di Vicky Amendolia
C’è un punto oltre il quale il dibattito sulla giustizia smette di essere una questione tecnica e diventa, inevitabilmente, una questione politica nel senso più alto del termine: il rapporto tra Stato e cittadini. In Sicilia, quel punto è stato superato da tempo. Perché qui la giustizia non è soltanto una funzione. È una presenza. O, sempre più spesso, un’assenza.
Ed è da questa linea sottile, ma decisiva, tra presenza e assenza dello Stato, che bisogna partire per comprendere la gravità del dibattito riaccesosi in queste settimane sulla geografia giudiziaria, alimentato dalla proposta attribuita all’Associazione Nazionale Magistrati di sopprimere gli uffici giudiziari che non raggiungano una determinata soglia di organico. Il criterio, per come è stato divulgato, è semplice solo in apparenza: meno di trenta giudici o meno di dieci pubblici ministeri, e il tribunale diventa candidabile alla chiusura o allo svuotamento. È la seduzione della formula numerica, che ha sempre l’aria della neutralità e spesso nasconde invece una profonda cecità verso la realtà. Secondo la tabella circolata sul punto, applicando meccanicamente questo criterio sarebbero a rischio 87 tribunali su 139, e tra questi ben dieci sedi siciliane: Ragusa, Caltagirone, Enna, Gela, Sciacca, Marsala, Trapani, Termini Imerese, Patti e Barcellona Pozzo di Gotto.
Il dato, da solo, dovrebbe bastare a far comprendere quanto la questione sia seria. Perché non stiamo parlando di una limatura marginale o di una innocua razionalizzazione amministrativa. Stiamo parlando, per la Sicilia, di un possibile terremoto istituzionale. E bisogna dirlo con chiarezza: in una regione come questa, una simile impostazione non sarebbe una riforma. Sarebbe un arretramento dello Stato.
La Sicilia, infatti, ha già conosciuto gli effetti di una geografia giudiziaria pensata con il compasso dell’astrazione e non con la misura concreta dei territori. La riforma del 2012 ha lasciato ferite che non si sono mai realmente rimarginate. La soppressione dei tribunali di Modica, Nicosia e Mistretta si è tradotta non in una maggiore efficienza percepibile dai cittadini, ma in una redistribuzione caotica di carichi, competenze, fascicoli e disagi verso sedi già gravate da difficoltà proprie. Quella stagione di tagli si inseriva, del resto, in una riduzione nazionale già enorme: la stessa ANM ricordava che la revisione della geografia giudiziaria aveva comportato la soppressione di 31 tribunali, 220 sezioni distaccate e 667 uffici del giudice di pace. Non si partiva, dunque, da un sistema pletorico, ma da una rete che è stata amputata in profondità.
Oggi, dunque, riproporre la logica del taglio come se nulla fosse accaduto significa rimuovere la memoria del caos che ne è derivato. Perché il caos c’è stato, e non è stato teorico. È stato fatto di accorpamenti difficili da assorbire, di carichi giudiziari riversati su uffici non preparati a sostenerli, di distanze cresciute per cittadini e avvocati, di udienze più gravose da raggiungere, di tempo sottratto al lavoro di cancelleria e al lavoro giudicante per rincorrere una riorganizzazione che doveva semplificare e che invece ha complicato. La promessa era l’efficienza; il risultato, troppo spesso, è stato l’affaticamento ulteriore di un sistema già in sofferenza.
A rendere ancor più discutibile il quadro c’è una contraddizione che non può essere elusa. Allo stato, infatti, non risulta un provvedimento governativo che disponga una nuova riduzione generalizzata dei tribunali periferici. Anzi, il Governo Meloni ha presentato il ddl C.2646, depositato il 3 ottobre 2025 e ancora in esame, che va in direzione opposta per alcune realtà, prevedendo il ripristino dei tribunali di Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto, oltre alle sezioni distaccate di Ischia, Lipari e Portoferraio, e dettando anche una disciplina per Bassano del Grappa. È un dato politicamente molto significativo, perché dimostra che perfino il legislatore ha dovuto riconoscere che alcune chiusure del passato hanno lasciato vuoti territoriali difficili da giustificare. allora la domanda è inevitabile: come si può, nello stesso tempo, ammettere che certi presìdi vadano ripristinati perché necessari e, al contempo, tornare a teorizzare nuove chiusure sulla base di una soglia numerica? È qui che la proposta attribuita all’ANM mostra la sua debolezza più profonda. E non soltanto sul piano organizzativo, ma su quello culturale. Perché dall’associazionismo giudiziario ci si attenderebbe la difesa della giurisdizione come presidio diffuso di legalità; ci si trova invece davanti a un ragionamento che sembra scritto col compasso del ragioniere. Non più la giustizia come servizio essenziale dello Stato, ma la giustizia come rete da sfoltire. Non più il cittadino, ma la soglia. Non più il territorio, ma il diagramma. è una contraddizione ancora più grave perché l’ANM denuncia da anni, spesso giustamente, carenze di organico, affanno degli uffici, difficoltà strutturali, sovraccarico delle cancellerie. Ma se questo è il quadro, la risposta non può essere la chiusura dei tribunali distaccati e più fragili. Se un tribunale è sotto organico, la colpa non è del territorio in cui si trova. È dello Stato che non lo ha messo nelle condizioni di funzionare. E chiuderlo non crea magistrati, non crea cancellieri, non migliora i sistemi informatici, non aggiunge stanze, non velocizza il lavoro. Sposta soltanto i fascicoli altrove. Sposta il peso, non lo risolve. Che la vera emergenza sia la carenza di organico, del resto, è la stessa ANM a ribadirlo quando avverte che alcune scelte normative rischiano