Cronaca

PRIMO MAGGIO IN SICILIA – Il lavoro che manca, quello che si perde e quello usato come ricatto

di Vicky Amendolia

Il Primo Maggio, in Sicilia, non può essere celebrato con la leggerezza delle frasi di circostanza. Qui la “festa del lavoro” rischia di suonare, più che come una celebrazione, come una provocazione involontaria. Perché dove il lavoro manca, dove i giovani partono, dove le aziende chiudono e dove intere famiglie passano dalla busta paga alla Naspi, la retorica diventa quasi offensiva.

Il lavoro, infatti, non è soltanto salario. È libertà concreta. È possibilità di restare nella propria terra senza sentirsi prigionieri. È autonomia personale, dignità familiare, cittadinanza reale. Quando manca, non produce soltanto povertà: produce dipendenza, rassegnazione, emigrazione, clientelismo, silenzio sociale.

E qui bisogna dirlo senza infingimenti: il lavoro è un diritto, non una concessione. Non è un favore da promettere in campagna elettorale, non è una moneta da distribuire nei comitati, non è una cambiale morale da far firmare agli elettori più fragili. Ogni volta che il bisogno di lavoro viene trasformato in ricatto, ogni volta che una promessa occupazionale diventa strumento di consenso, ogni volta che la disperazione di una famiglia viene piegata alla fedeltà politica, non si sta amministrando un territorio: lo si sta umiliando.

La Sicilia conosce bene questa malattia antica. Il lavoro che non c’è diventa attesa. L’attesa diventa dipendenza. La dipendenza diventa controllo sociale. Ed è così che una comunità, invece di produrre cittadini liberi, produce persone costrette a chiedere, a sperare, a tacere.

La provincia di Messina è una delle fotografie più crude di questa condizione. Nel Rendiconto sociale provinciale 2024 dell’INPS, il tasso di occupazione messinese risulta pari al 46,7%, molto lontano dal dato nazionale del 62,2%; il tasso di disoccupazione è al 15,9%, contro il 6,5% italiano. Ancora più significativo è il dato dell’inattività: 308 mila inattivi e un tasso complessivo del 44,1%, contro il 33,4% nazionale. Non significa soltanto che molte persone non lavorano. Significa che molte hanno smesso perfino di cercare. E quando una comunità smette di cercare lavoro, non siamo più davanti a un problema economico: siamo davanti a una sconfitta civile.

Il dato giovanile è ancora più impietoso. In provincia di Messina, nel 2024, la disoccupazione femminile tra i 15 e i 24 anni arriva al 40,9%, quella maschile al 29,7%. Tra i 25 e i 34 anni, il tasso è del 34,5% per le donne e del 19,5% per gli uomini. Sono numeri che non descrivono una normale difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro. Descrivono una generazione alla quale si chiede di credere nel futuro, mentre il futuro continua a presentarsi con le porte chiuse.

E non basta dire che “manca il lavoro”. Bisogna aggiungere che, quando c’è, troppo spesso è fragile. Sempre in provincia di Messina, i lavoratori dipendenti part-time rappresentano il 41,4% del totale, una quota superiore sia al dato regionale sia a quello nazionale. Il part-time può essere una scelta, certo. Ma in un territorio debole, con redditi bassi e poche alternative, spesso non racconta libertà organizzativa: racconta salari insufficienti, orari spezzati, carriere intermittenti, precarietà mascherata da flessibilità.

Poi ci sono le crisi aziendali. Ed è qui che la questione smette di essere statistica e diventa carne viva.

Il caso ex Gicap è emblematico. La mancata proroga della cassa integrazione straordinaria ha lasciato circa 180 famiglie della provincia di Messina davanti alla prospettiva delle procedure di licenziamento e della Naspi come unico paracadute. Non è una vertenza qualsiasi. È il racconto di un territorio che vede spegnersi pezzi della propria economia senza che le istituzioni riescano a costruire, per tempo, una soluzione vera.

E quando un’azienda chiude, il danno non riguarda soltanto i dipendenti diretti. Si impoveriscono le famiglie, si contraggono i consumi, soffrono i piccoli negozi, si indebolisce l’indotto, si svuotano le prospettive. Una chiusura aziendale non è mai soltanto una vicenda contabile. È un terremoto sociale con epicentro nella busta paga.

Sul versante industriale, la vicenda della centrale A2A di San Filippo del Mela apre un capitolo ancora più grave. L’orizzonte della chiusura definitiva dell’impianto nel 2027 si avvicina senza che appaia, almeno ad oggi, un piano di riconversione credibile; le cronache parlano di circa trecento operai dell’indotto coinvolti. Qui non si tratta di difendere il passato contro il futuro. Si tratta di impedire che la transizione energetica diventi, come troppo spesso accade nel Mezzogiorno, una formula elegante per accompagnare la desertificazione produttiva.

