Nel bicentenario della nascita di Carlo Collodi, Mauro Cappotto porta a SITU Festival un Pinocchio che ha smesso da tempo di appartenere soltanto all’infanzia.
Il burattino diventa figura politica, sociale, persino antropologica: osserva una contemporaneità nella quale la bugia non è più eccezione ma linguaggio, la promessa sostituisce il fatto e la verità sembra adattarsi alle necessità del momento. Attorno all’opera, ed alla stessa essenza del Festival, si apre però un discorso più ampio: quale ruolo può avere l’arte nei piccoli centri e quanto un festival può incidere davvero sulla vita culturale di un territorio?
È una delle immagini che meglio restituiscono il senso dell’intervento realizzato da Mauro Cappotto per la settima edizione di SITU Festival a Brolo. Non perché l’opera chieda semplicemente di essere fotografata — destino ormai comune a molta arte pubblica contemporanea — ma perché quel controluce sembra già contenerne la chiave.
Pinocchio, collocato sulla terrazza anfiteatro della “nuova” scuola di Iannello, è riconoscibile e contemporaneamente deformato, moltiplicato, attraversato da altre forme. Non è più il personaggio rassicurante della memoria infantile. È diventato un dispositivo attraverso il quale osservare il presente. Il titolo scelto da Cappotto è già un programma: “L’osmosi del peccato originale di Pinocchio”.
Nel testo che accompagna il lavoro, realizzato per i duecento anni dalla nascita di Carlo Lorenzini, l’artista descrive un burattino che osserva il “palcoscenico del presente”, mentre le bugie assumono la forma della retorica, i nasi crescono metaforicamente “in percentuale” e le promesse si allungano fino a perdere contatto con la realtà. È qui che Pinocchio smette definitivamente di essere una favola.
Cappotto prende il concetto del peccato originale e lo sposta. La mela apparteneva a un universo nel quale era ancora possibile individuare un gesto, una colpa, una responsabilità. Nella società contemporanea, suggerisce l’artista, quel peccato si è trasformato nella promessa vuota e continuamente ripetuta. Ed è significativo il termine scelto: osmosi.
La menzogna non procede più soltanto dall’alto verso il basso. Non appartiene esclusivamente alla politica, alla pubblicità, ai media o ai luoghi tradizionali del potere. Circola. Passa da chi promette a chi vuole credere, da chi comunica a chi condivide, da chi costruisce una narrazione a chi finisce per abitarla. In questa prospettiva Pinocchio non è più soltanto colui che mente, “u munsignaru”. È anche colui che vive dentro una società nella quale diventa sempre più difficile distinguere la realtà dalla sua rappresentazione.
Ed è probabilmente questa la parte più efficace dell’intuizione di Cappotto.
Il naso non cresce più soltanto perché è stata pronunciata una bugia. Cresce simbolicamente dentro statistiche, slogan, sondaggi, percentuali, dichiarazioni, promesse elettorali e verità costruite per durare il tempo di una comunicazione.
Anche sul piano formale l’opera segue questa idea.
La figura non appare compatta e monumentale. Al contrario, è frammentata e sovrapposta. Le sagome sembrano attraversarsi, quasi che un Pinocchio ne generasse continuamente un altro. È una scelta esteticamente coerente con il concetto di osmosi.
Non esiste più una sola menzogna e non esiste più un solo naso. Esistono versioni sovrapposte della realtà. La leggerezza visiva della struttura contrasta poi con la gravità del tema. Il materiale conserva qualcosa di povero, quasi artigianale, e questo sottrae l’opera alla retorica monumentale. Pinocchio rimane, dopotutto, legno: materia semplice, vulnerabile, manipolabile. Ma proprio questa fragilità produce un secondo significato.
Un burattino è qualcosa che può essere mosso da altri. E il passaggio da Pinocchio-bugiardo a Pinocchio-burattino introduce inevitabilmente un interrogativo ancora più inquietante: chi muove oggi i fili della rappresentazione?
L’opera non fornisce la risposta. Ed è bene che sia così.
La collocazione aggiunge un ulteriore livello.
Dietro Pinocchio non c’è una parete bianca da galleria. C’è il territorio. Ci sono le colline, le case, la strada, la foschia, il sole. La scultura cambia quindi continuamente a seconda della luce e del punto di osservazione. È precisamente il principio del site-specific sul quale SITU ha costruito la propria esperienza a Brolo: l’opera non viene semplicemente trasferita in un luogo, ma quel luogo diventa parte della sua lettura.
