La sentenza del Tribunale di Patti riporta sotto i riflettori una delle più complesse vicende giudiziarie nate attorno ai fondi europei destinati all’agricoltura sui Nebrodi.
Antoci in aula: “Stato più forte di chi teneva territorio sotto scacco”
Quarantacinque condanne su 53 imputati e pene per complessivi 325 anni. Ma il verdetto di primo grado racconta anche la dimensione di un lavoro investigativo e giudiziario sviluppato negli anni. In aula Giuseppe Antoci, l’uomo che da presidente del Parco dei Nebrodi promosse con il prefetto Stefano Trotta quel Protocollo di legalità che sarebbe poi entrato nella legislazione antimafia nazionale.
Abbiamo resistito con la schiena dritta. Ha vinto lo Stato
C’è un filo che attraversa gli ultimi undici anni di storia dei Nebrodi. Parte dai terreni agricoli e dai contributi comunitari, passa attraverso un protocollo amministrativo nato per rendere più stringenti i controlli antimafia, incontra inchieste, operazioni di polizia giudiziaria, processi e sentenze. E arriva ancora una volta nell’aula del Tribunale di Patti. La sentenza di primo grado del maxiprocesso Nebrodi 2, pronunciata il 18 settembre dal collegio presieduto da Monica Marino, con i giudici Eugenio Aliquò e Gianluca Corona, riporta inevitabilmente sotto i riflettori l’intero percorso.
Il bilancio è di 45 condanne su 53 persone imputate, per complessivi 325 anni di reclusione.
Il dispositivo, lungo 21 pagine, contiene inoltre assoluzioni, proscioglimenti per prescrizione, pene accessorie, risarcimenti alle parti civili, confische e decisioni relative alle imprese coinvolte. È necessario sottolineare che si tratta di una sentenza di primo grado, dunque non definitiva. Ed è altrettanto importante leggere il dispositivo nella sua complessità: diversi imputati condannati per alcuni reati sono stati assolti da altre contestazioni e, per ulteriori capi, il Tribunale ha dichiarato la prescrizione.
Per comprendere perché questa sentenza vada oltre il dato numerico delle pene bisogna tornare indietro nel tempo. Da presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci promosse un Protocollo di legalità destinato a rendere più stringenti i controlli antimafia sulle concessioni agricole e sui terreni collegati ai finanziamenti comunitari. Una barriera amministrativa costruita per impedire che l’accesso ai fondi destinati all’agricoltura potesse avvenire aggirando i controlli antimafia.
Quel modello, nato sui Nebrodi, avrebbe progressivamente assunto una dimensione nazionale, con principi successivamente recepiti nella normativa antimafia e dalla stessa Comunità Europea. Ed è proprio questo percorso che la sentenza di Patti riporta oggi all’attenzione pubblica. Non soltanto gli imputati e le pene, ma il lavoro svolto negli anni dalla magistratura, dalla Direzione distrettuale antimafia, dalla Polizia di Stato, dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza. Nebrodi 2 rappresenta infatti il secondo grande capitolo giudiziario di questa storia.
Il primo filone, nato dall’operazione del gennaio 2020, si è concluso definitivamente con 50 condanne. Quattro anni più tardi, il 6 febbraio 2024, scattò la seconda grande operazione, dalla quale è nato il processo appena concluso in primo grado a Patti. Al centro dell’indagine un articolato sistema legato all’ottenimento di contributi pubblici destinati all’agricoltura attraverso disponibilità ritenute fittizie o illecite di terreni e diritti collegati agli aiuti comunitari. Le contestazioni mosse nel processo comprendevano, a seconda delle singole posizioni, associazione mafiosa, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, estorsione e traffico di stupefacenti.
L’accusa aveva chiesto 48 condanne, per complessivi circa 460 anni di carcere, e cinque assoluzioni. Il Tribunale è arrivato a un esito differente: 45 condanne e un quadro articolato di assoluzioni totali e parziali e prescrizioni.
Antoci ancora una volta nell’aula di Patti
Giuseppe Antoci ha voluto essere presente alla lettura della sentenza. Una presenza dal forte significato personale, prima ancora che politico. L’ex presidente del Parco dei Nebrodi, oggi parlamentare europeo, nel maggio del 2016 sopravvisse a un attentato. Da allora la sua vita e quella della sua famiglia sono segnate dalle misure di protezione. Il suo nome è rimasto legato alla battaglia contro le infiltrazioni criminali nel sistema delle concessioni agricole e dei relativi finanziamenti.
Per Antoci il verdetto di Patti rappresenta oggi un ulteriore passaggio di quella lunga storia.
«Siamo tutti riconoscenti alla DDA di Messina, ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza e alla Polizia di Stato. Il Tribunale di Patti ha oggi confermato, con questa sentenza, non solo il grande lavoro degli inquirenti ma anche il contesto in cui ci siamo mossi in questi anni». Poi torna direttamente alla genesi di quella battaglia. «Abbiamo colpito con un’azione senza precedenti una criminalità ricca, potente e violenta ed è per questo che quella notte volevano fermarmi. Volevano bloccare l’idea di una legge nazionale e dunque tutto quello che sta accadendo, attraverso la norma poi approvata, e che sta colpendo quel sistema in tutta Italia».
