Domani Giuseppe Antoci sarà nell’aula del Tribunale di Patti.
Non soltanto per assistere alla lettura di una sentenza. Per l’ex presidente del Parco dei Nebrodi, oggi parlamentare europeo, il verdetto di Nebrodi 2 rappresenta un altro passaggio di una storia cominciata tredici anni fa e che, nel tempo, ha intrecciato amministrazione pubblica, lotta alla mafia, fondi europei, minacce, un attentato e processi. «Sarò ancora una volta in aula ad ascoltare il dispositivo del Tribunale e a guardarli negli occhi, ricordando loro che lo Stato vince sempre e, soprattutto, che non mi hanno fermato».
È una frase che riporta inevitabilmente indietro nel tempo.
A quando, da presidente del Parco dei Nebrodi, Antoci iniziò a mettere in discussione un sistema che consentiva di accedere ai contributi europei destinati all’agricoltura attraverso l’utilizzo di terreni e pascoli. Da quella esperienza nacque il protocollo di legalità che porta il suo nome, costruito per rafforzare i controlli antimafia nell’assegnazione dei terreni e nell’accesso alle risorse pubbliche e successivamente recepito nella legislazione antimafia. Una battaglia che aveva un principio molto semplice: il denaro destinato agli agricoltori deve arrivare agli agricoltori, non essere sottratto attraverso sistemi fraudolenti o condizionamenti criminali.
«Ho dedicato 13 anni della mia vita a combattere contro una vicenda paradossale – dice Antoci – che consentiva a importanti famiglie mafiose e truffatori di incassare milioni di euro di fondi europei per l’agricoltura, togliendoli ad agricoltori e allevatori onesti che spesso venivano anche minacciati. E questo accadeva sia in Sicilia che nel resto d’Italia».
Poi arrivò la notte del 18 maggio 2016. L’auto blindata sulla quale viaggiava Antoci venne bloccata e raggiunta dai colpi degli aggressori. L’intervento degli uomini della scorta della Polizia di Stato consentì di mettere in fuga il commando e di salvargli la vita. Da allora la sua esistenza e quella della sua famiglia sono rimaste segnate dalle misure di protezione. Ma quella notte non interruppe il percorso.
Dal Protocollo ai maxiprocessi
Negli anni successivi la lotta alle frodi agricole sui Nebrodi è diventata uno dei grandi capitoli dell’attività antimafia nel territorio messinese. Il primo passaggio giudiziario è stato Nebrodi 1, nato dalla vasta operazione del gennaio 2020 e conclusosi definitivamente in Cassazione con 50 condanne. Antoci era già nell’aula di Patti quando, nel 2022, venne pronunciata la sentenza di primo grado. Domani ci tornerà.
Questa volta davanti ai giudici arriva Nebrodi 2, il procedimento nato dalla nuova operazione scattata nel febbraio 2024. Al centro ci sono ancora le presunte infiltrazioni criminali e le frodi nei meccanismi di accesso ai contributi agricoli comunitari. L’accusa ha formulato richieste per 48 condanne e complessivamente quasi 500 anni di carcere, oltre a richieste di assoluzione e sanzioni nei confronti delle società coinvolte. Le contestazioni, formulate a vario titolo e sulle quali spetterà naturalmente al Tribunale pronunciarsi, comprendono associazione mafiosa, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, estorsione e traffico di stupefacenti. Ed è importante fermarsi proprio qui. Perché domani sarà il momento nel quale le ipotesi accusatorie dovranno confrontarsi con il giudizio del Tribunale. Saranno i giudici a stabilire responsabilità individuali, assoluzioni e condanne.
Per Antoci, però, l’attesa della sentenza assume inevitabilmente un significato che supera la cronaca giudiziaria. Quando questa storia cominciò era il presidente di un ente territoriale siciliano. Oggi siede al Parlamento europeo. In mezzo ci sono tredici anni nei quali la questione dei fondi agricoli sottratti illegalmente è passata dai pascoli dei Nebrodi alle aule giudiziarie e alla legislazione nazionale. Ed è forse questo il filo che lega il Protocollo, l’attentato, Nebrodi 1 e adesso Nebrodi 2.
Non una vicenda personale contrapposta a singole persone, ma una battaglia attorno a una domanda molto concreta: chi deve poter beneficiare delle risorse pubbliche destinate all’agricoltura? Dietro le cifre milionarie dei finanziamenti europei ci sono terreni, aziende, allevatori e famiglie. Ci sono imprenditori che quelle risorse dovrebbero utilizzare per lavorare, investire e rimanere sul territorio. È per questo che Antoci continua a riportare la vicenda agli agricoltori e agli allevatori onesti che, sostiene, per anni hanno dovuto confrontarsi non soltanto con la concorrenza di chi avrebbe ottenuto indebitamente i finanziamenti, ma anche con intimidazioni e condizionamenti.
Domani il percorso giudiziario di Nebrodi 2 raggiungerà il suo primo verdetto. E Giuseppe Antoci ha scelto di esserci fisicamente. Seduto nell’aula di Patti ad aspettare che venga letto il dispositivo, come aveva già fatto per il primo maxiprocesso.
Questa volta, però, con altri anni trascorsi sulle spalle e con la stessa frase che utilizza per spiegare perché considera importante essere ancora lì: «Sarò in aula a guardarli negli occhi. Lo Stato vince sempre e, soprattutto, non mi hanno fermato».
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