Il Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana scatena polemiche e attacchi. Ma la libertà di parola e l’indipendenza della giustizia internazionale non possono diventare ostaggio degli interessi politici.
Quando le parole che disturbano più delle armi.
Sono quelle pronunciate da chi non accetta di piegare il diritto internazionale alla convenienza dei potenti. L’assegnazione del Nobel per la Pace a Navi Pillay ha provocato durissime reazioni, soprattutto da parte del governo israeliano e del presidente americano Donald Trump. Attacchi che meritano una risposta ferma sul terreno del rispetto delle istituzioni, della libertà di espressione e della dignità personale. La nostra solidarietà va a una donna che ha dedicato la vita alla difesa dei diritti umani. Si possono contestare le conclusioni di un’indagine, discutere una sentenza, criticare un riconoscimento. Ma la delegittimazione personale non può sostituire il confronto sui fatti.
Significativa la posizione assunta dall’Unione Europea. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha riconosciuto in Pillay una figura impegnata nella difesa dello Stato di diritto. E Bruxelles, di fronte alle nuove sanzioni americane contro la Corte penale internazionale, ha ribadito la volontà di tutelarne l’indipendenza e l’operatività. È una questione che supera il singolo Premio Nobel: nessuna istituzione giudiziaria internazionale dovrebbe essere sottratta alla critica, ma neppure sottoposta a pressioni politiche capaci di comprometterne l’autonomia.
Navi Pillay, commentando il proprio lavoro sulle violazioni dei diritti umani, ha posto una domanda semplice e disarmante: perché dovrebbe servire coraggio per dire la verità? Una domanda che merita di restare aperta, soprattutto quando la forza pretende di avere l’ultima parola sul diritto.
Navanethem Pillay è nata a Durban, in Sudafrica, il 23 settembre 1941, in una famiglia di origini indiane. Cresciuta sotto il regime dell’apartheid, ha intrapreso la professione legale difendendo anche oppositori della segregazione razziale. Nel 1995 è diventata giudice dell’Alta Corte sudafricana. Successivamente ha ricoperto incarichi di primo piano nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda e nella Corte penale internazionale, contribuendo allo sviluppo della giurisprudenza sui crimini contro l’umanità, sul genocidio e sulla violenza sessuale nei conflitti. Dal 2008 al 2014 è stata Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. Tra il 2021 e il 2025 ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui Territori palestinesi occupati e Israele. Il 9 ottobre 2026 le è stato conferito il Premio Nobel per la Pace per il suo impegno a favore della pace, della giustizia e del diritto internazionale.
Un percorso lungo oltre mezzo secolo, segnato dalla convinzione che la dignità umana non possa dipendere dalla nazionalità delle vittime né dall’identità di chi esercita il potere.
Perché Israele ha reagito così duramente?
Navi Pillay ha presieduto la Commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati e Israele. Nel 2025 la Commissione ha concluso che Israele aveva commesso atti di genocidio nella Striscia di Gaza, attribuendo gravi responsabilità alle autorità israeliane. Il governo di Benjamin Netanyahu respinge categoricamente queste accuse, considera le indagini politicamente orientate e sostiene che gli organismi internazionali adottino un atteggiamento pregiudizialmente ostile nei confronti dello Stato ebraico. Dopo l’annuncio del Nobel, Netanyahu ha accusato Pillay di demonizzare Israele. Il ministero degli Esteri israeliano ha utilizzato toni ancora più duri, arrivando a evocare Joseph Goebbels, il ministro della propaganda nazista.
Perché è intervenuta anche l’amministrazione Trump?
Washington sostiene Israele e contesta da tempo la giurisdizione della Corte penale internazionale sui cittadini americani e su quelli di Stati che non aderiscono al suo trattato istitutivo. Trump ha condiviso su Truth Social un messaggio che definiva vergognosa l’assegnazione del Nobel a Pillay, accusandola di ostilità verso Stati Uniti e Israele. Il 9 ottobre, poche ore dopo l’annuncio del premio, l’amministrazione americana ha inoltre annunciato nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale. Il segretario di Stato Marco Rubio ha contestato l’operato della Corte, che ha emesso mandati d’arresto nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
La risposta dell’Unione Europea
L’Unione Europea ha contestato le sanzioni americane, ribadendo il proprio sostegno all’indipendenza della Corte e dichiarandosi pronta ad adottare misure per consentirle di proseguire il proprio lavoro. Ursula von der Leyen ha inoltre rivolto un riconoscimento pubblico a Pillay, sottolineandone l’impegno per la giustizia e la dignità umana.
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