Nati negli Stati Uniti come strumenti per aggregare informazioni e previsioni, oggi si trovano al confine tra finanza, betting e tecnologia
Negli ultimi tempi avrete sicuramente sentito parlare dei prediction markets, letteralmente “mercati della predizione”. Si tratta di un segmento nato negli Stati Uniti negli anni Ottanta, inizialmente sviluppato in ambito accademico, che consente agli utenti di scambiare contratti legati al verificarsi di eventi futuri. Oggi il fenomeno riguarda ambiti diversi, dalla politica allo sport, dal meteo agli spettacoli, e sta creando nuove questioni sul piano normativo.
Il funzionamento è relativamente semplice: viene formulata una domanda su un evento futuro, che sia una partita di basket o un’elezione politica, un matrimonio di un cantante o l’uscita di un titolo al cinema, e gli utenti acquistano contratti collegati alle possibili risposte. Il prezzo del contratto riflette la probabilità che il mercato attribuisce a un determinato risultato: se, per esempio, un contratto viene scambiato a 30 centesimi, il mercato sta implicitamente attribuendo circa il 30% di probabilità a quell’esito, secondo le regole del singolo mercato. La differenza rispetto alle scommesse tradizionali è soprattutto nella formazione del prezzo: nel betting è il bookmaker a stabilire la quota mentre nei prediction markets il valore dei contratti nasce dall’incontro tra domanda e offerta e può cambiare continuamente in base alle informazioni e alle aspettative dei partecipanti.
Il tema della loro regolamentazione è stato al centro della Easg Conference 2026 di Copenaghen, durante la quale si è analizzata la crescita del settore e la diversa natura dei contratti. Un aspetto particolarmente interessante riguarda la percezione degli utenti: chi utilizza questi strumenti può infatti non considerarsi un giocatore, ma piuttosto un investitore o un agente di borsa.
Numeri in crescita, che rendono necessaria una domanda: come devono essere regolati i prediction markets? Secondo alcuni esperti, come Iva Zorko, Senior Policy Officer di European Lotteries, il comparto sta passando “da un’attività di nicchia a un mercato globale in rapida crescita”. La difficoltà nasce dal fatto che alcuni contratti possono presentare caratteristiche riconducibili agli strumenti finanziari, mentre altri possono essere più vicini alle scommesse. In Europa non esiste una disciplina unica: a seconda della natura del prodotto possono entrare in gioco le norme sui mercati finanziari, sugli asset digitali o quelle nazionali relative al gambling. Alcuni Paesi hanno poi ricondotto questi prodotti alle normative sul gioco già esistenti mentre altri, come Gibilterra, hanno invece scelto di inserirli esplicitamente nella regolamentazione del gambling come nuova verticale.
Il caso degli Stati Uniti mostra bene la complessità del problema: gli esperti hanno messo in evidenza come alcuni event contracts possano essere trattati come strumenti finanziari regolati a livello federale, anziché come scommesse soggette alle leggi statali. La classificazione ha conseguenze concrete su tassazione, obblighi di reporting e responsabilità degli operatori. Due prodotti con caratteristiche comportamentali simili possono quindi essere sottoposti a regole differenti.
È questa la sfida dei prediction markets: prima ancora di stabilire come regolamentarli, occorre definire con chiarezza che cosa siano. Un primo passo necessario per poter andare avanti nel rispetto della legge.
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