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IL PUNTO – La politica dello Zero Virgola

Quando le idee diventano un optional e le alleanze servono soprattutto a sommare decimali

di Vicky Amendolia

A Campobasso è nata, o almeno è stata annunciata, l’ennesima creatura destinata ad abitare l’affollatissimo condominio della politica italiana: una cosiddetta “quarta gamba” del centrosinistra, nella quale dovrebbero trovare spazio il PSI di Enzo Maraio, Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato e +Europa di Riccardo Magi. Il battesimo è avvenuto alla Festa nazionale dell’Avanti!, dove Maraio, Onorato e Magi si sono ritrovati a discutere di un “centrosinistra plurale” e della costruzione di un’area riformista, civica ed europeista. Intanto, la prima battaglia comune si è concentrata sulle norme relative alla raccolta delle firme per la presentazione delle liste alle prossime elezioni politiche.
Questione seria, sia chiaro. Le regole elettorali devono garantire partecipazione e pluralismo e non trasformarsi in barriere costruite a vantaggio di chi è già dentro il Palazzo. Ma proprio qui comincia un’altra questione, forse ancora più seria: che cosa tiene insieme oggi un’alleanza politica?

Perché osservando ciò che accade da qualche tempo viene il sospetto che la risposta non debba essere cercata nei grandi trattati di filosofia politica. Potrebbe bastare una calcolatrice. Zero virgola qualcosa io, zero virgola qualcosa tu, aggiungiamo un altro zero virgola trovato lungo la strada e magari, mettendo insieme abbastanza decimali, salta fuori un seggio. È la nuova matematica della politica italiana.
Un tempo ci si divideva sulle idee. Talvolta persino ferocemente. Socialisti, comunisti, liberali, repubblicani, democristiani potevano allearsi, rompere, mediare, perfino contraddirsi. Ma ciascuno sapeva, più o meno, chi fosse e quale parte della società intendesse rappresentare. Oggi abbiamo compiuto un progresso straordinario: spesso non occorre più saperlo. Basta sapere con chi conviene stare.
Il problema, dunque, non è l’alleanza. La politica è anche compromesso, mediazione, ricerca di convergenze tra culture differenti. Pretendere la purezza assoluta significa condannarsi all’irrilevanza. Ma una cosa è mediare tra identità riconoscibili per realizzare un progetto comune. Altra cosa è mettere insieme sigle, leader, movimenti e cespugli nella speranza che la somma elettorale produca ciò che politicamente non esiste. Le debolezze, purtroppo, non sempre si sommano. Qualche volta si moltiplicano.

Ed è soprattutto nei partiti di piccolo cabotaggio che il fenomeno assume aspetti quasi antropologici. Più si restringe il consenso, più sembra dilatarsi la figura del leader. Il partito diventa minuscolo, ma il capo rimane gigantesco. Almeno nella propria percezione. Nascono così formazioni che hanno più dirigenti che elettori, più coordinatori che sezioni, più aspiranti parlamentari che militanti e, naturalmente, un numero di leader inversamente proporzionale ai voti. Il personalismo prende il posto dell’identità. La collocazione sostituisce il progetto. E la domanda fondamentale non è più “che cosa vogliamo fare?”, ma “con chi dobbiamo stare per esserci?”.
Per chi si richiama al socialismo riformista la questione dovrebbe essere ancora più delicata. Perché “riformista” non è un aggettivo ornamentale da sistemare accanto a “civico”, “liberale”, “progressista”, “europeista” e a qualunque altra parola renda presentabile una coalizione. Il riformismo è una cultura politica. Significa libertà individuale e giustizia sociale, laicità dello Stato, europeismo, tutela del lavoro senza demonizzazione dell’impresa, garantismo, modernizzazione delle istituzioni. Significa soprattutto scegliere le riforme possibili senza perdere di vista la società che si vuole costruire. Se invece il riformismo può stare indifferentemente dappertutto purché trovi una casella disponibile, allora smette di essere una cultura politica e diventa arredamento elettorale.

Naturalmente ogni forza politica è libera di scegliere le proprie alleanze. Ed è altrettanto legittimo tentare di conquistare rappresentanza parlamentare: i partiti esistono anche per concorrere alle elezioni e governare. Il punto è un altro. Il seggio dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale si rappresentano idee e interessi. Non può diventare l’idea attorno alla quale si costruisce tutto il resto. Altrimenti arriviamo al paradosso perfetto della politica contemporanea: partiti nati per entrare in Parlamento prima ancora di avere stabilito con chiarezza che cosa intendano farci una volta entrati.
E forse è proprio qui che si spiega una parte della crescente disaffezione degli italiani. Non mancano le sigle. Ne abbiamo in abbondanza. Non mancano i leader. Quelli, anzi, sembrano riprodursi per partenogenesi. Non mancano neppure le coalizioni: larghe, strette, civiche, progressiste, riformiste, centriste, federate, confederate e probabilmente, continuando così, presto anche condominiali. Mancano più semplicemente identità politiche nelle quali riconoscersi.

Perché la politica può certamente vivere di compromessi. Può cambiare alleati, correggere strategie e adattarsi alla storia. C’è soltanto una cosa che non dovrebbe permettersi di perdere: una ragione per esistere. E allora la domanda resta terribilmente semplice. Se per conquistare una poltrona bisogna prima rinunciare a ciò che si è, una volta conquistata quella poltrona, chi o che cosa si rappresenterà?
Forse soltanto se stessi.

E per quello, francamente, non serviva fondare un partito.

Redazione Scomunicando.it

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