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L’OPINIONE DI MARCO CORRAO – La trasformazione di un Paese chiamato Italia

Questo articolo nasce da una riflessione civile: comprendere come, in pochi decenni, l’Italia sia passata dall’entusiasmo della ricostruzione all’infantilismo collettivo di una società che sembra aver smarrito il senso della responsabilità. È un viaggio nella memoria culturale e politica di un Paese che ha confuso il benessere con la crescita, e la libertà con l’assenza di limiti.

“Quando il popolo cessa di pensare, altri penseranno per lui”

L’immaturità collettiva come tratto distintivo

C’è un filo che attraversa la storia italiana degli ultimi cinquant’anni: l’immaturità collettiva. Un Paese in cui la crescita economica non ha coinciso con una maturazione culturale, dove la ricchezza materiale ha spesso soppiantato la formazione del pensiero critico, e dove i genitori di oggi, figli del boom e della televisione commerciale,  vivono una genitorialità adolescenziale, emotiva, priva di strumenti profondi.

Questa deriva non nasce dal nulla. È il risultato di una modernità incompiuta, che ha smarrito il senso del limite e della responsabilità.

Dal dopoguerra alla mutazione antropologica

Il dopoguerra fu l’epoca della ricostruzione e della speranza. L’Italia usciva distrutta ma vitale e, nel giro di due decenni, conobbe il cosiddetto “miracolo economico”: case, automobili, televisori. Ma insieme alla crescita materiale, qualcosa andò perduto.

Pier Paolo Pasolini, con lucidità descrisse questa trasformazione non come  un’evoluzione, ma una “mutazione antropologica”. Scriveva: “Gli italiani sono cambiati più in questi ultimi cinque anni che nei duemila precedenti.” Peccato non possa vedere cosa siamo diventati adesso.

Il passaggio da una società contadina a una società dei consumi avvenne troppo in fretta. Il popolo si modernizzò senza diventare moderno, adottando i simboli del progresso senza interiorizzarne i valori civici. Il consumo sostituì l’etica del lavoro e la televisione iniziò a educare più della scuola.

Gli anni Ottanta e l’avvento dell’edonismo

Il decennio successivo fu quello dell’edonismo, dell’immagine, della “Milano da bere”. L’Italia divenne un laboratorio di postmodernità, dove la pubblicità e l’estetica del benessere plasmarono l’immaginario collettivo. Umberto Eco osservava come la televisione commerciale avesse trasformato il linguaggio, imponendo la logica dell’intrattenimento anche nel discorso pubblico.

Negli anni ’80 questa la trasformazione trovò compimento: la vita divenne performance, la politica spettacolo, l’educazione un fastidio. L’“homo faber” che costruiva, rifletteva e studiava cedette il passo all’“homo ludens” che gioca, desidera e consuma.

Gli anni ’90: dal crollo dei partiti al berlusconismo

La crisi dei partiti tradizionali nei primi anni ’90 Tangentopoli, Mani Pulite, la dissoluzione della Prima Repubblica distrusse anche i luoghi in cui si imparava la responsabilità collettiva: sezioni, sindacati, parrocchie. In quel vuoto entrò la televisione, con il suo linguaggio semplificato e seduttivo.

L’ascesa di Silvio Berlusconi nel 1994 non fu un colpo di teatro, ma la conseguenza di una lunga colonizzazione culturale. Il berlusconismo, più che una stagione politica, fu una pedagogia nazionale: insegnò che tutto è negoziabile, anche la verità.

Il nuovo millennio: la scomparsa dei padri e delle madri

Con i primi anni 2000, la mutazione è diventata ereditaria. I figli del boom economico, cresciuti nella televisione commerciale, sono diventati genitori senza aver mai elaborato un modello adulto.

Umberto Galimberti parla della “scomparsa dei padri” e mi sento di aggiungere anche delle madri. Egli dice: “l’adulto che non educa più, ma compete; che non guida, ma cerca di piacere. In questa confusione di ruoli, i figli crescono in un mondo senza limiti, dove la libertà è solo assenza di regole e l’identità si costruisce nello specchio dei social.”

Oggi l’Italia è, a tutti gli effetti, una società adolescenziale. L’emozione prevale sull’argomento, il consenso sulla competenza, la rabbia sulla riflessione. La politica parla in slogan, i media vivono di scandali e la scuola unico presidio rimasto fatica a ricostruire un senso civico smarrito.

Ritrovare la complessità

Ritrovare maturità collettiva significa tornare alla complessità. Significa restituire dignità alla cultura, alla scuola, alla lentezza del pensiero. Non serve nostalgia, ma coraggio: quello di tornare a essere adulti in un tempo che ci vuole eterni adolescenti. Solo così potremo trasformare l’analfabetismo funzionale in alfabetizzazione civica, e la società dello spettacolo in comunità di pensiero.

Un Paese che non educa al pensiero è un Paese che smette di pensare. E come ammoniva Pasolini:

“Quando il popolo cessa di pensare, altri penseranno per lui.”

Redazione Scomunicando.it

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