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TERRA DI VINI – Un viaggio nei Vini di Sicilia scoprendo quando il calice diventa viaggio e patrimonio

Riflessioni a margine del Sicilian Wine Expo

L’evento dedicato ai vini siciliani, con degustazioni, workshop e spettacoli svoltosi a Capo d’Orlando il 19-20 settembre è stato un faro acceso sulla tradizione, l’innovazione e cultura del vino

Dagli incontri tematici, dai confronti, dal dibatito apertosi, ma anche sentendo la voce dei vinai e dei produttori emergono certezze, speranze per il futuro e nuove prospettive.

La sintesi

Parlare di vino in Sicilia significa raccontare molto più di un prodotto agricolo. È parlare di civiltà, stratificazioni culturali, identità. Ogni sorso è un frammento di storia millenaria che attraversa Fenici, Greci, Romani, Arabi, Normanni, fino a giungere a noi come segno tangibile della capacità dell’uomo di dialogare con la natura. Non è un caso che Goethe, nel suo Viaggio in Italia (1786), descrivesse l’isola come una “chiave per intendere il mondo”. Una chiave che oggi apre le porte non solo alla memoria, ma anche al turismo e allo sviluppo sostenibile.

Il vino come narrazione e identità

Il vino siciliano è racconto, è cultura che si trasmette. Un calice di Nero d’Avola o di Grillo non è soltanto colore e profumo: è la sintesi di terre assolate, venti marini, tradizioni contadine e convivialità popolare. È la Sicilia di Sciascia e di Guttuso, dove il rosso dei grappoli diventa simbolo di passione e appartenenza. Nell’epoca in cui il turista cerca esperienze autentiche, il vino si fa volano turistico perché offre un viaggio, un’immersione. Come nella scena conviviale de Il Gattopardo, dove la tavola non è solo nutrimento ma teatro di memoria, così oggi le cantine aprono le porte e raccontano storie che vanno oltre la bottiglia, facendo del territorio il vero protagonista.

Con oltre 70.000 ettari vitati, la Sicilia rappresenta un laboratorio di biodiversità unico in Europa: dall’Etna al Marsala, dal Cerasuolo di Vittoria al Malvasia delle Lipari. Un capitale naturale e culturale che potrebbe rendere l’isola la “Napa Valley del Mediterraneo”. Ma per compiere questo salto serve una strategia integrata: marketing territoriale, infrastrutture adeguate, comunicazione digitale e un’educazione al gusto che sappia formare consumatori consapevoli e viaggiatori attenti. Come ricordava Ermanno Olmi nel film L’albero degli zoccoli, il vino è il compagno silenzioso delle comunità, simbolo di lavoro e speranza. È questa la narrazione che il turismo cerca: non una degustazione fugace, ma l’incontro con le radici.

Il turismo enogastronomico non è una moda, ma una delle frontiere più dinamiche del viaggio contemporaneo. Privilegia la qualità alla quantità, la lentezza alla velocità, il contatto con la comunità alla fruizione passiva. È, in altre parole, ciò che Pier Paolo Pasolini definiva “un ritorno alla realtà delle cose semplici”.

Il viaggiatore del vino non vuole solo assaggiare, ma conoscere: camminare tra i filari, assistere alla vendemmia, scoprire ricette tramandate di generazione in generazione. In Sicilia, questo approccio incontra un capitale inestimabile: vitigni autoctoni unici al mondo, eccellenze come pistacchio, agrumi, formaggi e una cucina che porta in sé l’eredità di popoli diversi.

Dal punto di vista turistico, la sfida è costruire itinerari integrati. Chi visita le cantine dell’Etna può assaporare le paste di mandorla a Bronte, pernottare in un agriturismo e partecipare a una festa patronale. Ogni tappa diventa tassello di un mosaico più grande, dove il turista non consuma, ma partecipa.

L’arte e la letteratura hanno già mostrato questa sinergia. Caravaggio e le sue nature morte, i versi di Quasimodo, il cinema di Tornatore: tutti raccontano un’idea di Sicilia dove vino e cibo sono linguaggi di comunità e memoria.

Per sviluppare davvero l’enoturismo servono alleanze: tra produttori e operatori turistici, tra istituzioni e università, tra comunità locali e mercati internazionali. È necessario un racconto unitario, capace di presentare la Sicilia non come somma di eccellenze isolate, ma come ecosistema integrato, dove accoglienza, qualità e autenticità convivono.

Come scriveva Italo Calvino ne Le città invisibili, “ogni città riceve la sua forma dal deserto che si oppone”. La Sicilia, invece, riceve la sua forma dalla ricchezza che possiede: vino, cibo, ospitalità. Il compito che resta è trasformare questa ricchezza in attrattività, generando sviluppo e bellezza condivisa.

Il vino siciliano è ambasciatore dell’isola nel mondo. Trasformarlo in motore turistico non significa solo aumentare le degustazioni, ma raccontare una storia millenaria che intreccia cultura, paesaggio e comunità. Ogni calice diventa allora un viaggio, un ponte tra passato e futuro, un invito a scoprire la Sicilia autentica.

Nel salotto del buon vino, ben orchestrato da Alessia Micale si sono confrontanti tra gli altri:

CarolinaWong, giornalista Usa

Ioannis Skoutas – Grecia  delle cooperative Samos Wines

Luigi Salvo – Giornalista , direttore del giornalevinocibo.com

Vito Clemente – Direttore generale della Marina d’Orlando

Maria Carlotta Andreacchio – chef del ristorante “La Trattoria del Marinaio”

Camillo Pugliese  – Direttore Generale Vini Dop Sicilia

Franco Ingrillì – Sindaco di Capo d’Orlando

Luca Sammartino – Deputato all’Ars

Pippo Mangano – Presidente Capo d’Orlando Marina

Mauro Cappotto – Esperto di turismo territorio e cultura

Licia Campisi – chef del ristorante “l’Antica Filanda”

Massimo Scaffidi – giornalista

Redazione Scomunicando.it

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