Ha soltanto 12 anni, ma le sue parole, pronunciate durante la manifestazione per la Palestina del 14 ottobre a Capo d’Orlando, hanno attraversato le piazze virtuali di tutta Italia, suscitando commozione e ammirazione. Altro che ragazzi delle minicar.
Matteo, studente dell’Istituto comprensivo Giovanni Paolo II, ha trasformato un intervento pubblico in una riflessione sulla guerra, sull’indifferenza degli adulti e sul futuro che stiamo consegnando alle nuove generazioni.
A Capo d’Orlando il corteo per la Palestina che ha visto la partecipazione di numerosi studenti accompagnati dai loro insegnanti, cittadini e associazioni ha una voce in più.
Uno dei momenti più intensi è stato certamente il passaggio di un sudario lungo circa 70 metri, sul quale erano riportati migliaia di nomi di bambini palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza. Una testimonianza visiva del costo umano della guerra, capace di trasformare i numeri in persone, restituendo a ciascuna vittima almeno il proprio nome. Ma a imprimersi nella memoria dei presenti è stato soprattutto il discorso di Matteo. Nessuna retorica costruita attorno alla sua giovane età può spiegare fino in fondo la forza di quelle parole. Matteo ha parlato di bambini, di confini, di responsabilità collettive. Ha invitato i suoi coetanei a non considerare quella giornata soltanto un’occasione di commemorazione, ma soprattutto un momento di protesta.
«Il territorio è di tutti, dell’umanità e di tutti gli esseri viventi», ha affermato, mettendo in discussione l’idea che il possesso di una striscia di terra possa giustificare la morte di migliaia di innocenti. Poi il riferimento al sudario, ai nomi scritti su quella lunga tela e a quelli che non conosceremo mai. Per Matteo, il fatto stesso che sia stato necessario realizzarlo rappresenta una sconfitta dell’umanità. Non dovrebbe esserci bisogno di srotolare decine di metri di stoffa per ricordare al mondo che ogni bambino ha diritto alla vita. Il suo è stato anche un richiamo generazionale. I giovani, ha ricordato, rappresentano il futuro, ma quel futuro rischia di essere compromesso dalle scelte di chi oggi governa il mondo. E infine l’invito a fare rumore, a non lasciare che il silenzio diventi indifferenza.
La scuola che insegna a pensare
Nelle parole di Matteo c’è anche il significato più profondo della scuola come luogo di formazione civile. Non soltanto programmi, verifiche e interrogazioni, ma la capacità di interrogarsi sulla realtà, riconoscere la sofferenza degli altri, costruire un’opinione e avere il coraggio di esprimerla. La dirigente scolastica Rita Troiani, intervenendo tra i numerosi commenti che hanno accompagnato la diffusione del video, ha scritto: «Formiamo teste pensanti, Matteo è stato capace di esprimersi con testa e cuore!». Una frase che restituisce il senso educativo della giornata.
Un discorso che ha attraversato l’Italia
Il video dell’intervento ha suscitato una straordinaria partecipazione sui social, con centinaia di commenti provenienti anche da persone lontane da Capo d’Orlando. La parola che ricorre più frequentemente è speranza.
C’è chi racconta di essersi commosso, chi vede in Matteo la dimostrazione che le nuove generazioni possiedono una sensibilità spesso sottovalutata, chi ringrazia la famiglia e gli insegnanti per aver contribuito alla sua formazione. «Il grido di dolore e di rabbia delle nuove generazioni. Ancora c’è speranza!», scrive Maurizio. Salvatore sposta invece l’attenzione sulle responsabilità degli adulti: «Che lezione ha dato a tutti noi adulti che stiamo lasciando a loro in eredità un mondo distrutto, allo sfascio». E c’è chi, come Stefania, resta colpito soprattutto dall’età del protagonista: «12 anni? Incredibile». Altri commenti immaginano per lui un futuro nella politica, nelle istituzioni, persino alla guida del Paese. Esagerazioni affettuose, certamente, ma indicative dell’impatto prodotto da un intervento pronunciato senza la prudenza e i compromessi del linguaggio politico.
Un discorso “di cuore” che si lascia dietro le inevitabili critiche. È un dissenso che merita di essere registrato, senza trasformarlo automaticamente in una prova contro la spontaneità del ragazzo. Perché educare al pensiero critico significa anche consentire ai giovani di prendere posizione, confrontarsi con opinioni differenti e imparare ad argomentare le proprie convinzioni.
La manifestazione di Capo d’Orlando ha riportato al centro una questione che va oltre il conflitto israelo-palestinese: quale rapporto esiste oggi tra educazione, coscienza civile e partecipazione? La scuola non può sostituirsi alla politica, ma neppure rinunciare a formare cittadini capaci di interrogare il potere e riconoscere le ingiustizie. E il diritto alla parola non comincia con la maggiore età. Matteo non ha offerto soluzioni diplomatiche, né avrebbe potuto farlo. Ha posto domande morali, quelle che spesso il linguaggio della geopolitica finisce per allontanare dalla nostra sensibilità. Perché muoiono i bambini? Perché i confini diventano più importanti delle vite? Perché bisogna scendere in piazza per chiedere ciò che dovrebbe essere naturale, cioè la pace?
Il suo intervento non cancella la complessità della storia, ma ricorda che nessuna complessità può rendere irrilevante la sofferenza degli innocenti. Forse è proprio questo che ha colpito migliaia di persone: un dodicenne che, davanti a un sudario carico di nomi, non ha cercato parole rassicuranti. Ha chiesto agli adulti di guardare. E ai suoi coetanei di non smettere di pensare.
E allora, forse, dovremmo smetterla di raccontare i giovani soltanto attraverso le pagine della cronaca, gli episodi di violenza, le bravate di chi a bordo di una minicar investe i passanti, o attraverso lo stereotipo di una generazione smarrita, prigioniera degli smartphone, dei social e dell’apparenza. Perché ci sono anche i Matteo. Ragazzi che osservano, riflettono, si indignano, che non hanno paura di prendere un microfono e parlare di pace, di diritti, di umanità. Giovani che non cercano visibilità attraverso una bravata, o un video da postare sui social, ma chiedono attenzione per qualcosa che riguarda tutti. E sono probabilmente molti di più di quelli che finiscono sulle prime pagine dei giornali. Soltanto che fanno meno rumore, almeno fino a quando non decidono di alzare la voce. Matteo, a dodici anni, ci ricorda che questa generazione non è perduta, che la scuola e le famiglie continuano a coltivare intelligenze, sensibilità e coscienze libere. E che il futuro non è necessariamente quello cupo che ogni giorno ci viene raccontato. A Capo d’Orlando, davanti a un microfono, quel futuro ha mostrato il suo volto migliore. Ed ha soltanto dodici anni.
il video
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