Il Muro

RAMELLI A CAPO D’ORLANDO – Ricordare una vittima non è mai divisivo

… è il modo in cui la memoria viene strumentalizzata a esserlo.

La memoria di Ramelli e le ombre degli anni di piombo

A Capo d’Orlando si è aperto un dibattito intorno alla proposta fatta dai consiglieri comunali “di destra” di intitolare uno spazio pubblico a Sergio Ramelli.

Il Circolo del Partito Democratico ha diffuso una nota nella quale definisce la richiesta «strumentale, di parte, divisiva e fuori dalla storia».

Secondo il PD orlandino, la memoria di quegli anni bui non può essere utilizzata come bandiera ideologica: «Sergio Ramelli fu assassinato da elementi appartenenti a un gruppo extraparlamentare di estrema sinistra, Avanguardia Operaia, nel 1975. Erano gli anni di piombo, quando decine di omicidi per ragioni politiche insanguinarono il nostro Paese. Anche numerosi giovani di sinistra furono vittime di quella stagione di odio».

Il segretario Marcello Corrao ha ricordato come la giustizia, pur arrivata per Ramelli, non sia mai arrivata per molti altri, e che sarebbe «più giusto intitolare uno spazio pubblico alle Vittime degli anni di piombo, tutte».

Una posizione che vuole difendere la memoria collettiva, senza distinzioni ideologiche.

«Capo d’Orlando è una città civile», si legge nella nota, «che deve anche liberarsi delle ultime ombre del passato, come la cittadinanza onoraria concessa a Benito Mussolini».

Veltroni: “Ramelli, il ragazzo col Ciao”

Le parole del PD si possono anche legare idealmente con quelle di Walter Veltroni, che nel 2024, in un articolo sul Corriere della Sera, aveva ricordato Sergio Ramelli come “il ragazzo col Ciao”, vittima dell’odio politico.

Veltroni, già segretario del PD, scrisse che «l’omicidio di Sergio Ramelli è stato un atto di odio politico» e che ricordarlo non significa schierarsi, ma difendere la civiltà: «Sergio e gli altri, divisi sanguinosamente in vita, devono oggi essere uniti nella memoria collettiva».

Una posizione di pietas e di riconciliazione che allora, ma ancora oggi, suscitò reazioni contrastanti, soprattutto da quella parte della sinistra che vede in Ramelli un’icona della destra neofascista.

Alcuni intellettuali, come l’assessore romano Christian Raimo, definirono quell’articolo “revisionista”, accusando Veltroni di diseducare le nuove generazioni. Eppure, come ricordò la giornalista Flavia Perina, «se non si riesce a definire come delitto d’odio l’assassinio di un diciottenne, allora la diga contro l’odio si fa meno credibile».

La memoria come spazio comune, non come campo di battaglia

È qui che il nodo si fa politico e morale.

Ramelli, giovane di destra, fu ucciso da militanti di estrema sinistra. Ma in quegli stessi anni anche giovani di sinistra, giornalisti, magistrati, carabinieri, poliziotti persero la vita nello stesso vortice d’odio. L’Italia non deve permettersi di riscrivere quella storia “a metà”- nè a destra nè a sinistra – . Una rilettura critica, storica, sociale, di quel periodo della “nostra” storia va fatta.

Il PD orlandino ha proposto di ricordare non un singolo nome, ma tutte le vittime, comprese quelle dei tre carabinieri Donato Poveromo, Franco Dongiovanni e Antonio Ferraro, trucidati a Peteano nel 1972 da militanti neofascisti e noi aggiungiamo anche che nel lungo elenco ci stanno anche Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola — 1974 – morti in un attacco venne rivendicato da formazioni brigatiste mentre erano inermi in una sezione dell’Msi; Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta – loro uccisi dei “compagni” e Stefano Recchioni “giustiziato” dalla polizia, ad Acca Larentia, nel 1978.

È un messaggio chiaro: la memoria non è proprietà di una parte, ma responsabilità di tutti.

un’Italia che ricorda senza odiare

Veltroni concludeva il suo articolo con parole che oggi risuonano con forza:

“Sergio e gli altri, divisi in vita, devono oggi essere uniti nella memoria collettiva. Uniti, almeno sulla collina.”

Ricordare Ramelli non è un gesto divisivo, ma un atto di civiltà e lo si può fare insieme a chi è caduto in quella stagione dura e violenta della nostra Repubblica.

