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PUNTI DI VISTA – Quando la politica non sa integrare, conta gli stranieri

MELONI, VANNACCI E IL PALLOTTOLIERE DEI BAMBINI

di Vicky Amendolia

Finalmente abbiamo trovato il problema dell’immigrazione in Italia: Ahmed nel banco sbagliato.

Dopo anni di sbarchi gestiti alla meno peggio, periferie abbandonate, clandestinità, lavoro nero, caporalato, criminalità, integrazione spesso lasciata alla buona volontà di parroci, insegnanti e sindaci, il Governo ha individuato il luogo nel quale ristabilire l’ordine nazionale: la classe elementare. E, soprattutto, ha trovato lo strumento. Il pallottoliere. Giorgia Meloni ha annunciato un limite alla presenza degli studenti stranieri nelle classi spiegando che non è accettabile che «in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza». La frase è di quelle che funzionano magnificamente nei comizi e assai meno nei manuali di pedagogia. Perché maggioranza e minoranza sono categorie utilissime per formare un governo, un po’ meno per insegnare le tabelline.

Il ministro Valditara, infatti, ha dovuto successivamente spiegare che il criterio sarà linguistico: il tetto riguarderà chi non conosce adeguatamente l’italiano, con deroghe e senza smembrare le classi già formate. E allora viene spontanea una domanda: se il problema è la lingua, perché la presidente del Consiglio ci ha parlato di bambini italiani che diventano “minoranza”?

Se Ahmed è nato a Palermo, parla italiano con inflessione palermitana, frequenta Matteo dall’asilo, tifa per la squadra cittadina e il Paese dei genitori lo conosce solo attraverso le vacanze estive, non è chiarissimo in quale momento della lezione dovrebbe trasformarsi in una minaccia identitaria. Forse durante geografia. Certamente non durante grammatica, visto che potrebbe conoscerla meglio di parecchi connazionali adulti che imperversano sui social. Anche perché circa due terzi degli studenti senza cittadinanza italiana sono nati in Italia. Continuiamo a chiamarli “stranieri” per comodità statistica e poi ci stupiamo se qualcuno, crescendo, continua a sentirsi tale.

Ma c’è un dettaglio ancora più divertente, se la materia non fosse seria. Il famoso 30 per cento esiste già. Lo introdusse la circolare Gelmini n. 2 del 2010, come limite ordinario e derogabile. Valditara stesso ha riconosciuto che quella previsione non è stata realmente attuata e sostiene che proprio per questo occorra trasformarla in legge. Ragionamento suggestivo: una regola non ha funzionato per sedici anni e, dunque, la si promuove di grado. È un po’ come curare un farmaco inefficace aumentando le dimensioni della confezione.

Il problema, spiegano i presidi, è banalmente la realtà. Le scuole dell’infanzia e primarie accolgono i bambini del territorio. Se in un quartiere le famiglie straniere sono il 50, il 60 o il 70 per cento, raggiunto il fatidico trenta che facciamo? Il trentunesimo lo carichiamo su un autobus e lo spediamo dall’altra parte della città? Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, ha definito fondata l’esigenza didattica ma molto difficile la soluzione tecnica, proprio perché non si possono mettere alla porta i bambini del quartiere. A Palermo c’è addirittura un istituto nel quale la presenza di alunni figli di stranieri oscilla tra il 70 e il 75 per cento. Il pallottoliere, davanti all’urbanistica, mostra qualche limite.

Del resto l’OCSE da tempo racconta una realtà più complicata e, quindi, fatalmente, meno adatta agli slogan. La conoscenza della lingua è decisiva per l’integrazione scolastica; lo sono però anche la condizione economica delle famiglie, la segregazione sociale, il quartiere nel quale si vive, le opportunità educative. Insomma, il rendimento di un bambino dipende da parecchie cose. Il passaporto è soltanto una di quelle che si vedono più facilmente.

Sergio Mattarella, con il consueto vizio di complicare gli slogan ricordando la Costituzione, ha detto che la scuola è «la leva più efficace di integrazione», che deve evitare ghetti e barriere, creare legami, rendere più sicure le comunità e produrre coesione sociale. Non era una polemica con il Governo e sarebbe scorretto trasformarla in tale. È semplicemente un’altra idea di scuola.

Tutto bene, dunque? Naturalmente no.

Perché esiste un’altra retorica, altrettanto stucchevole, secondo la quale parlare dei problemi prodotti da un’immigrazione incontrollata o mal governata sarebbe già prova di xenofobia. Per anni una parte della sinistra ha scambiato l’accoglienza per una categoria morale autosufficiente: si accoglie e poi, in qualche modo, il resto accadrà. Non è accaduto. Esiste nelle città italiane una paura della criminalità legata anche alla presenza di stranieri, alimentata da episodi di cronaca spesso gravissimi. Liquidarla come “percezione” o come razzismo è un modo eccellente per consegnare cittadini impauriti a chi promette soluzioni semplici a problemi complicati. I dati disponibili richiedono prudenza nell’attribuire alla popolazione straniera l’andamento complessivo della criminalità, ma mostrano anche una presenza significativa degli stranieri tra le persone denunciate e arrestate. Il problema, dunque, non va né gonfiato né nascosto. Va governato.

