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MESSINA VERSO IL REFERENDUM – “Ad armi pari per un processo giusto”: confronto acceso sulla riforma della magistratura

Un dibattito intenso, partecipato e dai toni netti quello che si è svolto ieri al Palazzo della Cultura di Messina, nell’ambito dell’incontro dal titolo “Ad armi pari per un processo giusto”, organizzato a poco più di un mese dal referendum confermativo sulla riforma della magistratura.

buona la partecipazione nonostante l’inclemenza del meteo

Al centro dell’iniziativa, il tema della separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante e il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura. Un confronto che ha visto alternarsi interventi articolati e, in alcuni passaggi, particolarmente critici nei confronti dell’attuale assetto del sistema.

Enzo Basso ed il caso Palamara

Ad aprire la riflessione è stato il giornalista Enzo Basso, che si è soffermato sul caso Palamara, definendolo uno spartiacque nella percezione pubblica del funzionamento della magistratura. Riprendendo alcuni passaggi del suo libro “Giustiziamara” (2021), Basso ha ricostruito il sistema di accordi, scambi di potere e dinamiche correntizie interne al CSM, portando dati, episodi e collegamenti che – secondo quanto emerso – avrebbero evidenziato un intreccio tra nomine, trasferimenti e logiche di appartenenza. Un intervento ricco di riferimenti e ricostruzioni, che ha suscitato attenzione e reazioni in sala.

Diego Foti: “Separare le carriere per garantire il giusto processo”

L’avvocato Foti ha invece concentrato il suo intervento sulla necessità di separare in modo definitivo le carriere tra magistratura inquirente e giudicante, indicandola come passaggio essenziale per dare piena attuazione al principio del giusto processo previsto dall’articolo 111 della Costituzione.

Secondo Foti, il giudice deve essere realmente terzo e imparziale, arbitro tra accusa e difesa. In quest’ottica, il superamento dell’unicità delle carriere rappresenterebbe una condizione necessaria per riequilibrare il sistema. Centrale, nel suo intervento, anche il ruolo del CSM, che – ha sottolineato – deve tornare a essere “organo istituzionale di autogoverno”, come previsto dalla Costituzione, e non organismo di rappresentanza politica della magistratura.

Infine, un passaggio sul meccanismo del sorteggio: in caso di vittoria del Sì, Foti ha auspicato l’introduzione di filtri e preselezioni equilibrate, “né troppo larghe né troppo strette”, per garantire competenza e trasparenza.

L’intervento di Daniele Tranchida

Daniele Tranchita, docente al Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche  che ha collocato il dibattito nel clima acceso della campagna referendaria, denunciando quella che ha definito una “mistificazione costante” da parte del fronte del No.

«Invece di discutere nel merito dei quesiti – giudice terzo e imparziale, sorteggio per il CSM, responsabilità disciplinari vagliate dall’Alta Corte – si sposta l’attenzione su temi che nulla hanno a che vedere con il referendum. Questa non è una riforma della giustizia, ma della magistratura».

Tranchita ha criticato la radicalizzazione del confronto pubblico, citando manifesti ritenuti tendenziosi, prese di posizione di organismi istituzionali e dichiarazioni di magistrati che, a suo dire, avrebbero contribuito a trasformare il referendum in uno scontro politico anziché in un confronto sui contenuti.

Secondo l’intervento, la separazione delle carriere allineerebbe l’Italia a modelli già adottati nella maggior parte degli ordinamenti occidentali. È stata inoltre evidenziata la peculiarità italiana relativa all’elevata percentuale di richieste dei pubblici ministeri accolte nella fase preliminare e al numero significativo di sentenze di primo grado successivamente riformate in appello o cassazione, elemento che – per i sostenitori del Sì – dimostrerebbe l’esigenza di una distinzione più netta tra chi accusa e chi giudica.

Non sono mancati riferimenti alle dinamiche interne alle correnti della magistratura e ai cambi di posizione di alcune figure politiche e associative nel corso della campagna referendaria.

Per Tranchita, la riforma non indebolirebbe l’autonomia della magistratura, ma anzi amplierebbe indipendenza e garanzie, liberando i giudici da possibili pressioni interne e restituendo al CSM la sua funzione costituzionale di autogoverno amministrativo.

L’evento messinese ha messo in luce le due visioni contrapposte: da un lato, chi ritiene la riforma un passaggio necessario per rafforzare il principio del giudice terzo e ristabilire equilibrio tra accusa e difesa; dall’altro, chi teme che possa incidere sull’assetto costituzionale e sugli equilibri tra i poteri dello Stato.

A pochi giorni dal voto, il confronto resta acceso.

Se da una parte si parla di riforma della magistratura, dall’altra il dibattito pubblico sembra inevitabilmente intrecciarsi con il più ampio tema della giustizia e del rapporto tra potere giudiziario e politica. Il clima registrato a Messina dimostra che il referendum non rappresenta soltanto una scelta tecnica su norme e assetti organizzativi, ma un passaggio che tocca il cuore del sistema istituzionale italiano. E che, comunque vada, continuerà ad alimentare un confronto destinato a non esaurirsi con il voto.

Redazione Scomunicando.it

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