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PUNTI DI PARTENZA – Non deve succedere mai più

Andrea migliora, ed è quelsta la bella notizia. M quello che è accaduto non può essere dimenticato

Da Patti arrivano notizie incoraggianti sulle condizioni del bambino ferito nella caduta dal palco di Marina. La speranza cresce, ma restano le domande sulla sicurezza degli spazi pubblici. E una responsabilità collettiva che non può esaurirsi con il sollievo.

La notizia più bella è che Andrea sta migliorando. È quella che aspettavamo. Quella che, dopo giorni di angoscia, permette finalmente di guardare avanti con un po’ più di fiducia. Un bambino di sei anni che lotta per riprendersi, una famiglia che attraversa ore difficilissime, un’intera comunità che segue con apprensione ogni piccolo progresso. Oggi possiamo concederci un sorriso. Con prudenza, naturalmente, perché il percorso di recupero richiede ancora attenzione e rispetto.

Ma proprio mentre arriva questa buona notizia, dobbiamo avere la forza di non dimenticare tutto il resto.

E’ accaduto nella Piazzetta dei Marinoti, a Patti Marina, lì un bambino è rimasto gravemente ferito dopo essere caduto da una struttura utilizzata per le manifestazioni.Poteva accadere, come del resto è accaduto in un altro luogo, dopo un karaoke, quando le luci del carnevale si eano spente, alal fine dello spin bike. Potrebeb accadere dentro la villa comuanle, gtra i giochi del baby park. Sempre un luogo pubblico. Qui dopo l’evento, loo spazio è frequentato nuovamente dalle famiglie. I bambini che giocano. Elementi assolutamente normali. Eppure, quel giorno, qualcosa si è trasformato in un pericolo. Non spetta a noi stabilire responsabilità penali. C’è un’inchiesta della magistratura, ci sono accertamenti da compiere e persone coinvolte che hanno tutto il diritto di difendersi e di vedere rispettata la presunzione di innocenza. Ma la responsabilità di interrogarsi su quanto accaduto appartiene a tutti.

E non richiede di aspettare una sentenza fermo restando che la buona notizia non cancelli le domande È un meccanismo che conosciamo bene. Accade un incidente, ci indigniamo, chiediamo spiegazioni, ci stringiamo attorno alle persone coinvolte. Poi, quando l’emergenza comincia a rientrare, anche l’attenzione si affievolisce. La vita riprende il suo corso e gli eventi vengono organizzati, i palchi montati e smontati.

Chi controlla una struttura quando la manifestazione è terminata? Chi decide se può rimanere in una piazza accessibile a tutti? Chi deve verificare che non rappresenti un pericolo? E chi interviene quando qualcosa che era stato installato per uno spettacolo diventa, inevitabilmente, un elemento del paesaggio urbano? Non sono domande contro qualcuno. Sono domande che riguardano il funzionamento di una comunità e la capacità delle istituzioni di prevenire ciò che è ragionevolmente prevedibile. Un bambino di sei anni non conosce le norme tecniche, non distingue un palco da un’attrezzatura temporanea e non sa valutare i rischi di una struttura. Un bambino vede uno spazio, lo esplora, ci gioca. È compito degli adulti fare in modo che quella curiosità non diventi un pericolo ed è facile dare – come stoltamente qualcuno ha già fatto – la colpa alla famiglia.

Palchi, pedane, transenne, cavi, impianti e attrezzature non possono essere considerati soltanto elementi necessari allo svolgimento di un evento. Devono essere gestiti prima e dopo, fino alla loro rimozione o alla messa in sicurezza. Servono procedure chiare, responsabilità definite, controlli effettivi. Procedure standard che ridiano edficienza ai luoghi. Non bastano le buone intenzioni. E non può essere la fortuna a decidere se una giornata in piazza si concluderà senza incidenti. La prevenzione è spesso invisibile. Quando funziona, nessuno se ne accorge. Non produce fotografie, inaugurazioni o applausi. Ma è proprio quella parte silenziosa del lavoro amministrativo che può fare la differenza.

In questi giorni abbiamo letto parole di affetto, preghiere, messaggi di solidarietà. Abbiamo visto una comunità capace di stringersi attorno a una famiglia. È una risposta umana importante. Ma adesso serve qualcosa di più. Serve che questa vicenda lasci una traccia concreta nel modo di organizzare e gestire le manifestazioni pubbliche.

Che ogni amministrazione, ogni organizzatore, ogni soggetto responsabile di uno spazio si ponga una domanda semplice: ciò che stiamo lasciando qui è davvero sicuro per chi arriverà domani? Non si tratta di cercare colpevoli attraverso un editoriale. Quello è un compito della giustizia, che deve lavorare con serenità, senza pressioni e senza processi mediatici. Si tratta di evitare che la necessaria ricerca delle responsabilità individuali faccia dimenticare un dovere più ampio: imparare dagli incidenti e correggere ciò che può mettere in pericolo altre persone. Perché la sicurezza non dovrebbe dipendere dall’attenzione occasionale di qualcuno, ma da regole applicate con continuità.

Non deve succedere mai più.

 

Redazione Scomunicando.it

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