di paralizzare i tribunali. Sicilia, più che altrove, questa logica rischia di produrre effetti devastanti. Perché qui la geografia non è un dettaglio. È sostanza. È distanza. È difficoltà di collegamenti. È frammentazione territoriale. È insularità che si moltiplica nelle isole minori e nelle aree interne. Le stesse relazioni giudiziarie lo dicono con chiarezza. Nel distretto di Palermo, la relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 richiama la “peculiare configurazione geografica del distretto”, la “rilevante distanza degli uffici giudiziari che lo compongono” e le “vie di collegamento non agevoli”. Non è una frase di circostanza: è l’ammissione istituzionale del fatto che, in Sicilia, la prossimità giudiziaria non è una fisima localistica, ma una necessità strutturale. di Lipari è, sotto questo profilo, emblematico. Che il ddl governativo ne preveda il ripristino come sezione distaccata del tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto non è un favore al territorio, ma il riconoscimento di un’evidenza: le Eolie non possono essere trattate con la stessa leggerezza amministrativa con cui si ridisegna una mappa su un tavolo ministeriale. Lo stesso testo del ddl richiama, tra i criteri di valutazione, orografia, infrastrutture, insularità e realtà produttive locali. Se si sente il bisogno di scriverlo in una norma, è perché la realtà lo impone. E se un’area insulare necessita di un presidio dedicato, non è perché rivendichi un privilegio, ma perché in certi contesti la distanza diventa diseguaglianza. decisivo, che troppo spesso viene rimosso nel discorso pubblico: i problemi della giustizia siciliana non nascono dall’eccesso di sedi, ma dalla carenza di uomini, mezzi, organizzazione e strumenti. Le relazioni giudiziarie del 2026 sono, sotto questo profilo, impietose. Nel distretto di Catania si segnala che presso il solo ufficio del giudice di pace di Catania erano in servizio 25, poi 24 magistrati, a fronte di 54 previsti. Nel distretto di Caltanissetta si parla di grave carenza di organico e di esiguità del personale amministrativo nel Tribunale per i minori. Nel distretto di Messina si evidenziano criticità organizzative rilevanti nella giustizia minorile e inadeguatezze rispetto alle sopravvenienze. In altre parole: il collo di bottiglia non è la presenza territoriale degli uffici, ma la loro insufficiente dotazione. anche l’avvocatura. Il Movimento Forense, nella nota del 31 marzo 2026, ha indicato come problemi centrali il personale amministrativo insufficiente, la digitalizzazione disomogenea e la cattiva organizzazione dei carichi di lavoro, avvertendo che nuovi interventi sulla geografia giudiziaria rischiano di comprimere l’accesso alla giustizia, soprattutto nelle aree periferiche. L’Organismo Congressuale Forense insiste da tempo sul fatto che la giustizia di prossimità non può essere sacrificata e che, prima di chiudere, gli uffici andrebbero messi in condizione di funzionare davvero. Qui, più che altrove, la diagnosi è limpida: non si può far pagare ai territori il prezzo di inefficienze che nascono altrove.
Q012 avrebbero prodotto, in media, un miglioramento di alcuni indicatori di smaltimento nel penale. È un argomento che non va nascosto. Va affrontato. Ma proprio per questo va collocato nella realtà. Una media nazionale non misura la perdita di accessibilità per i territori interni, montani, insulari o infrastrutturalmente deboli. Una percentuale aggregata non racconta il costo reale di un’udienza per chi deve spostarsi per ore. E soprattutto una curva statistica non dice nulla sul rischio che i grandi accorpamenti producano non efficienza, ma grandi carrozzoni: strutture più cariche, più congestionate, più difficili da governare, più lente nel decidere, più opache nel rapporto con l’utenza. Questo rischio, in Sicilia, è persino più alto che altrove, perché qui i flussi territoriali sono ampi, le distanze pesano, i collegamenti non aiutano e la centralizzazione tende a trasformarsi facilmente in ingorgo. a la giustizia non può diventare un lusso geografico. Non può dipendere dalla fortuna di abitare accanto a una sede giudiziaria superstite. Non può essere misurata secondo la distanza chilometrica dal giudice. Perché quando la giustizia si allontana, i diritti si indeboliscono. E quando lo Stato arretra nei suoi presìdi, arretra anche la percezione della legalità.
Per questo l’idea di chiudere o svuotare ulteriormente sedi come Ragusa, Caltagirone, Enna, Gela, Sciacca, Marsala, Trapani, Termini Imerese, Patti e Barcellona Pozzo di Gotto non è una proposta di modernizzazione. È un’ipotesi di desertificazione giudiziaria. E sarebbe tanto più grave in una regione che ha già pagato il prezzo delle soppressioni del 2012 e che continua, ancora oggi, a fare i conti con organici insufficienti, strumenti inadeguati e carichi di lavoro difficili da sostenere.
La verità, in fondo, è assai meno sorta retorica efficientista vorrebbe far credere. La giustizia non è un’azienda. Non si governa con le forbici. Non si rende più forte arretrandola. Se davvero si vuole riformarla, bisogna fare il contrario di ciò che troppo spesso si è fatto: riaprire i tribunali cosiddetti periferici chiusi dove necessario, aumentare il personale di cancelleria e quello giudicante, investire seriamente nelle infrastrutture e nelle apparecchiature indispensabili per il processo telematico, rendere i territori non più lontani dalla giustizia ma nuovamente raggiunti da essa.
Perché una giustizia distante non è una giustizia più efficiente.
È, semplicemente, una giustizia meno giusta.
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