gli interventi proposti per fronteggiare il sovraffollamento carcerario sono lenti, incerti e molto aleatori. Nel frattempo questo sovraffollamento – che nel corso del suo Governo è passato dal 107,4% al 133% – continuerà a crescere. E con esso cresceranno le difficoltà di gestire qualsiasi percorso di reinserimento e il rischio di nuovi suicidi. Ieri, 24 luglio, abbiamo avuto l’ennesimo tentato suicidio nel nostro carcere: la persona detenuta Uddin Md Borhan, di 24 anni proveniente dal Bangladesh, ha tentato di impiccarsi al Braccio G9 ed è stata salvata dai suoi compagni di cella. Nel nostro carcere, nel caldo estivo, si sta verificando un suicidio o un tentato suicidio a settimana.
Signor Presidente, nel suo videomessaggio in cui ha presentato il “piano carceri”, ha esaltato il principio della “certezza della pena”. Un principio sacrosanto che sta a cuore anche a noi, ma che significa avere certezze non solo sul momento e anni da scontare in carcere, ma anche sulle condizioni di umanità con cui questa detenzione viene svolta. Oggi nelle carceri italiane, grazie al sovraffollamento, c’è solo la certezza che le pene previste si stiano trasformando sempre più in forme di tortura delle persone detenute, in totale spregio a quanto previsto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Non dobbiamo aggiungere altro, se non la preghiera di non distogliere il Suo sguardo nel nostro universo carcerario, soltanto perché sono state promessi i già detti interventi. Sarà la Sua sensibilità sociale e la Sua intelligenza politica a guidarla per trovare i giusti correttivi con le necessaria ed evidente urgenza.
Ringraziandola per l’attenzione, la salutiamo con deferenza.
Gianni Alemanno e Fabio Falbo

LA LETTERA DI CUFFARO

Caro Gianni,
ti scrivo da fratello nella prova, e da uomo che ogni giorno, senza interruzioni, legge e medita le pagine del tuo Diario di Cella. Ogni parola che metti su carta è un frammento di verità che attraversa le mura, ogni immagine che descrivi è una lama che penetra e si imprime in chi, come me, conosce la stessa aria, lo stesso odore di umidità, lo stesso rumore sordo delle chiavi e lo stesso silenzio che pesa più del ferro.
Ho letto le tue righe sul Ferragosto e sull’abbandono. Hai ragione: la politica, che dovrebbe essere madre, si comporta come una matrigna distratta, lasciandoci — come scrivi tu — “cani sull’autostrada”. Eppure, in questa fotografia amara che tu scatti con sofferta precisione , io vedo anche un’urgenza che ci chiama: trasformare la nostra condizione da condanna muta a testimonianza viva.
Spes Contra Spem, Gianni, perché anche nel vuoto dell’estate politica, la speranza è la nostra unica risorsa non confiscabile.
Il passaggio di uomini che hanno avuto potere, responsabilità e governo della cosa pubblica — e che oggi sono qui, dietro le sbarre — non può e non deve essere reso vano. Sarebbe un inutile errore , un fallimento di noi stessi e del Paese, se questa caduta non si trasformasse in motivo di rinascita.
Noi sappiamo cosa significa guidare e decidere e oggi sappiamo cosa significa essere dimenticati. Questa doppia esperienza, dura come pietra, deve diventare parola, proposta, ammonimento. È così che il dolore può diventare seme, e il seme, se coltivato, può generare frutto.
Spes contra Spem, perché anche la pietra più dura può essere levigata dal tempo e dalla misericordia.
La tua denuncia di Antonio, di Roberto, di Giuseppe, di Francesco… non è solo un elenco di nomi: è una Via Crucis fatta di volti, di corpi che cedono e di anime che resistono. Qui, dove la legge dell’uomo spesso si ferma sulla soglia della misericordia, Cristo continua a passare. Passa in un bicchiere d’acqua condiviso, in una parola detta al momento giusto, in una mano che impedisce ad Antonio di mollare. Il carcere, Gianni, non è soltanto storie di corpi: è un Vangelo vivo scritto dalle anime ferite.
Papa Francesco ci ha lasciato un insegnamento che dovremmo scolpire nel cuore: persino la porta di sbarre può essere “parimenti sacra” della Porta Santa. Ogni volta che usciamo dalla nostra cella per un’ora d’aria o per un colloquio, se lo vogliamo, stiamo attraversando un varco che può cambiarci. La cella, con tutto il suo dolore diventa un Santuario di sbarre .
Spes contra spem, perché la sacralità può germogliare anche qui, dove il mondo pensa ci sia solo condanna.
Il carcere mi ha ricordato che la politica vera non si fa soltanto nei Palazzi. La politica vera è quando ti alzi per aiutare chi non ha voce, quando difendi chi nessuno difende, quando rifiuti di voltarti dall’altra parte. La politica che ha abbandonato i detenuti si è dimenticata che la dignità è un diritto inalienabile. Ma noi che siamo mendicanti che abbiamo creduto di essere Re, noi che siamo stati ai vertici e oggi siamo nel fondo, possiamo essere il ponte tra questi due mondi. Spes contra spem, perché un ponte è utile solo se qualcuno, prima o poi, decide di attraversarlo.
Non ti nascondo che anch’io mi chiedo dove trascorrerà le vacanze la Giustizia.
Ma so che la vera domanda è un’altra: quando e se la giustizia tornerà ad essere madre, e non solo matrigna; quando e se saprà guardare il detenuto non come scarto, ma come persona.
Continua a scrivere, Gianni.
Continua a raccontare. Io continuerò a leggerti e a risponderti. Perché se la politica ha preso ferie, la nostra coscienza e la nostra fede non chiudono mai. Spes contra spem, amico mio, perché non dobbiamo solo avere speranza dobbiamo essere speranza, perché la speranza è una cosa buona e come tutte le cose buone alla fine vince sempre.
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Redazione Scomunicando.it

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