Il Muro

SPUNTI SUL CASO ALEMANNO – Carcere, la guerra tra poveri che non serve a nessuno

Il “Diario di cella” n.19  diventa lo spunto per affrontare il tema del sovraffollamento carcerario.

Un tema che è tornato sulle prime pagine, rilanciato dalle visite istituzionali di Ferragosto e dal diario dal carcere di Gianni Alemanno. Un diario che, al di là delle polemiche politiche, fotografa una realtà che troppo spesso la politica preferisce ignorare: dietro le sbarre, guardie e detenuti non sono nemici, ma vittime della stessa emergenza.

Il racconto di Rebibbia parla chiaro: 280 detenuti sorvegliati da 19 agenti, turni infiniti, straordinari non pagati, malori improvvisi e suicidi che crescono di anno in anno, sia tra i reclusi sia tra chi indossa la divisa. La retorica dello “Stato forte” rischia di sgretolarsi davanti a un sistema al collasso, che non garantisce più né sicurezza né dignità.

La politica, intanto, si divide tra chi promette nuove carceri e chi chiede pene più severe, come se la soluzione fosse semplicemente “più celle, più chiavi, più sbarre”. Ma senza uomini e donne in grado di gestire quelle strutture, senza medici, educatori, psicologi, senza una reale prospettiva di reinserimento, ogni nuova costruzione è solo un contenitore destinato a riempirsi e scoppiare di nuovo.

In questo quadro, la contrapposizione artificiale tra polizia penitenziaria e detenuti appare per quello che è: un diversivo. Come ricorda lo stesso Alemanno, gli agenti riescono a mantenere un minimo di ordine solo grazie alla collaborazione dei detenuti più responsabili. Un paradosso che dovrebbe far riflettere chi, da un comizio o da uno studio televisivo, alimenta la narrazione del “noi contro loro”.

La verità è che lo Stato sta tradendo entrambi

Abbandona chi ha sbagliato ma ha diritto a una chance di riscatto, e abbandona chi serve nelle carceri con una divisa addosso, sottopagato e logorato da turni impossibili. È una doppia sconfitta che mina la credibilità delle istituzioni.

Se davvero la politica vuole affrontare l’emergenza, non basta costruire nuove mura

Servono risorse, organici, politiche alternative alla detenzione per i reati minori, coraggio nelle riforme.

Continuare a giocare sulla contrapposizione tra guardie e ladri, invece, significa solo alimentare una guerra tra poveri che non serve a nessuno.

DIARIO DI CELLA 19. GUARDIE E LADRI UNITI NELLA LOTTA. PERCHÉ IL SOVRAFFOLLAMENTO DELLE CARCERI UCCIDE GLI AGENTI DELLA PENITENZIARIA COME LE PERSONE DETENUTE.

