Don Enzo Caruso dice la sua
C’è qualcosa che non convince, e che lascia profondamente perplessi, nel modo in cui una parte dei media nazionali sta raccontando i fatti drammatici accaduti in questi giorni nelle regioni del Sud più colpite dagli eventi calamitosi.
A sottolinearlo è Enzo Caruso, che invita a una riflessione non solo sul danno materiale, ma soprattutto sul modo in cui esso viene narrato.
La sensazione è quella di una cronaca “a blocchi”, frammentata, priva di una visione unitaria. Ogni episodio viene isolato, confezionato come se fosse autosufficiente, spesso ridotto a una sequenza di immagini capaci di suscitare curiosità o emozione immediata, senza mai arrivare al cuore del dramma reale che intere comunità stanno vivendo. Un racconto che colpisce lo sguardo, ma non interroga la coscienza.
Eppure i numeri parlano chiaro: oltre due miliardi di euro di danni complessivi, una cifra destinata a crescere. Paesi interi messi in ginocchio. Comunità che affondano le loro radici in una storia millenaria, nate e sviluppatesi in simbiosi con il mare, perché il mare era vita, lavoro, commercio, identità. Oggi, però, quello stesso legame sembra trasformarsi, nel racconto mediatico, in una colpa.
Si dice sottovoce, per non urtare sensibilità o per restare nel perimetro del “politicamente corretto”, che quei centri abitati “non avrebbero dovuto essere lì”. Un messaggio lasciato intendere più che dichiarato apertamente. Come se la storia, la geografia e la necessità fossero optional, e come se intere generazioni avessero deliberatamente scelto l’errore.
Colpisce allora il confronto inevitabile: se eventi simili si fossero verificati in altre aree del Paese, il racconto sarebbe stato probabilmente diverso. Più rapido, più netto, forse persino apocalittico. La narrazione dell’emergenza cambia a seconda del luogo in cui essa si consuma. Un approccio che richiama, come osserva Caruso, una logica antica, quasi risorgimentale e cavouriana, in cui l’Italia continua a essere raccontata con registri differenti, a seconda di ciò che si vuole far emergere — o, al contrario, di ciò che si preferisce lasciare nell’ombra.
Gli stessi argomenti oggi avanzati per spiegare, o in qualche modo giustificare, quanto accaduto al Sud potrebbero essere applicati senza difficoltà anche a territori come l’Emilia-Romagna o la Liguria, anch’essi segnati da fragilità idrogeologiche e urbanistiche. Ma lì il racconto cambia. E non è un dettaglio.
Non si tratta di negare problemi strutturali, né di sottrarsi a una riflessione seria sul rapporto tra uomo, territorio e sviluppo. Si tratta, piuttosto, di pretendere equità nel racconto, rispetto per le comunità colpite e consapevolezza storica. Perché dietro le immagini, dietro le cifre e dietro le polemiche, ci sono persone, paesi, storie. E meritano tutte la stessa attenzione, la stessa dignità e la stessa onestà narrativa.
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