Ricordare Ramelli è un gesto divisivo solo se serve a marcare confini ideologici, non a superarli.

E forse il modo migliore per onorare la memoria di tutti è quello di smettere di usarla come un’arma.

il comunicato integrale del PD – Circolo di  Capo d’Orlando

Intitolare uno “spazio alla memoria di Sergio Ramelli” è nel contempo una richiesta strumentale e divisiva.

Sergio Ramelli fu assassinato da elementi  appartenente ad un gruppo extraparlamentare, Avanguardia Operaia, nel 1975; Erano i cosiddetti “anni di piombo” quando decine di omicidi per ragioni politiche insanguinarono il nostro Paese.

Anche numerosi giovani di sinistra furono vittime di quella stagione quando l’odio ideologico pareva avesse preso il sopravvento sul vivere civile.

Per non parlare degli omicidi di appartenenti alle forze dell’ordine (polizia di Stato e Carabinieri), Avvocati, Giornalisti,

Mentre per Ramelli fu fatta, giustamente, giustizia 15 anni dopo( leggi sotto), per molti altri la giustizia non arrivò mai.

Ecco perché la proposta di consiglieri comunali esponenti della destra, ci appare strumentale, di parte, divisiva e fuori dalla storia. Caso mai sarebbe opportuno intitolare uno spazio pubblico alle “Vittime degli anni di piombo”. Tutte.

Capo d’Orlando è una Città Civile, seppur permane ancora qualche ombra quale la “Cittadinanza Onoraria a Benito Mussolini” che, a nostro avviso, andrebbe revocata quale atto di vera giustizia nei confronti dei partigiani orlandini che diedero la vita nella la lotta contro il regime fascista di cui Mussolini fu l’artefice principale.

E nel contempo proponiamo di intitolare uno “spazio pubblico” ai tre carabinieri,  Donato Poveromo, di anni 33, Franco Dongiovanni, di anni 23, e Antonio Ferraro, di anni 31, giovani strappati alle loro famiglie, trucidati a Peteano il 31 maggio 1972 da un attentato ad opera dei militanti neofascisti Carlo Ciccuttini (già segretario della sezione dell’MSI del suo paese) e Vincenzo Vinciguerra militante dei movimenti neofascisti Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo..

Il tentativo di riscrivere la storia torna sistematicamente quando la destra è al potere. Non bisogna assecondarlo;  in nome delle vittime innocenti e delle loro famiglie.

Noi non dimentichiamo.

Partito Democratico – Circolo di Capo d’Orlando

Il Segretario Marcello Corrao

la giustizia:

Il 16 marzo 1987 iniziò il processo per gli accusati del massacro di Ramelli: Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Claudio Colosio, Antonio Belpiede, Brunella Colombelli, Franco Castelli, Claudio Scazza e Luigi Montinari. Le accuse comprendevano omicidio volontario, tentato omicidio, sequestro di persona, associazione sovversiva, danneggiamento. Il 16 maggio 1987 la II Corte d’assise di Milano assolse Di Domenico per insufficienza di prove e dichiarò Cavallari estraneo ai fatti, ma ritenne gli altri imputati colpevoli di omicidio preterintenzionale. Il 2 marzo 1989 la II sezione della Corte d’assise d’appello presieduta da Renato Cavazzoni accolse le richieste del pubblico ministero ma, benché l’accusa fosse mutata in omicidio volontario, riconobbe l’attenuante del concorso anomalo, riducendo così sensibilmente le pene: Costa passò da 15 anni a 11 e 4 mesi; Ferrari Bravo da 15 a 10 e 10 mesi; 7 anni e 9 mesi a Colosio invece che 15; 7 anni invece di 13 a Belpiede; 6 anni e 3 mesi a Castelli, Colombelli, Montinari e Scazza in luogo degli 11-12 iniziali. Il 23 gennaio 1990 la I sezione della Corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale rigettò la richiesta di riconoscimento della premeditazione e i ricorsi della difesa confermando le sentenze di secondo grado. Nello scenario di una giustizia che lascia perplessi, da ricordare altresì che alcuni degli allora studenti di medicina condannati, in seguito, fecero carriera nel settore medico ricoprendo prestigiosi incarichi ospedalieri.

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Redazione Scomunicando.it

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