Rebibbia, 17 agosto 2025 – 229° giorno di carcere.
Se qualche politico a caccia di voti, o qualche giornalista assetato di lettori, pensa di giocare sul contrasto tra agenti della polizia penitenziaria e persone detenute è completamente fuori dal mondo. O comunque fuori dal mondo delle carceri.
Qui non siamo in mezzo alle piazze dove tra celerini e manifestanti violenti c’è un costante clima di scontro e spesso di odio. Qui i reparti delle carceri sono in ormai in cogestione (non solo “congestionati”, ma “cogestiti” con le persone detenute, una versione carceraria dell’Art. 47 della Costituzione per la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese).
Gli agenti della penitenziaria sono così pochi che, senza la collaborazione dei detenuti più anziani, di quelli che lavorano e anche di quelli che si fanno sentire come noi, non riuscirebbero a mandare avanti la baracca. Certo, per non descrivere un quadro troppo idilliaco, ci sono anche i momenti di scontro, soprattutto in reparti molto degradati, dove a comportamenti aggressivi di chi è rinchiuso possono corrispondere dure reazioni del personale in divisa. Ma questa, per fortuna, è l’eccezione, non la regola, nonostante le condizioni drammatiche in cui si vive nelle carceri italiane c’è oggettiva collaborazione, e anche amicizia, tra persone detenute e agenti della penitenziaria.
Mi avvicina un sottufficiale anziano e mi dice: “qui al Braccio G8 vent’anni fa c’erano 140 detenuti e 50 agenti, oggi ci sono 280 detenuti e 19 agenti. Ma come facciamo ad andare avanti?”
E in effetti ci sono notate in cui in tutto il Braccio ci sono 2-3 agenti per garantire la sicurezza in tutti i sensi, contro possibili evasioni e disordini, come a garanzia della salute e della vita delle persone detenute. Vi abbiamo già raccontato di due tentati suicidi di persone detenute che sono stati evitati nel nostro Braccio solo per il pronto intervento dei loro compagni di cella o di reparto.
D’altra parte, parlando di suicidi, ce ne contano troppi tra le persone detenute (già 54 nel corso di quest’anno) come tra i componenti della polizia penitenziaria (il tasso di suicidi tra i poliziotti penitenziari è di 1,3 per mille, il doppio di quello di tutta la cittadinanza). In più, negli ultimi due anni abbiamo avuto 41 agenti della penitenziaria che sono morti di malore improvviso, con un aumento del 200% rispetto alla media degli anni pre-pandemia (dati del S.PP. Sindacato Polizia Penitenziaria).
La carenza di organico dei “Baschi Azzurri” è del 16%: 31.332 persone in servizio contro una previsione di organico di 37.181 addetti. Lascia esterrefatti il semplicismo con cui il Governo promette di costruire nuovi carceri per 10.000 posti di detenzione in più, senza prevedere un massiccio reclutamento di nuovi componenti della Penitenziaria: dopo l’ultimo Consiglio dei Ministri dedicato all’emergenza carceri, il Presidente Meloni ha annunciato trionfante che nella prossima finanziaria saranno previsti fondi per arruolare altri 1.000 poliziotti penitenziari! Cioè quanti ne bastano per vigilare, a secondo dei diversi parametri, dai 1.900 ai 3.000 detenuti in più, ma che in realtà è solo un sesto dell’attuale carenza di organico. Il Sindacato SAPPE denuncia ritardi di mesi nel pagamento degli straordinari, delle missioni e dei buoni pasto (che sono aumentati del 200% per fare fronte ai turni massacranti a cui è sottoposto il personale).
Così, da quando abbiamo cominciato la nostra opera di denuncia contro il vergognoso sovraffollamento nei nostri istituti penitenziari, sono sempre di più gli ufficiali, i sottufficiali e gli agenti della polizia penitenziaria che ci chiedono come sta andando, se ci sono speranze per un intervento concreto del Governo o della politica in generale. Vedremo a settembre-ottobre se gli sforzi del Presidente La Russa, della vicepresidente PD Rossomando, di Roberto Giachetti e di Rita Bernardini produrranno un risultato.
Intanto il giorno di Ferragosto è arrivato qui in carcere il leader della Lega, Matteo Salvini, accompagnato dalla parlamentare Simonetta Matone, ex-magistrato con le idee molto chiare sulla situazione. È stata la prima volta, dicono gli esperti, che, visitando un carcere, Salvini ha incontrato non solo la Polizia
Penitenziaria ma anche le persone detenute. Mi è sembrato un incontro sincero, soprattutto con i più giovani tra i detenuti, in particolare Gabriele, il migliore calciatore del nostro braccio, che con il candore disarmante dei suoi 23 anni gli ha chiesto di poter avere una speranza per il suo futuro. Uscendo, oltre a ribadire il principio della certezza della pena, Matteo ha ammesso che bisogna fare qualcosa per garantire la dignità delle persone detenute.
Due giorni prima è invece arrivato il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, insieme a Pino Gangemi, il consigliere regionale più impegnato nella solidarietà alle persone detenute, con al seguito tutti i dirigenti della ASL preposti alla salute nel nostro carcere. Motivo? Aveva letto nel nostro precedente Diario di Cella di Francesco R., quella persona detenuta a rischio di vita per non aver potuto svolgere, per carenza di scorte, le visite propedeutiche al trapianto di un rene. Insomma, il Presidente della Regione (già Presidente mondiale della Croce Rossa) è venuto appositamente in carcere per garantire il diritto alla salute di questa persona detenuta. E lo ha fatto perché la nostra attività di denuncia civile è riuscita a fare supplenza rispetto alle carenze dell’Amministrazione penitenziaria.
Ma perché mancano le scorte? Perché non si riesce a garantire i servizi di cura essenziali a tante persone detenute malate (il caso di Francesco è solo il caso più eclatante del nostro braccio)?
Perché i detenuti sono troppi e perché gli agenti della Penitenziaria sono troppo pochi e con troppe poche risorse. E perché i magistrati di sorveglianza chiudono gli occhi rispetto a queste carenze e non concedono gli arresti domiciliari neanche ai malati più gravi.
Ecco perché quando ai piani alti ci si ricorderà dell’emergenza carceri, non si deve pensare solo agli “ultimi della terra”, cioè alle persone detenute, ma anche a chi porta la divisa per rappresentare lo Stato negli Istituti di pena. Perché la credibilità di uno Stato si misura sia da come garantisce la dignità delle persone detenute, che da come rispetta le persone che lo servono portando una divisa.
Gianni Alemanno & Fabio Falbo
l’immagine di copertina è generata co IA
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Redazione Scomunicando.it

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