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BERNADETTE GRASSO AD AGORA’ SUD – «Il diritto a restare si costruisce con lavoro, merito e territori capaci di offrire opportunità»

L’INTERVISTA

Dal contrasto allo spopolamento dei piccoli comuni alla fuga dei giovani, passando per il recupero degli immobili abbandonati e il rilancio del legame tra imprese e capitale umano. Intervenuta, lo scorso 12 settembre, ai lavori dell’evento “Il Diritto a Restare in un Territorio che Cresce” per l’avvio del progetto Agorà Sud, Bernadette Grasso – sindaco di Capri Leone e deputata all’Assemblea Regionale Siciliana – ha posto l’accento su una priorità assoluta: creare le condizioni affinché restare in Sicilia torni a essere una scelta concreta e percorribile.

Per raggiungere questo obiettivo, la parlamentare ha proposto l’istituzione di una commissione speciale all’Ars, che veda la collaborazione attiva di Istat e Svimez, con il compito di studiare analiticamente il fenomeno e strutturare interventi mirati.

L’INTERVISTA

Onorevole Grasso, ai lavori di avvio del progetto Agorà Sud si è parlato di “diritto a restare”. Cosa significa concretamente per un piccolo comune siciliano?

«Significa prima di tutto dare opportunità. È un tema che deve impegnare tutti: istituzioni, imprese e cittadini. E preoccupa particolarmente chi è genitore, perché riguarda il futuro dei nostri figli. La Sicilia è composta in larga parte da piccoli comuni e le aree interne rappresentano il cuore del nostro territorio. Dobbiamo chiederci come farle crescere e come renderle luoghi nei quali sia possibile costruire il proprio futuro».

Lei parte anche dalla sua esperienza amministrativa a Capri Leone. Quali strumenti possono essere utilizzati?

«Insieme ad altri comuni abbiamo sviluppato un modello di ospitalità diffusa, da cui è nata l’iniziativa di mappare gli immobili in disuso per reinserirli nel circuito economico e sociale. L’obiettivo è riqualificare il patrimonio esistente trasformandolo in nuove residenze, strutture ricettive o bed & breakfast. Un’operazione che non solo recupera il territorio senza nuovo consumo di suolo, ma punta a destagionalizzare il turismo e a moltiplicare l’attrattività dei nostri borghi».

Quindi innovazione non significa necessariamente costruire qualcosa di completamente nuovo?

«Assolutamente No. Innovare può significare anche utilizzare diversamente ciò che abbiamo. Ma serve un cambio di metodo. Sono convinta che i bandi costruiti dall’alto non possano essere uguali per tutti. Ogni territorio deve poter rappresentare i propri fabbisogni, programmare e progettare. Un comune non cresce da solo: cresce se intorno riesce a costruire relazioni con imprese, associazioni e altri soggetti».

 

Il problema più evidente resta però quello dei giovani che lasciano la Sicilia. È soltanto una questione economica?

«No. La retribuzione adeguata è certamente fondamentale, ma oggi un giovane laureato cerca anche altro. Vuole lavorare in un ambiente nel quale possa sentirsi una persona e non un numero, esprimere il proprio potenziale, crescere professionalmente e confrontarsi con altre realtà».

Lei ha richiamato anche le responsabilità del sistema produttivo.

«Molte imprese hanno investito sulla produttività senza investire abbastanza sul capitale umano. Questo è uno dei punti sui quali dobbiamo intervenire. L’impresa deve diventare un luogo nel quale un giovane possa vedere una prospettiva di crescita».

Ai lavori di avvio del progetto Agorà Sud ha citato Irritec come esempio nato proprio dal territorio. Perché?

«Perché rappresenta un’azienda internazionalizzata. Un ingegnere o un professionista che lavora in una realtà del genere può confrontarsi con esperienze internazionali, muoversi, acquisire competenze e continuare a crescere pur mantenendo un rapporto con il proprio territorio. Naturalmente non tutte le aziende possono avere quelle dimensioni, ed è proprio per questo che dobbiamo sostenere startup e giovani imprese».

Come si può fare?

«Possiamo immaginare strumenti che consentano alle imprese di avvalersi temporaneamente di professionisti e talenti altamente qualificati, capaci di trasferire competenze e accompagnare i giovani. Possiamo sostenere l’innovazione e l’apertura verso nuovi mercati. E poi c’è un punto dal quale non possiamo prescindere: una retribuzione adeguata».

C’è anche una questione di attrattività della Sicilia?

«Certamente. Parliamo dei siciliani che partono verso altre regioni o verso altri Paesi europei, ma dobbiamo porci anche la domanda opposta: perché altri giovani non vengono qui? Se alcuni Paesi riescono ad attrarre persone e professionalità, dobbiamo capire cosa li rende competitivi e perché noi non riusciamo a fare altrettanto».

Lei ha annunciato anche una proposta da portare in Assemblea alla Regione Siciliana. «Proporrò al presidente dell’Ars l’istituzione di una commissione parlamentare con la partecipazione di Istat e Svimez. Dobbiamo comprendere fino in fondo perché si lascia la Sicilia e arrivare, nel più breve tempo possibile, a proposte concrete per il breve e medio periodo».

Quale dovrebbe essere il primo obiettivo?

«Utilizzare bene le risorse disponibili, indirizzandole verso interventi mirati. Coinvolgere le imprese, sostenere le startup innovative e soprattutto restituire fiducia ai giovani. Le risorse, da sole, non bastano se non vengono collegate a una strategia».

Nel suo intervento è tornata più volte sulla parola “merito”. «Per decenni il merito non è stato sufficientemente premiato e abbiamo perso tanti giovani. Non possiamo più permettercelo. Io continuo a credere che il merito debba essere riconosciuto, perché un ragazzo deve sapere che studio, capacità e impegno possono offrirgli una possibilità reale».

C’è poi l’intelligenza artificiale, destinata a cambiare profondamente il mercato del lavoro. «È una delle grandi questioni che abbiamo davanti. Dobbiamo domandarci oggi quale formazione offrire ai ragazzi che stanno entrando all’università, perché tra dieci anni il mercato del lavoro sarà profondamente cambiato. L’innovazione e l’intelligenza artificiale trasformeranno molte professioni e anche i percorsi universitari devono adeguarsi».

Università, politica e imprese, dunque, devono parlarsi di più?

«L’università deve essere un partner centrale. La formazione deve dialogare con una società che cambia rapidamente e con le esigenze del sistema produttivo. Allo stesso tempo le imprese devono ricordare che, accanto al legittimo obiettivo economico, hanno anche una funzione sociale».

Alla fine, quindi, cosa significa davvero “diritto a restare”?

«Significa creare le condizioni perché un giovane non sia costretto ad andare via per realizzarsi. Non possiamo impedire a nessuno di partire, ed è giusto che i ragazzi facciano esperienze fuori. Il problema nasce quando partire diventa l’unica possibilità. La politica da sola non può risolverlo: servono istituzioni, università, imprese, associazioni e comunità capaci di lavorare insieme. È questa la sfida che abbiamo davanti».

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Redazione Scomunicando.it

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