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IL PUNTO – # Il cretino è mobile. Qual piuma al vento

di Aretusa

La cretineria è una risorsa inesauribile del genere umano.

Non conosce crisi economiche, non teme la disoccupazione e, soprattutto, non necessita di concorsi pubblici. Si manifesta spontaneamente, cresce rigogliosa e, in determinate condizioni ambientali, può persino raggiungere i vertici delle istituzioni.

Il cretino tradizionale, quello di una volta, possedeva almeno una virtù: qualche volta taceva. Quello contemporaneo, invece, ha sviluppato una forma particolarmente aggressiva di autostima. Non soltanto ignora ciò di cui parla, ma considera la propria ignoranza una competenza specialistica. E guai a contraddirlo: scambierebbe la vostra competenza per un’insolenza e la propria ignoranza per un principio costituzionale. Il suo habitat naturale è vastissimo, ma la politica offre condizioni climatiche particolarmente favorevoli. Qui trova nutrimento, protezione e un pubblico obbligato ad ascoltarlo. Non di rado trova anche una segreteria, un’automobile di servizio e qualcuno disposto a chiamarlo «Presidente».

Lo si riconosce da alcuni comportamenti caratteristici.

Anzitutto, non sbaglia mai. Se una decisione produce un disastro, la responsabilità è dei predecessori, degli avversari o del destino cinico e baro. Se invece, per una fortunata combinazione astrale, qualcosa funziona, il merito è esclusivamente suo. Anche quando quel qualcosa era stato realizzato vent’anni prima. Possiede inoltre la straordinaria capacità di cambiare opinione senza modificare espressione. Ciò che ieri era inaccettabile oggi diventa indispensabile. Quello che fino alla settimana scorsa rappresentava un attentato alla democrazia si trasforma improvvisamente in una conquista di civiltà. Basta cambiare poltrona. La coerenza, del resto, è un lusso che lascia volentieri a chi non ha prospettive di carriera.
Particolarmente interessante è il suo rapporto con le crisi politiche. Può provocarne una al mattino, negarne l’esistenza a mezzogiorno, annunciarne il superamento nel pomeriggio e celebrare, la sera, la ritrovata stabilità. Il tutto senza che sia cambiato assolutamente nulla, salvo qualche promessa di sistemazione e il numero dei commensali ammessi al banchetto.

Esiste poi il cretino decisionista, che considera ogni osservazione tecnica un affronto personale. La sua frase preferita è: «Qui bisogna decidere!». E infatti decide. Generalmente prima di capire. Quando il disastro è compiuto, istituisce una commissione d’inchiesta. Naturalmente composta da persone che non corrano il rischio di scoprire qualcosa. Ma il capolavoro si raggiunge quando incontra una legge. Non importa che la conosca: è sufficiente che ne abbia sentito pronunciare il titolo. A quel punto ne diventa interprete autentico, esegeta costituzionale e, all’occorrenza, padre spirituale. Se la Costituzione gli dà torto, tanto peggio per la Costituzione. La legalità, evidentemente, è un intralcio burocratico.

C’è poi il cretino stratega, convinto di possedere una visione politica talmente elevata da risultare invisibile persino ai suoi collaboratori. Fonda movimenti, annuncia federazioni, sottoscrive alleanze e le scioglie prima che i partecipanti abbiano finito il caffè. Parla incessantemente di unità, purché tutti si uniscano sotto la sua personale direzione.

Ma la più recente mutazione della specie merita un capitolo a sé: il cretino postideologico. Costui ha scoperto, con l’entusiasmo di un esploratore che abbia appena individuato il proprio ombelico, che destra e sinistra non esistono più, che le ideologie sono morte e che i valori appartengono ormai all’archeologia politica. Una scoperta provvidenziale, che gli consente finalmente di cambiare partito senza dover cambiare idea. Anche perché, a ben vedere, un’idea non l’aveva mai avuta. Il liberale può così scoprire improvvise affinità con l’autoritarismo, il riformista innamorarsi delle parole d’ordine più reazionarie e il socialista attraversare un secolo e mezzo di storia del movimento operaio per approdare, finalmente liberato dal peso di Marx, Turati e Rosselli, ai piedi di qualche nuovo vate del nazionalismo muscolare. Tutti miracolosamente convertiti. Non si sa bene a quali idee, ma si intuisce piuttosto facilmente a quali prospettive.
Nessuno, beninteso, ha tradito nulla. Si tratta di evoluzione, modernità, superamento degli steccati. Il trasformismo, parola ormai volgare, è stato ribattezzato «convergenza programmatica». Quali programmi convergano rimane un mistero. Ma gli aspiranti candidati, quelli sì, convergono con ammirevole puntualità.

Il cretino postideologico possiede anche una singolare concezione della democrazia: è talmente convinto della bontà delle proprie intuizioni da attribuirle generosamente agli altri. Annuncia convergenze mai concordate, arruola movimenti mai interpellati e interpreta il pensiero di persone che non hanno avuto il piacere di consultarlo. Se qualcuno protesta, cade dalle nuvole: evidentemente gli altri non hanno ancora compreso quanto siano fortunati a pensarla come lui. Il paradosso è che, mentre proclama la morte delle ideologie, corre ad abbracciare chi di un’ideologia fa una bandiera. Insomma, le idee non esistono più, purché siano quelle degli altri. Le proprie possono essere tranquillamente sostituite con un buon accordo elettorale.

In questo universo capovolto, chi continua a credere nella funzione dei partiti, nella loro identità culturale e nel loro compito di collegamento tra cittadini e istituzioni viene considerato un reperto del Novecento. E chi immagina che una federazione politica debba nascere dalla condivisione di valori e programmi, anziché da un’improvvisa comunione d’interessi, rischia addirittura di essere accusato di idealismo.
Il nostro esemplare, del resto, non distingue tra unire e ammucchiare. Per lui una federazione è un contenitore nel quale infilare tutto ciò che può produrre un risultato utile. Che i contenuti siano incompatibili è un dettaglio trascurabile. Anche l’insalata russa mette insieme ingredienti diversi. Con la differenza che almeno quella ha una ricetta.

Come difendersi, dunque?

Il problema è che il cretino con autostima non si lascia facilmente neutralizzare: è impermeabile al dubbio, refrattario alla logica e perfettamente immune al ridicolo. Del resto, per rendersi conto di essere ridicoli occorre una qualità che al nostro esemplare difetta: la consapevolezza di sé. Resta un’ultima avvertenza. Il cretino con autostima non va necessariamente sottovalutato. Può essere astuto, colto, persino brillante. Perché la cretineria di cui parliamo non è un deficit d’intelligenza: è l’incapacità di riconoscere i limiti della propria intelligenza, aggravata dalla convinzione che il potere li abbia definitivamente aboliti.

E se, leggendo queste righe, qualche autorevole personaggio dovesse sentirsi chiamato in causa, lo rassicuriamo: non era nostra intenzione. Ma, visto che si è riconosciuto, eviti almeno di chiedere una rettifica. Rischierebbe di fornirci la prova.

Redazione Scomunicando.it

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