Cultura

POLITICA E FUMETTI – Tex Willer, l’eroe impossibile della destra giovanile degli anni Ottanta

Dal West di Bonelli ai manifesti e agli adesivi politici. Quando i ragazzi della destra cercavano nei fumetti ribelli, cavalieri solitari e uomini fuori dal sistema. Una storia di grafica, immaginario e appropriazioni culturali.

C’era un tempo in cui la politica si faceva anche con un pennarello, un ciclostile, qualche foglio adesivo e molta fantasia.

Erano gli anni Ottanta e, nel microcosmo della destra giovanile italiana, i fumetti diventavano un linguaggio alternativo ai manifesti di partito, alle parole d’ordine e ai simboli tradizionali. Tra i personaggi che potevano essere reinterpretati in quella particolare officina grafica, uno aveva caratteristiche quasi perfette: Tex Willer. Il ranger creato da Gian Luigi Bonelli nel 1948, disegnato inizialmente da Aurelio Galleppini, non era certamente un personaggio politico di destra. Ma molte delle sue avventure che raccontavano un uomo insofferente alle ingiustizie, capace di schierarsi con i nativi americani, difendere gli oppressi e opporsi ai potenti, ai corrotti e ai prepotenti lo rendevano amabile a quel mondo giovanile insofferente verso lo stesso partito di Almirante.

Era proprio questa indipendenza che lo rendeva affascinante agli occhi di chi, nella destra giovanile di quegli anni, cercava figure lontane dai modelli della politica ufficiale. Tex era l’uomo che non chiedeva permesso. Non aveva bisogno di un’organizzazione per decidere da quale parte stare. Era fedele agli amici, rispettava la parola data e affrontava il pericolo senza arretrare. Un eroe solitario, ma non individualista. Un uomo d’ordine che, quando riteneva ingiusta una legge o un’autorità, non esitava a sfidarla. Un personaggio, insomma, pieno di contraddizioni. Ed è proprio nelle contraddizioni che spesso nascono i miti.

Negli anni Ottanta, prima della comunicazione digitale, gli adesivi erano una forma di presenza politica immediata. Si attaccavano sui motorini, sui caschi, sulle cartelle scolastiche, sui muri delle città e nei corridoi delle università. Erano piccoli manifesti portatili. La grafica doveva essere riconoscibile in pochi secondi. Bastavano una silhouette, un volto, una battuta. Il fumetto offriva tutto questo: immagini già entrate nella memoria collettiva, personaggi dotati di una propria mitologia e una forza narrativa che gli slogan politici raramente possedevano. Tex, con il cappello Stetson, le pistole e la camicia gialla, era immediatamente identificabile. Ma la sua trasformazione in un possibile simbolo della destra giovanile non dipendeva soltanto dall’aspetto. Contava soprattutto l’idea di un uomo libero, capace di opporsi al sopruso e di vivere secondo un codice personale. Era una lettura selettiva del personaggio, naturalmente. Il Tex di Bonelli non apparteneva a quella cultura politica. Era la fantasia dei lettori a trasferirlo in un altro universo.

Gli eroi impossibili e il bisogno di riconoscersi

Tex non era l’unico. Nell’immaginario di una parte della destra giovanile circolavano figure letterarie e fumettistiche molto diverse: Corto Maltese, il marinaio romantico e disincantato di Hugo Pratt; i personaggi del fumetto d’avventura; i guerrieri sconfitti; gli antieroi del cinema e della narrativa popolare. Figure spesso difficili da collocare in una precisa appartenenza ideologica. Corto Maltese, per esempio, era un viaggiatore cosmopolita, ironico, insofferente alle frontiere e alle certezze assolute. Non aveva nulla del militante disciplinato. Eppure il suo distacco dal conformismo e il fascino dell’avventura lo rendevano utilizzabile in una cultura giovanile attratta dagli spiriti indipendenti. Era il tempo degli eroi impossibili: personaggi che non appartenevano davvero a nessuna organizzazione, ma nei quali ciascuno poteva proiettare le proprie aspirazioni. Più che cercare un’identità politica nei fumetti, quei giovani cercavano nei fumetti una rappresentazione di sé.