Nelle parole di Antoci entra inevitabilmente anche il prezzo personale pagato in questi anni. «Nonostante la consapevolezza che, con questa ulteriore sentenza, l’odio e il rancore contro di me cresceranno ancora di più, è comunque tanta la felicità che provo oggi nel vedere che il nostro lavoro serva al Paese, alla Sicilia e ai miei amati Nebrodi». E poi il passaggio più personale. «Hanno costretto me e la mia famiglia a vivere una vita blindata con una casa presidiata dall’Esercito. Sono stati anni di dolore, paure e preoccupazioni. Abbiamo resistito con la schiena dritta anche quando volevano spezzarcela. Abbiamo fatto tanta strada con dignità ed è grazie a quest’ultima che continuiamo a vincere. Tutti, ma per primo ha vinto lo Stato. Lo Stato vince sempre. Avanti…».
Tra le pene più elevate figurano i 23 anni a Sebastiano Bontempo Scavo, detto “Piricoco”, i 22 anni, 2 mesi e 20 giorni a Vincenzo Galati Giordano, detto “Lupin”, i 20 anni ciascuno a Giuseppe Bontempo detto “Botoia”, Carmelo Bontempo Scavo detto “Pittinissa” e Sebastiano Bontempo Scavo detto “Spacchiusu”, e i 18 anni a Carmelo Galati Massaro detto “Grillaru”. Il Tribunale ha disposto anche multe e pene accessorie per numerose posizioni, oltre a risarcimenti in favore delle parti civili.
Il dispositivo affronta anche le posizioni delle società agricole coinvolte nel procedimento, con sanzioni pecuniarie e interdittive per gli enti ritenuti responsabili. Anche in questo caso il dispositivo distingue le singole posizioni, con decisioni differenti rispetto agli illeciti amministrativi contestati.
Un verdetto di questa portata non può essere raccontato soltanto attraverso le condanne. Il dispositivo dedica infatti diverse pagine alle assoluzioni e ai proscioglimenti e distingue le responsabilità capo per capo. Numerosi imputati condannati per alcuni fatti sono stati contemporaneamente assolti da altre contestazioni; per ulteriori reati è invece intervenuta la prescrizione. Considerando le persone che non figurano tra i 45 destinatari di una pena detentiva, emergono otto posizioni concluse senza condanna alla reclusione: Giuseppe Bontempo Scavo detto “Pirapappete”; Leone Faranda; Salvatore Giglia; Rosario Iuculano detto “Saru Scupiddu”; Carmelo Vitale; Nunzio Zaiti; Carmelino Zingales; Giuseppe Costanzo Zammataro, classe 1976, detto “Pippo Maronna”. Le formule adottate dal Tribunale variano, secondo i singoli capi d’imputazione, tra assoluzioni perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto e dichiarazioni di prescrizione. Una distinzione essenziale per restituire correttamente il contenuto di una sentenza particolarmente complessa.
Nebrodi 2 non chiude definitivamente la vicenda giudiziaria. Quella pronunciata a Patti è una sentenza di primo grado. Il Tribunale ha indicato in novanta giorni il termine per il deposito delle motivazioni e successivamente potranno aprirsi gli eventuali ulteriori gradi di giudizio. Ma il verdetto del 18 settembre rappresenta già una nuova tappa di una storia che, partita dai pascoli e dai contributi agricoli, ha finito per interrogare un intero territorio sul rapporto tra criminalità organizzata, economia, fondi pubblici e controllo della terra.
Ed è forse questo il dato che va oltre i 325 anni di carcere.
Il processo Nebrodi 2 riporta sotto i riflettori tutto ciò che è accaduto in questi anni: le indagini, il lavoro della magistratura, le operazioni delle forze dell’ordine, il primo maxiprocesso, le sentenze e quel Protocollo di legalità nato sui Nebrodi per chiudere una falla nel sistema dei controlli. Un percorso nel quale la figura di Giuseppe Antoci resta inevitabilmente centrale, non perché una sentenza possa essere attribuita all’azione di un singolo, ma perché quel Protocollo rappresentò uno degli strumenti amministrativi da cui prese forma una nuova stagione di contrasto agli interessi criminali sui finanziamenti agricoli.
Ieri, nell’aula del Tribunale di Patti, tutti questi pezzi di storia sono tornati ancora una volta nello stesso luogo. E con essi i Nebrodi, nuovamente al centro dell’attenzione nazionale.
Parola ai legali
l’Avv. Gabriele Radici, relativamente alla sentenza del Tribunale di Patti, di ieri, evidenzia l’opportunità di dare un segno anche alle assoluzioni che il provvedimento ha sancito, ma solo alle condanne. Con l’Avv. Alessandro Pruiti, ha assistito un ragazzo di Sinagra, Leo Faranda, che dopo le pesantissime accuse ed un iniziale seppur breve periodo di custodia cautelare, ha ottenuto l’assoluzione con formula piena da tutte le accuse. A tal proposito ha affermato: “Esprimo la mia soddisfazione per il risultato raggiunto. Questi processi presentano sempre diverse insidie, ma sin dal primo esame del fascicolo, ho creduto fermamente nell’innocenza del mio cliente, Leone Faranda per il quale questa delicata vicenda giudiziaria si conclude nel migliore dei modi, con un’assoluzione con formula piena, che lo riabilita a tutti gli effetti anche agli occhi della comunità.”
Il dispositivo
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