La nazionale irlandese ha scelto di giocare contro Israele. Prima del fischio d’inizio, però, ha rifiutato di comportarsi come se fosse una partita qualunque.
A Debrecen i calciatori sono scesi in campo con la fascia nera al braccio, dichiarata in memoria di tutte le vittime del conflitto. Durante l’inno israeliano hanno chinato il capo. Il capitano Dara O’Shea non ha stretto la mano al collega Manor Solomon. Poi l’Irlanda ha vinto 3-0, con reti di Troy Parrott, Adam Idah e Jack Moylan.
Si può discutere se quei gesti siano sufficienti. Molti, in Irlanda, avrebbero voluto che la nazionale non giocasse affatto. Il portiere Gavin Bazunu ha scelto di non partecipare; la maggioranza dei compagni ha deciso di scendere in campo. È una differenza di giudizio che merita rispetto, perché nasce dalla stessa domanda: che cosa può fare uno sportivo quando la tragedia di Gaza entra anche nello stadio? Gli irlandesi hanno dato la loro risposta senza pronunciare un comizio. Hanno portato il lutto sulla maglia e il disagio in una cerimonia che avrebbe dovuto svolgersi secondo copione. Quando Moylan ha richiamato l’attenzione sulla fascia nera dopo il terzo gol, il risultato è passato in secondo piano: quella sera la vittoria non poteva cancellare ciò che accade fuori dal campo.
La loro scelta mette in difficoltà soprattutto chi pretende dagli atleti un silenzio che alle istituzioni sportive riesce fin troppo comodo.
La federcalcio irlandese aveva già votato per chiedere alla UEFA la sospensione della federazione israeliana dalle competizioni europee. Disputare l’incontro, dunque, non ha fatto sparire la questione. L’ha resa visibile davanti a tutti. Nessuna stretta di mano mancata restituirà una vita. Una fascia nera non fermerà la guerra. Ma neppure questo rende inutile un gesto pubblico. Ai calciatori irlandesi va la nostra solidarietà per aver assunto una posizione riconoscibile, esponendosi alle critiche, mentre sarebbe stato più facile limitarsi al risultato.
Hanno chinato la testa per i morti. E, proprio così, hanno mostrato di saper tenere la schiena dritta.
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