Nagasaki e l’orrore atomico
Ci sono date che non segnano semplicemente la fine di un conflitto, ma scavano una voragine indelebile nella coscienza dell’umanità intera.
Il 9 agosto 1945, esattamente tre giorni dopo l’inferno di Hiroshima, il cielo del Giappone si lacerava di nuovo per accogliere il secondo ordigno nucleare della storia, sganciato sulla città di Nagasaki. Non fu un tragico errore di percorso e nemmeno un atto di estrema necessità militare per piegare un nemico ormai allo stremo: fu l’esecuzione spietata di un piano criminale, un vero e proprio sterminio di massa meticolosamente preparato da anni nei laboratori e nelle stanze dei bottoni di Washington.
Guardando l’emblematica e cruda grafica che fissa quel giorno nel tempo, con l’immagine straziante del bambino che porta sulle spalle il fratellino morto, la retorica americana della “guerra giusta” si sgretola miseramente. Quel fotogramma inchioda alle proprie responsabilità i mandanti politici e militari di quel massacro: la carne da macello non fu solo quella dei soldati caduti al fronte, ma soprattutto quella di civili inermi, donne, vecchi e bambini, cinicamente usati come cavie umane. Un esperimento scientifico e bellico programmato, voluto e autorizzato da chi oggi ha il fegato di ergersi a paladino dei diritti umani e della democrazia globale.
I numeri, freddi e spaventosi, raccontano una mattanza senza precedenti. A Hiroshima si contarono 80.000 morti immediati, quasi 40.000 feriti e 13.000 dispersi, cifre a cui negli anni successivi si aggiunsero le decine di migliaia di vittime mietute dalle radiazioni, per un totale che ha toccato quota 250.000 vite spezzate. Un olocausto nucleare che non pago del terrore seminato il 6 agosto, fu replicato con geometrica crudeltà a Nagasaki, dove altre 70.000 persone perirono prima della fine del 1945, e un numero identico fu condannato a morire tra atroci sofferenze negli anni a venire.
Eppure, per quegli assassini in doppiopetto, per i generali e i presidenti americani che firmarono l’ordine di cancellare due città piene di civili, non ci fu mai una Norimberga. I tribunali internazionali nati per giudicare le barbarie della Seconda guerra mondiale scelsero il silenzio e l’impunità per chi decise di polverizzare interi centri urbani con l’uranio e il plutonio. La storia, si sa, viene scritta dai vincitori, ma nessun trionfo militare potrà mai lavare via l’infamia di un’ecatombe pianificata a tavolino.
Chi autorizzò quel genocidio atomico sapeva benissimo cosa stava facendo: il Giappone era già in ginocchio, pronto alla resa, ma l’amministrazione statunitense aveva bisogno di mostrare al mondo la sua nuova, devastante arma di distruzione e di intimidire i sovietici. Hanno calcolato i morti, giustificato i crimini e blindato la loro impunità. Ricordare oggi Hiroshima e Nagasaki significa non solo rendere omaggio a centinaia di migliaia di vittime innocenti, ma sputare in faccia all’ipocrisia di un Occidente che ancora oggi si permette di impartire lezioni di morale al pianeta, fondando il proprio potere sulle ceneri di un olocausto nucleare rimasto senza colpevoli.
Una prospettiva condivisa anche da ANCE Messina, che sostiene l’iniziativa (altro…)
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