Paolo Mendico aveva solo 15 anni.
Si è tolto la vita lo scorso 10 settembre, ma intorno alla sua morte si è aperta una ferita che riguarda l’intero Paese.
“Paolo non si è ucciso. È stato ucciso dall’odio”, scrive chi, tra amici e conoscenti, non riesce a trattenere la rabbia. Ucciso dal giudizio, dalle derisioni, da un clima che lo ha isolato e ferito fino all’irreparabile. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), per voce del presidente Romano Pesavento, esprime cordoglio e vicinanza alla famiglia, ma anche una denuncia netta: “Non possiamo far passare questa tragedia come un episodio isolato. Non possiamo accontentarci di cordogli ufficiali. La scuola non può più permettersi indifferenza”.
La lettera del fratello
A scuotere le coscienze è stata anche la lettera scritta dal fratello di Paolo al Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Nelle righe, il racconto di anni di bullismo, isolamento, segnalazioni mai ascoltate. Paolo amava la musica, era gentile e riflessivo. Forse più fragile di altri, ma certamente bisognoso di ascolto e protezione. Protezione che non ha trovato.
La Procura di Cassino ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha disposto due ispezioni nelle scuole frequentate dal ragazzo, e il ministro Giuseppe Valditara ha contattato il padre per esprimere la propria vicinanza. Ma la verità è che tutto arriva dopo. Troppo tardi per Paolo.
Una scuola che deve cambiare
Il CNDDU sottolinea come il sistema scolastico debba dotarsi di strumenti concreti e stabili: figure professionali dedicate, procedure chiare per accogliere le segnalazioni, percorsi di formazione continua. Non bastano giornate simboliche contro il bullismo: serve un’identità educativa fondata sull’ascolto, la cura, la tutela delle fragilità.
“Paolo aveva diritto a essere protetto e ascoltato, e questo diritto gli è stato negato”, scrive Pesavento. Il Coordinamento chiede un confronto vero e trasparente con il Ministero, riforme coraggiose e investimenti seri. Non solo per rendere giustizia a Paolo, ma per impedire che altre vite vengano spezzate nello stesso silenzio.
La sua memoria non deve dissolversi tra le cronache. Deve diventare un seme di cambiamento: per una scuola che non giudica, ma accoglie; che non ignora, ma interviene; che non lascia soli i più fragili.
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