LIBRI – “L’anticu diceva, me matri cuntava…”
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LIBRI – “L’anticu diceva, me matri cuntava…”

 Enzo Caputo consegna alla memoria i proverbi dei Nebrodi

Centocinquantacinque pagine di proverbi, detti, modi di dire e filastrocche del vernacolo umbertino e sinagrese. Ma soprattutto il racconto di una società attraverso le parole che ne regolavano la vita quotidiana.

Nel nuovo libro di Enzo Caputo la memoria familiare diventa memoria collettiva, partendo dalla voce della madre, “Donna Vicinzina”, e da un patrimonio orale che rischiava di perdersi.

Enzo Caputo da il senso alle parole che appartengono a un tempo, proprio a quelle che riescono a portarsi dietro il tempo dal quale provengono. Un proverbio, soprattutto nei piccoli paesi, raramente era soltanto una frase. Poteva essere un consiglio, un rimprovero, una regola di comportamento, una battuta tagliente. A volte sostituiva persino una lunga spiegazione. È da questo mondo, rurale, contadino di profonda saggezza che inseguiva le stagioni, non solo quelle dell’anno ma anche quelle della vita, che nasce “L’antico diceva, mia madre raccontava… – L’anticu diceva, me matri cuntava…”, la nuova fatica letteraria di Enzo Caputo, una raccolta dedicata ai proverbi, ai detti, ai modi di dire e alle filastrocche del vernacolo di Castell’Umberto e Sinagra. Un libro che Caputo aveva in mente da tempo. Nelle note introduttive lo definisce quasi un “bozzolo mentale”, rimasto a lungo protetto nei suoi pensieri attorno a una formula che continuava a tornare: “l’haiu a scriviri”, devo scriverlo.

Alla fine quel bozzolo si è schiuso.

  

E lo ha fatto soprattutto attorno alla memoria di una donna: sua madre, Vincenza Giglia, “Donna Vicinzina”, nata il 1° marzo 1923 e scomparsa il 27 dicembre 1996. Accanto a lei, nella dedica, c’è il padre Calogero Caputo, nato l’8 giugno 1917 e morto il 3 luglio 1984, ricordato come “Mastru Caloriu” o “Don Caloriu”. È probabilmente questa dimensione familiare a dare al volume una chiave diversa dalla semplice raccolta dialettale. I proverbi non vengono conservati come reperti da museo, ma rimessi nel luogo nel quale sono nati: la vita.

Caputo ricostruisce un universo fatto di famiglie, contadini, artigiani, rapporti di vicinato, autorità, religione, educazione dei figli, lavoro e gerarchie sociali. Una società rurale nella quale il proverbio interveniva quasi naturalmente nelle conversazioni e finiva per diventare un codice condiviso. L’autore, da sempre attento osservatore della vita che gli scorre intorno, lo ricorda attraverso la propria esperienza. I proverbi pronunciati dai genitori erano capaci di “entrare nel cervello” e riaffiorare al momento opportuno: per consigliare, mettere in guardia, giudicare un comportamento.

La madre raramente ricorreva al rimprovero diretto. C’era un proverbio adatto a ogni marachella. E dietro l’ironia del racconto familiare riaffiora persino la vecchia educazione domestica: la “virga”, un piccolo virgulto di nocciolo, e, come estrema ratio, il temuto “cinturinu sciotu” paterno. Ma c’era anche la nonna, “Nanna Carmina”, capace di trasformare la propria larga gonna in una sorta di inviolabile zona franca per i nipoti. Sono piccoli quadri, ma proprio attraverso questi frammenti il libro acquista una dimensione sociologica.

Caputo guarda infatti ai proverbi come a una forma di “sociologia vissuta”, condensati di esperienza collettiva capaci di raccontare una comunità meglio di molte descrizioni costruite a posteriori. Dentro quelle espressioni sopravvivono anche i rapporti con il potere. L’autore ricorda la celebre risposta attribuita a un “iurnataru” dei Nebrodi chiamato a testimoniare in una controversia sulle terre: sapeva che appartenevano all’imperatore, ma spiegava che “l’imperatore è lontano e il prete è vicino”. Poche parole per descrivere la distanza tra le regole formali e la concreta realtà delle comunità periferiche.

C’è poi un altro elemento che rende la raccolta preziosa: il dialetto.

