Yuval Abraham e Rachel Szor sono ancora al centro di uno scontro politico che coinvolge il primo ministro israeliano, due ministri del governo e i vertici dei servizi segreti. Il detonatore è “Naza”, il documentario che hanno presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e che, in pochi giorni, li ha trasformati da autori acclamati a bersagli di un’accusa di tradimento.
Cosa rischiano se dovessero tornare in Israele
Nei giorni successivi al premio, Yuval Abraham ha raccontato di aver cancellato i propri profili social dopo essere stato sommerso da fotomontaggi offensivi contro di lui e la madre, e ha ammesso apertamente il proprio timore: “Israele è casa mia […] ora però è ovvio che ho paura di non poter tornare”. Abraham aveva anche respinto l’idea di porsi come voce di superiorità morale, spiegando che, in quanto israeliani, si sentono in una certa misura tutti corresponsabili di quanto avvenuto a Gaza. La strada per privare Abraham e Szor della cittadinanza israeliana, che loro hanno per nascita, non è né immediata né nelle mani del solo ministro della Cultura, che per legge non ha il potere di disporla. La legge israeliana consente la revoca della cittadinanza solo in casi limitati legati a un accertato “tradimento della lealtà” verso lo Stato, secondo una sentenza della Corte Suprema del 2022: la procedura richiede che sia il ministro dell’Interno a presentare la richiesta al ministro della Giustizia, con una convalida finale da parte di un collegio di giudici. Si tratta quindi di un percorso lungo, incerto e mai applicato finora a un caso di produzione giornalistica o cinematografica.
Come è nato il documentario
“Naza” nasce da quasi tre anni di lavoro e da un’inchiesta costruita insieme al quotidiano britannico The Guardian, in collaborazione con +972 Magazine e Local Call, che avevano già pubblicato tra il 2023 e il 2025 una serie di reportage sui sistemi di intelligence artificiale usati da Israele per selezionare gli obiettivi a Gaza. Il titolo riprende un acronimo militare ebraico, “Nezek Agavi”, con cui l’intelligence israeliana indica il numero atteso di vittime civili collaterali in un attacco.
Il film raccoglie le testimonianze di soldati e ufficiali dell’intelligence, con volto e voce alterati per proteggerne l’identità, che descrivono dall’interno le tecniche di individuazione e colpo dei bersagli, compreso l’uso di strumenti digitali per intercettare le comunicazioni delle persone segnalate. Le riprese, girate di notte sui tetti di Tel Aviv, sono state mantenute segrete per tutta la lavorazione.
Presentato in concorso all’ultimo momento, il film è stato proiettato in Sala Grande il 10 settembre: al termine, il pubblico ha applaudito per 25 minuti consecutivi, un record per l’edizione 2026 del festival e uno dei più lunghi mai registrati a Venezia, superando i 23 minuti ottenuti l’anno precedente da un altro film sulla guerra a Gaza. Tra gli spettatori in sala anche il cantante Ghali, arrivato al Lido per assistere alla proiezione.
La giuria ha assegnato a “Naza” il Premio Speciale, terzo riconoscimento più importante della Mostra, inserendolo di fatto nella corsa al Leone d’Oro. Tra i produttori figura anche Jonathan Glazer, regista premio Oscar per “La zona d’interesse”.
Yuval Abraham è nato a Beersheba, nel sud di Israele, nel 1995, da una famiglia di origini ebraiche miste, mizrahi e ashkenazite. Ha lavorato come giornalista investigativo e traduttore dall’arabo, collaborando con le testate indipendenti israelo-palestinesi +972 Magazine e Local Call, che descrive come gli unici spazi in cui può usare il proprio privilegio per raccontare i meccanismi dell’occupazione. Insieme al giornalista palestinese Muhammad Alnaouq aveva fondato “Across the Wall”, una piattaforma che traduce in ebraico le storie dei palestinesi per rompere le narrazioni dominanti in Israele: un progetto sospeso dopo che ventitré familiari di Alnaouq sono stati uccisi in un bombardamento a Gaza.
Rachel Szor, nata a Gerusalemme nel 1994, è invece cineasta, montatrice e direttrice della fotografia. Il suo nome resta legato in particolare al lavoro dietro la macchina da presa: è stata lei, insieme ai coautori, a dare forma visiva a “No Other Land”, il documentario del 2024 sulla distruzione della comunità palestinese di Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata, realizzato con gli attivisti palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Quel film ha vinto l’Orso a Berlino e, nel marzo 2025, il Premio Oscar al miglior documentario, portando Abraham a dedicare il suo discorso di ringraziamento alla disparità di diritti tra israeliani e palestinesi.
La petizione a favore dei registi
Intanto ad Ashdod, nel Sud di Israele, è apparso un murales che raffigura Yuval Abraham e Rachel Szor, con la scritta “traditori”. Monta il clima di odio verso i due autori. Oltre 1.500 tra registi e addetti ai lavori, non solo israeliani, come Ari Folman e Nadav Lapid, gli hanno però manifestato il loro sostegno e hanno firmato una petizione per esprimere solidarietà e difendere il loro lavoro di denuncia.
“So che il governo israeliano ha addirittura proposto di togliere la cittadinanza a questi registi. Ma d’altra parte non mi sorprende mai quello che fa Netanyahu. Mi congratulo con questi registi, per il loro coraggio”. Lo ha detto Salman Rushdie, che oggi ha inaugurato Pordenonelegge, dove riceverà l’onirificenza di Ambassadordor Freedom.