Perché la transizione, se è vera, non chiude e basta: riconverte, forma, investe, crea nuove filiere. Se invece chiude gli impianti senza costruire alternative, non è transizione ecologica. È dismissione sociale con vernice verde.

Anche la possibile perdita di presidi industriali nell’area del Mela e di Giammoro conferma una fragilità antica: la provincia messinese non riesce a trattenere abbastanza industria, non riesce a sostituire con rapidità ciò che perde, non riesce a trasformare la propria posizione geografica, portuale, energetica e logistica in un vero vantaggio competitivo. Abbiamo aree industriali, porti, competenze, storia produttiva; eppure troppo spesso tutto resta sospeso tra annunci, tavoli tecnici, promesse e crisi inseguite quando sono già esplose.

Il risultato è la fuga. Secondo il Rapporto Svimez 2025, tra il 2022 e il 2024 hanno lasciato la Sicilia 44.303 giovani tra i 25 e i 34 anni: 32.122 diretti verso il Centro-Nord e 12.181 verso l’estero. È il dato più alto del Mezzogiorno. Altro che mobilità: questa è una selezione naturale al contrario, nella quale i territori più deboli formano energie che poi regalano ai territori più forti.

E allora bisogna avere il coraggio di individuare le cause, senza rifugiarsi nel solito rosario delle lamentele.

La prima causa è la debolezza della struttura produttiva. Troppa economia siciliana vive di servizi fragili, stagionalità, commercio in affanno, microimprese che sopravvivono più che investire. La seconda è l’assenza di una politica industriale stabile: si interviene sulla crisi quando la fabbrica è già in ginocchio, non quando ci sarebbe ancora il tempo di riconvertire, attrarre investimenti, salvare competenze. La terza è lo scollamento tra formazione e lavoro: i giovani studiano, si qualificano, si laureano, ma il territorio non offre abbastanza sbocchi adeguati. La quarta è il peso di infrastrutture lente, burocrazia soffocante, incertezza amministrativa. La quinta, forse la più grave, è culturale: si è troppo spesso sostituita l’idea del diritto al lavoro con la gestione politica del bisogno di lavoro.

Ed è qui che il Primo Maggio dovrebbe diventare scomodo. Perché non basta dire “creeremo occupazione” mentre, sotto traccia, si continua a coltivare un sistema nel quale il cittadino fragile deve bussare alla porta giusta, conoscere la persona giusta, ringraziare il referente giusto. Il lavoro non può essere il premio per la fedeltà. Non può essere la promessa sussurrata prima del voto. Non può essere il favore da ricordare per anni.

Il lavoro o è diritto, o diventa ricatto.

Una politica seria dovrebbe fare l’opposto: liberare le persone dal bisogno di chiedere favori. Dovrebbe creare condizioni, non clientele. Dovrebbe costruire infrastrutture, non dipendenze. Dovrebbe difendere le aziende sane prima che chiudano, non fare passerelle davanti ai cancelli quando ormai i lavoratori sono già disperati. Dovrebbe programmare riconversioni industriali, attrarre investimenti veri, collegare porti, energia, logistica, turismo qualificato, agroalimentare, cantieristica, università e formazione tecnica.

I bonus possono tamponare, ma non costruiscono. I sussidi possono impedire la caduta, ma non indicano una strada. I concorsi pubblici sono necessari, ma non possono diventare l’unica immaginazione occupazionale di una generazione. Le sagre non fanno sviluppo. I convegni non fanno industria. Gli annunci non creano imprese. Le inaugurazioni non trattengono i giovani.

Il Primo Maggio, in Sicilia, dovrebbe essere questo: non una liturgia, ma una resa dei conti. Non la festa generica dei lavoratori, ma il giorno in cui chiedere perché troppi siciliani non riescono a diventarlo. Non la celebrazione astratta della dignità, ma la denuncia concreta di tutto ciò che la nega: disoccupazione, inattività, precarietà, chiusure aziendali, emigrazione, assenza di programmazione, uso elettorale del bisogno.

Perché una terra che perde lavoro perde molto più del reddito. Perde fiducia, natalità, competenze, futuro, voce.

E una politica che non capisce questo può pure continuare a deporre garofani, pubblicare manifesti e augurare “buon Primo Maggio”.

Ma il lavoro, in Sicilia, non ha bisogno di auguri.

Ha bisogno di essere creato, difeso, pagato dignitosamente e sottratto per sempre al mercato indecente del ricatto elettorale. Solo allora i giovani potranno restare senza sentirsi eroi, martiri o illusi. E solo allora il Primo Maggio tornerà ad essere una festa, non il promemoria annuale di una promessa tradita.

Redazione Scomunicando.it

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