La satira, La Voce della Fogna e la libertà di dissacrare

In questo panorama ebbe un ruolo particolare anche La Voce della Fogna, la rivista satirica nata nell’ambiente della destra giovanile e legata all’esperienza di Marco Tarchi. Il titolo era già una provocazione. Riprendeva polemicamente l’insulto rivolto agli ambienti neofascisti e lo trasformava in un marchio ironico. La rivista utilizzava vignette, caricature, fumetti e parodie per mettere in discussione non soltanto gli avversari politici, ma anche le rigidità, i linguaggi e i rituali della propria area. Era una satira spesso ruvida, talvolta irriverente, che cercava di sottrarsi alla retorica ufficiale. L’importanza di quell’esperienza non stava soltanto nei contenuti, ma nel linguaggio. Dimostrava che la comunicazione politica poteva abbandonare la monumentalità del manifesto e utilizzare l’umorismo, il paradosso e la cultura popolare.

Un cambiamento significativo in un ambiente nel quale, fino a pochi anni prima, avevano dominato simboli severi, richiami storici e rappresentazioni eroiche.

La grafica politica di quegli anni era anche una forma di artigianato. I disegni venivano copiati, ingranditi, ritagliati, ricomposti anche con metodi arcaici, la triellina, o l’episcopio. Le immagini passavano dalle pagine dei fumetti ai volantini, dagli adesivi alle copertine dei giornalini studenteschi. Non sempre si trattava di elaborazioni raffinate. Spesso erano immagini essenziali, realizzate con mezzi poveri, ma capaci di comunicare molto più di un lungo documento politico. L’appropriazione dei personaggi era anche un gioco culturale. Un eroe poteva essere strappato alla propria storia originale e collocato in un contesto completamente diverso. Un volto nato per raccontare il West americano diventava così un simbolo di ribellione nelle strade di una città italiana. Non era necessario che il personaggio condividesse le idee di chi lo utilizzava. Bastava che ne incarnasse, almeno nell’immaginazione, un sentimento.

Tex, un ribelle che non si lascia arruolare

Ed è qui che la figura di Tex Willer diventa particolarmente interessante. Tex non è un rivoluzionario, ma neppure un difensore incondizionato dell’autorità. È un ranger che combatte i fuorilegge, ma sa riconoscere quando l’ingiustizia arriva proprio da chi rappresenta la legge. È un uomo del West che rifiuta il razzismo dei colonizzatori e riconosce dignità ai popoli nativi. È un combattente che usa la forza, ma possiede un codice morale che gli impedisce di confondere la giustizia con la vendetta. Ridurre tutto questo a un’etichetta politica significherebbe tradire la ricchezza del personaggio. Forse il fascino esercitato da Tex su lettori di culture politiche differenti deriva proprio dalla sua impossibilità di essere arruolato definitivamente da qualcuno. Era un eroe che apparteneva a tutti perché, nella finzione, non apparteneva a nessuno.

Riguardare oggi gli adesivi, le vignette e i giornalini della destra giovanile degli anni Ottanta significa osservare un fenomeno che va oltre la propaganda. È una storia di linguaggi, di appropriazioni, di contaminazioni tra politica e cultura popolare. Quei disegni raccontavano il desiderio di una generazione di distinguersi, provocare, riconoscersi in simboli alternativi. Raccontavano anche la difficoltà di trovare modelli reali e la tentazione di cercarli nella fantasia. Tex Willer, con il suo cavallo, le sue Colt e il suo ostinato senso della giustizia, poteva diventare uno di questi modelli. Non perché fosse un uomo di destra. Ma perché rappresentava qualcosa che nessuna parte politica poteva rivendicare in esclusiva: l’idea romantica di un uomo che, davanti a un’ingiustizia, sceglie di non voltarsi dall’altra parte.

E forse è proprio questo il segreto degli eroi impossibili. Continuano a vivere perché sfuggono a chiunque tenti di trasformarli in una bandiera.

 

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Redazione Scomunicando.it

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