Nel caso di Cappotto questa relazione appare particolarmente naturale, anche perché il rapporto fra memoria collettiva, territorio e contemporaneità attraversa da tempo il suo percorso. Nato a Messina nel 1965, Cappotto completa nel 1990 gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e negli stessi anni sviluppa esperienze tra Vienna e Berlino. Una parte importante della sua ricerca successiva nasce proprio dall’osservazione della Berlino divisa e dalle strutture dalle quali si guardava oltre il Muro. Nel 2016 la Fondazione Brodbeck di Catania gli dedica la personale Makes, Remakes and Unmakes. Artribune descrive il suo immaginario come attraversato da memorie collettive, storie di provincia e rituali capaci di essere consumati e rigenerati: coordinate che aiutano a comprendere anche il Pinocchio presentato a Brolo. Parallelamente all’attività artistica, Cappotto, che “insegna” ai ragazzi dell’artistico orlandino, dove in-segnare sta per lasciare il segno – ha maturato una lunga esperienza nella costruzione di progetti culturali legati alle residenze d’artista, alla produzione site-specific e all’idea di museo diffuso, facendo di Ficarra un’indiscussa capitale. Arte, dunque, non semplicemente collocata nel territorio ma prodotta attraverso la relazione con esso.
Dentro il lavoro presentato a SITU entra anche un secondo autore: Lucio Piccolo. Non è un accostamento ornamentale. Ne L’inganno della rete, Piccolo racconta un pescatore che getta la rete in mare aspettandosi pesci e che, ritirandola, trova invece immagini impalpabili, “sogni senza fine” e forme disegnate dal vento e dalla schiuma. Letti oggi, quei versi sembrano acquistare involontariamente un significato nuovo.
La rete di Piccolo è quella del pescatore. La nostra è anche un’altra rete. Quella digitale.
Lanciamo continuamente reti alla ricerca di realtà, informazioni, persone, conferme. E spesso ciò che riportiamo a terra sono immagini, simulacri, frammenti, rappresentazioni. Cerchiamo il fatto e incontriamo la sua narrazione. Cerchiamo una persona e troviamo il suo profilo. Cerchiamo un avvenimento e riceviamo una sequenza di interpretazioni.
Tra Collodi e Lucio Piccolo, Cappotto costruisce così una piccola grammatica dell’inganno contemporaneo.
Pinocchio racconta la bugia. La rete racconta l’illusione di afferrare la realtà. In mezzo ci siamo noi.
Sarebbe tuttavia riduttivo leggere l’intervento di Cappotto isolandolo dal contesto di SITU. La questione più interessante diventa allora un’altra: a cosa serve portare arte contemporanea in un piccolo centro? È proprio qui che il ragionamento di Cappotto si allarga dalla singola opera a una possibile politica culturale del territorio. L’idea è quella del “paese creativo”: non un paese trasformato artificialmente in attrazione turistica, ma una comunità capace di considerare cultura, bellezza, servizi, ambiente e relazioni come parti della stessa qualità della vita. Una visione che supera anche la consueta equazione cultura-turismo.
Un territorio culturalmente vivo non deve essere costruito soltanto per chi arriva. Prima ancora deve funzionare per chi rimane.
E un festival-residenza come SITU può diventare uno degli strumenti di questa trasformazione proprio perché introduce artisti esterni dentro una comunità, permette loro di abitarla, ascoltarla e restituirne successivamente una lettura. È un modello differente dal grande spettacolo consumato in una sera. Più lento, meno immediatamente misurabile, certamente più difficile. Ma potenzialmente più profondo.
Cappotto, tuttavia, conosce anche la fragilità di questi processi. Un festival può produrre entusiasmo per tre giorni e lasciare pochissimo dopo. La vera sfida comincia quando si spengono le luci.
Occorrono continuità, manutenzione, luoghi accessibili, illuminazione, una musealità diffusa realmente fruibile. Serve coinvolgere maggiormente scuole, associazioni, attività economiche e quella parte della popolazione che normalmente non frequenta il linguaggio dell’arte contemporanea. Occorre soprattutto capire se la cultura riesca a generare un piccolo circuito economico locale: ospitalità, artigianato, produzioni, editoria, servizi, professionalità. Senza queste connessioni il rischio è quello di avere un eccellente episodio culturale.
Con queste connessioni può invece nascere un processo.
C’è infine un punto che merita di essere trattenuto.
Quando Cappotto sostiene che l’arte deve vivere nella comunità, introduce implicitamente una distinzione fondamentale. Un cittadino non dovrebbe essere soltanto il pubblico di una manifestazione organizzata nel proprio paese. Dovrebbe poterne diventare parte.
Artisti, curatori, studenti, insegnanti, associazioni, operatori culturali e semplici appassionati possono trasformare questi appuntamenti in luoghi di proposta e confronto. È forse questa la strada sulla quale misurare il futuro di esperienze come SITU: non soltanto quanti visitatori abbiano attraversato le mostre, ma quante relazioni siano rimaste dopo.
Quante persone abbiano guardato diversamente un bunker, una biblioteca, una stazione, un castello, una spiaggia. Quante abbiano compreso che anche un piccolo centro può essere luogo di produzione culturale e non soltanto scenario.
Il Pinocchio di Mauro Cappotto, alla fine, sembra trovarsi proprio su questo confine.
È un burattino antico che guarda un paesaggio contemporaneo. Porta con sé duecento anni di storia, ma continua a parlarci di ciò che accade adesso. E mentre il suo naso attraversa simbolicamente il presente, resta una domanda che Collodi probabilmente riconoscerebbe ancora: quanto siamo disposti a cercare la verità, quando una buona bugia è molto più comoda da ascoltare?
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