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L’AUTORITRATTO – Alfredo Iraci. Quando la pittura non semplicemente denuncia la decadenza: la trasforma in presenza, dignità, storia

L’autoritratto di Alfredo Iraci (Maestro d’Arte di Sant’Agata Militello, cittadino del Mondo, poliedrico e complesso personaggio che ama Caravaggio, legge Pound, recita Mishima, ascolta la musica classica e che guarda il mondo spesso da prospettive non comuni ai “mortali”, che idealizza il Mito e gli Arcani e che ama contare il tempo attraverso personalissimi calendari).

L’opera, recentissima anche se concettualmente distante, segue l’altro autoritratto del 2018

La nuova opera presenta un autoritratto – visivamente centrato – dell’artista, qui raffigurato con una barba folta, lo sguardo diretto e un volto segnato dal passare del tempo. Le scelte formali sono interessanti: il viso occupa la scena con forza, le pennellate restano visibili, la texture della pelle, della barba e del vestiario (una sorta di camicia-maglia ieratica quasi a indicare qualcosa di solenne, austero, immobile, quasi rituale, come se appartenesse a una dimensione sacra o distante dalla quotidianità) rendono tangibile la materia pittorica.

Sul piano espressivo, l’intensità dello sguardo e la stretta inquadratura conferiscono all’immagine un’immediata carica emotiva: non tanto come semplice rappresentazione del sé, quanto come rivelazione di uno stato interiore. Il cielo (anzi lo sfondo) con nuvole chiaramente visibili suggerisce una dimensione simbolica, più che realistica: l’“uomo” radicato nel quotidiano e insieme proteso verso un trascendente.

Forze dell’opera può sintetizzarsi nella pittura che è ben visibile, non mimetica; la superficie non si nasconde, ma si mostra. Questo dà autenticità e fisicità all’immagine. Nello sguardo e tensione interna: L’artista non sembra semplicemente raffigurato, ma in dialogo con chi guarda. C’è una certa gravità, una consapevolezza dei segni del tempo, della vita vissuta. Nelle fusioni simboliche: L’abbinamento di un volto realistico, visibile nelle texture, con un cielo o un fondo dalle nuvole “suggestive”, lascia intendere che l’opera vuole andare oltre l’apparenza: non solo chi sono, ma cosa sento, cosa penso, cosa ho vissuto. Ed infine nella composizione centrata e diretta: L’inquadratura frontale, la barba bianca-grigia, la tensione dello sguardo mantengono l’attenzione sull’essenziale: il volto come paesaggio interiore.

Alfredo Iraci, ed è qui la sua cifra artistica, sa bene che l’autoritrarsi è di per sé atto carico di implicazioni: identità, tempo, memoria, vulnerabilità. Qui tali tematiche emergono con forza e senza una precisa collocazione degli anni, delle tecniche, del confronto con coevi o precedenti, l’opera rimane in qualche modo “autonoma”, isolata. E’ un suo valore. L’opera si regge da sola.

Potremmo leggere quest’autoritratto come un’auto-riflessione dell’artista: l’età che avanza, la barba bianca, la luce che colpisce il volto e le nuvole che si muovono dietro indicano uno stato di transizione – tra passato e futuro, tra ciò che è lasciato e ciò che resta da vivere. Il volto non è idealizzato: è reale, segnato. Ma la pittura non semplicemente denuncia la decadenza: la trasforma in presenza, dignità, storia.

In questo senso, l’opera assume un valore universale: non solo, questo è Alfredo Iraci “ma questo è un uomo che attraversa il tempo“.

Lo sfondo nuvoloso suggerisce che la persona è inserita in una dimensione più ampia – non solo la biografia individuale, ma la storia, il clima, l’esistenza umana.

L’autoritratto rappresenta un momento in cui l’artista si mostra con coraggio: senza abbellimenti superflui, ma con la consapevolezza dell’età, del vissuto, della fragilità.

Allo stesso tempo, l’opera lascia spazio all’interpretazione: l’assenza di elementi narrativi troppo espliciti, invitano l’osservatore a riflettere sul proprio tempo, sul proprio volto, sulla propria storia.

In attesa che l’Artista sveli altre opere, questo pezzo funziona bene per sé, come gesto individuale e come punto di contatto emotivo con chi lo guarda.

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Redazione Scomunicando.it

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