E governarlo significa distinguere. Un bambino nato in Italia che deve imparare una poesia di Leopardi non è la stessa questione di un adulto irregolare che delinque. Confondere i due fenomeni sotto l’etichetta “stranieri” non aumenta la sicurezza: aumenta soltanto la confusione. Sul terreno della criminalità servono controllo del territorio, identificazioni efficaci, certezza della pena, espulsioni nei casi previsti dalla legge e concretamente eseguibili, cooperazione internazionale e una giustizia capace di proteggere innanzitutto le vittime. E, soprattutto, nessun relativismo culturale può diventare un alibi quando sono in gioco violenza sessuale, libertà delle donne, coercizione, matrimoni forzati o sopraffazione. Chi vive in Italia non porta con sé un diritto penale personale nel bagaglio. Le tradizioni si rispettano finché rispettano le persone; quando violano la legge, finiscono dove comincia il codice penale e questo dovrebbe essere sempre tenuto ben presente da un certo di tipo di magistratura che spesso é fin troppo indulgente proprio perchè lascia  spazio ad un inaccettabile relativismo culturale.

Questo dovrebbe essere persino ovvio. E invece abbiamo prodotto un dibattito nel quale da una parte c’è chi teme che pronunciare la parola “sicurezza” sia di destra e dall’altra chi sembra ritenere che per garantire la sicurezza sia necessario cominciare dai bambini delle elementari. Una discreta prova di fallimento collettivo.

Poi, naturalmente, c’è Vannacci.

Il generale ha costruito buona parte della propria fortuna politica sull’identità, sull’immigrazione e sulla rassicurante teoria secondo cui i problemi complessi migliorano molto se si dispone di un nemico semplice. Quando il Governo ha annunciato le nuove misure sulla scuola, lui si è compiaciuto che lo avessero seguito “su questa strada”. E Valditara ha replicato che non è il Governo a inseguire Vannacci, ma Vannacci a inseguire il Governo. Non sappiamo chi insegua chi. Sappiamo soltanto che corrono tutti nella stessa direzione.

E siccome le elezioni del 2027 cominciano a intravedersi, è legittimo domandarsi se questa improvvisa urgenza di contare i bambini risponda soltanto a un’emergenza pedagogica o anche a una più prosaica emergenza elettorale. Le intenzioni appartengono alla coscienza di chi governa. Le coincidenze, invece, appartengono alla cronaca. Una politica seria farebbe qualcosa di molto meno spettacolare. Valuterebbe la conoscenza dell’italiano di ogni ragazzo neoarrivato, organizzerebbe corsi intensivi, assumerebbe insegnanti specializzati e preparerebbe adeguatamente quelli già in cattedra, userebbe mediatori culturali dove servono, coinvolgerebbe le famiglie, pretenderebbe dai genitori la capacità di comunicare con la scuola e interverrebbe sui quartieri-ghetto, per renderli meno ghetto prima di scoprire, con sorpresa, che esistono anche scuole-ghetto. Distribuirebbe i bisogni educativi, non le etnie.

E pretenderebbe integrazione sul serio. Perché integrare non significa chiedere agli italiani di rinunciare alle proprie regole per non offendere quelle altrui. Significa esattamente il contrario: offrire a chi arriva diritti pieni e pretendere doveri altrettanto pieni. La lingua si impara. La legge si rispetta. Le donne sono libere. La dignità umana non si negozia. La Costituzione non è un’usanza locale sulla quale ciascuno possa chiedere una deroga culturale.

Ma tutto questo riguarda gli adulti e lo Stato. Non Ahmed e Matteo seduti nello stesso banco.

La scuola dovrebbe essere il luogo nel quale Ahmed smette progressivamente di essere “lo straniero” e diventa semplicemente il compagno di Matteo. Se non conosce l’italiano, glielo insegniamo. Se non conosce le regole, gliele spieghiamo e gliele facciamo rispettare. Se la famiglia vive isolata, proviamo a coinvolgerla. È più faticoso che fissare una percentuale, naturalmente. Ha il grave difetto di richiedere amministrazione, denaro, insegnanti, competenza e tempo. Il pallottoliere costa molto meno.

L’integrazione può fallire per molti motivi. Ma c’è un sistema quasi infallibile per impedirla: insegnare ai bambini, prima ancora che abbiano imparato a conoscersi, che appartengono a due “noi” diversi.

E quando la politica comincia a contare i bambini per stabilire chi è maggioranza e chi è minoranza, il problema non è più quanti stranieri ci siano in una classe, ma quanto siamo diventati poveri di idee noi adulti.

 

Vicky Amendolia, avvocato e giornalista, impegnata attivamente in politica da quando aveva diciassette anni nelle file del PSI, per scelta ideale prima ancora che per appartenenza, ricoprendo negli anni ’80, contestualmente all’attività politica, ruoli apicali anche nel Movimento Federativo Democratico e nel Tribunale dei diritti del malato e subito dopo lo scioglimento della Democrazia Cristiana e la fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, fu tra i fondatori del Partito Popolare Italiano (PPI), che riprese il nome e l’ispirazione ideale del movimento fondato da don Luigi Sturzo nel 1919 .
Ha maturato una lunga esperienza professionale nel diritto contrattuale, societario e della consulenza legale per aziende ed enti pubblici, di globalizzazione e delocalizzazione, oltre a ricoprire ruoli di management sia nel privato che nella pubblica amministrazione , senza mai abbandonare la passione per la politica e per la scrittura. Come consulente legale di alcuni assessorati della Regione Sicilia ha negli anni redatto vari disegni di legge, tra cui la legge quadro sul turismo.
Oggi è Vice Segretaria nazionale vicario di Socialdemocrazia SD e continua a riconoscersi nella tradizione del socialismo democratico, riformista, garantista ed europeista.
Crede nella politica come servizio, competenza e responsabilità, e diffida tanto degli slogan quanto delle verità urlate e ritiene che il vero male del nostro secolo sia la carenza di ideali e di valori che comporta la perdita di punti di riferimento morali, sociali e personali.

Redazione Scomunicando.it

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