Nell’ultimo lavoro del designer il monumento più famoso di Roma diventa un’immagine funebre essenziale.
Ventidue aperture, una per ogni anno di Andrea Moretti. Una sola è nera e custodisce una piccola croce. Un’opera sulla morte sul lavoro costruita attraverso sottrazione, geometria e colore.
Così Antonio Morello racconta una tragedia decidendo di togliere quasi tutto, lasciando una grafica essenziale ma che colpisce come un pugno allo stomaco.
Antonio Morello appartiene decisamente alla scuola che nel disegno punta alla sottrazione. Nel suo ultimo lavoro dedicato alla morte di Andrea Moretti, l’operaio rocciatore di 22 anni precipitato per circa dieci metri mentre lavorava al nuovo impianto di illuminazione del Colosseo, la cronaca viene ridotta a pochi elementi essenziali. Non c’è il corpo. Non c’è l’impalcatura. Non c’è la caduta. Non ci sono soccorritori, lampeggianti o caschi abbandonati. C’è soltanto il Colosseo. O, meglio, ciò che basta per riconoscerlo.
Morello ne elimina la monumentalità fotografica e lo trasforma in una grande massa geometrica marrone che emerge dal nero. Non servono colonne, capitelli o dettagli archeologici: bastano la curva, la successione delle arcate e quella particolare stratificazione che appartiene ormai alla memoria visiva collettiva. Poi arriva il particolare sul quale si costruisce l’intera opera: le aperture rappresentate sono ventidue. Ventidue come gli anni di Andrea.
Non è più, quindi, una semplice stilizzazione del Colosseo. Il monumento diventa un calendario interrotto, quasi un conteggio della vita. Ogni finestra sembra rappresentare un anno trascorso. Ed è difficile, guardandole, non percepirle quelle aperture anche come lapidi. Sono tutte uguali, verticali, arrotondate nella parte superiore. La loro successione ordinata ricorda quasi le nicchie di un sacrario. Ma Morello rompe improvvisamente quella serialità. Tra ventuno aperture gialle ce n’è una nera. Dentro, una piccolissima croce. È lì che l’immagine cambia significato. Il colore diventa racconto.
Anche la scelta cromatica appare determinante. Il nero occupa quasi metà della composizione. Non è semplicemente uno sfondo: è uno spazio vuoto, enorme, che incombe sul monumento. È la notte nella quale è avvenuto l’incidente, ma può essere letto anche come lutto, silenzio, assenza. Il Colosseo è invece rappresentato attraverso un marrone scuro, un colore terrestre, quasi spento. Non ha nulla della luminosità celebrativa con la quale siamo abituati a vedere rappresentato l’Anfiteatro Flavio. Poi c’è il giallo. Le ventuno aperture illuminate ( anche la data della morte quasi in un tristegioco cabalisto avviene tra il 21 ed 1l 22 di settembre) hanno un colore acceso, quasi innaturale. Andrea stava lavorando proprio al nuovo sistema di illuminazione del monumento quando è precipitato. Era un giovane operaio specializzato nei lavori in quota e, nonostante l’età, era considerato esperto nel proprio mestiere.
È impossibile non cogliere il cortocircuito visivo: stava lavorando per portare nuova luce al Colosseo e Morello racconta la sua morte spegnendo una delle sue finestre. Una sola. La ventiduesima.
Il Colosseo continuerà a essere visitato, fotografato e illuminato. Andrea Moretti non tornerà a casa. La Procura di Roma sta ricostruendo la dinamica della caduta e sette persone risultano iscritte nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta per omicidio colposo con riferimento alle norme sulla sicurezza sul lavoro. L’iscrizione, naturalmente, non costituisce un accertamento di responsabilità. Morello non entra nell’inchiesta e non cerca colpevoli.
Fa qualcosa di diverso. Mette l’uomo davanti al monumento. O, paradossalmente, ne rappresenta l’assenza. Ed è proprio questo rapporto tra la grandezza eterna dell’architettura e la fragilità della vita umana a rendere l’immagine così severa. L’Anfiteatro Flavio ha quasi duemila anni. Andrea ne aveva ventidue.
Questa è probabilmente la cifra più riconoscibile dell’operazione grafica: affidare il messaggio alla sottrazione. Il disegno non descrive l’incidente, ma costringe chi guarda a completarlo. Le ventidue aperture fanno il resto.
Prima sembrano finestre. Poi diventano anni. Infine assomigliano a lapidi. E quando l’occhio raggiunge quella nera, la piccola croce gialla interrompe definitivamente la lettura architettonica dell’immagine. Non stiamo più guardando il Colosseo. Stiamo guardando un’assenza dentro il Colosseo. Ed è forse questa la forza dell’ultimo lavoro di Antonio Morello: avere trasformato uno dei monumenti più riconoscibili del mondo nel memoriale essenziale di un ragazzo di ventidue anni morto sul lavoro.
Un monumento costruito per durare nei secoli e una vita durata appena ventidue anni vengono messi sullo stesso piano attraverso poche forme e tre colori. E dentro quella finestra, una croce minuscola, basta, da sola, a raccontare tutto.
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