Pioggia battente, ombre allungate e un volante stretto tra mani che sembrano forgiate dalla rabbia. È notte fonda a Basin City, ma qualcuno ha deciso che non basta: bisogna renderla ancora più cupa.
Trump City e la “scena” rubata a Sin City, la città del peccato
Ci pensa il “nostro” Trump. Sul parabrezza i riflessi della pioggia sembrano lacrime cosmiche, ma al volante non c’è Marv, Dwight o Hartigan.
No, questa volta al posto di guida c’è Donald J. Trump, il nuovo protagonista . gli sarebbe di certo piaciuto, della saga mai scritta da Frank Miller: Trump City.
Il suo volto, scolpito come una statua di marmo che ha perso la causa contro il tempo, emerge dal chiaroscuro con la stessa serietà di chi sta per annunciare il nuovo menù di McDonald’s come se fosse una politica estera. Lo sguardo è torvo, i lineamenti in bianco e nero, come se la vita fosse una lotta continua tra “fake news” e “alternative facts”.
Nella Basin City di Frank Miller i personaggi combattono con pistole, pugni e un disperato bisogno di redenzione.
In Trump City, invece, il protagonista combatte con tweet notturni, cause legali e un ego più grande dei grattacieli di Manhattan e la sua voglia di essere il padrone del mondo occidentale. Ogni lampo illumina la sua fronte, e per un attimo sembra di leggere la scritta “Make Trump City Great Again” – Rendiamo Trump City di nuovo grande -.
Il noir di Miller parlava di corruzione, di sangue e vendetta. Quello di Trump parla di nuovi muri, terre rare, disgregazioni raziali, campagne elettorali e reality show trasformati in geopolitica.
Se Marv era l’eroe dannato che non riusciva a salvarsi, Trump è il personaggio che non smette mai di dirsi innocente, puro, invincibile, non corruttibile nè corrotto, immortale, ovunque presente, padrone del mondo e della patria, , anche quando la pioggia lo affoga di prove e lo rende indifendibile.
E così, tra le strade bagnate di Basin City, appare lui: il magnate che guida verso il tramonto della ragione, un fumetto vivente che nessun editore avrebbe mai osato pubblicare.
Forse Frank Miller non lo avrebbe mai disegnato, ma se l’avesse fatto, sarebbe stato il villain perfetto – il personaggio che si oppone all’eroe, colui che incarna il male, l’avversario, il nemico.- un uomo che parla come un gangster ma twitta come un adolescente arrabbiato.
Nel prossimo capitolo di Trump City, aspettatevi sparatorie di parole, tribunali fumosi come bar clandestini, e un sindaco invisibile che probabilmente non esiste… perché il vero sindaco è lui, l’uomo che guida nell’oscurità convinto di essere l’unico faro acceso.
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