Le parole custodiscono tracce di dominazioni, contaminazioni e stratificazioni linguistiche. Per Caputo i proverbi diventano così anche uno strumento per capire e conservare il vernacolo di un territorio, con particolare attenzione all’area sinagrese e umbertina e alle possibili persistenze grecaniche. Nelle sue note richiama anche la borgata Martini e la costruzione conosciuta come “Da ngrecia”, utilizzando questi riferimenti per allargare la riflessione sulla storia linguistica e culturale dei Nebrodi.

È questo uno dei punti messi in evidenza anche nella prefazione di Giovanna Manfredi Gigliotti, scrittrice e insegnante.

La prefatrice parte dal valore universale della saggezza popolare, definendo i proverbi un patrimonio culturale capace nei secoli di contribuire alla formazione morale e intellettuale delle società. Non semplici frasi facili da ricordare, dunque, ma condensati dell’esperienza umana, costruiti dal tempo e dalla saggezza collettiva.

Manfredi Gigliotti richiama la funzione educativa del proverbio, capace di trasmettere concetti complessi attraverso immagini semplici e comprensibili. E sottolinea una caratteristica particolare: la stessa frase può essere recepita letteralmente da un bambino e acquistare, nell’adulto, significati più profondi e persino implicazioni filosofiche.

In una società dominata dalla velocità dell’informazione e dalla frammentazione del sapere, sostiene la prefatrice, questi antichi detti continuano quindi a offrire punti di riferimento per la riflessione etica e morale. Il suo giudizio sul lavoro di Caputo è racchiuso nelle righe finali: «Attività encomiabile quella di Enzo Caputo, opera meritoria, creare uno scrigno al quale si può accedere senza password».

Ed è forse proprio lo scrigno l’immagine più efficace per raccontare questo libro.

Perché “L’anticu diceva, me matri cuntava…” conserva le parole, ma insieme alle parole conserva le persone che le pronunciavano. E dietro quelle persone lascia intravedere cucine, campagne, botteghe, famiglie, rapporti di parentela e una quotidianità che appartiene ormai alla memoria.

Enzo Caputo, dal giornalismo alla ricerca storica

Nato nel 1958 a Castell’Umberto, Enzo Caputo ha studiato Scienze Politiche, con indirizzo storico-politico, all’Università di Messina e si è formato alla Scuola Superiore di Giornalismo di Palermo. Giornalista pubblicista, è stato corrispondente del Giornale di Sicilia e ha collaborato, tra gli altri, con La Sicilia, Centonove, Visto, Antenna Mediterraneo e Onda TV oltre che di Scomunicando.it Ha lavorato nei Comuni di Sinagra e Castell’Umberto e, a Sinagra, è stato responsabile della Biblioteca comunale. Negli anni ha organizzato eventi culturali, convegni, mostre e presentazioni librarie e ha curato documentari di carattere storico e turistico.

La ricerca storica, soprattutto quella relativa alla Seconda guerra mondiale e agli avvenimenti del 1943 in Sicilia e nei Nebrodi, costituisce uno dei suoi principali campi di interesse. Nel 2007 ha pubblicato il romanzo storico sulle foibe “Maria Pasquinelli, dal pantano d’Italia è nato un fiore”, dopo sopralluoghi effettuati in Slovenia e Croazia.

Nel 2019 ha collaborato alla guida Flaccovio Borghi di Sicilia. Nel febbraio 2025 è arrivato il suo primo libro di poesie, “Il pontile”. Tra le altre pubblicazioni indicate dall’autore figurano “La lunga attesa – La Sicilia del 1943 e la guerra sui Nebrodi”, saggio dedicato allo sbarco alleato in Sicilia, mentre il nuovo volume sui proverbi rappresenta un ulteriore passaggio nel suo lavoro sulla memoria del territorio.

La biografia ricorda inoltre l’impegno sociale di Caputo, la partecipazione al progetto “Consigliere di parità sui Nebrodi” con l’istituzione dello “Sportello Donna”, l’attività nell’associazione “L’altra storia” di Rita Borsellino e il riconoscimento ricevuto nel 2014 alla quinta edizione del premio Fratelli Sturzo “Honestatis defensores”.

I ringraziamenti e quel debito verso la famiglia

Nell’ultima parte del volume Caputo ringrazia Rosalia Ricciardi per la supervisione editoriale, l’impaginazione, la veste grafica e l’inserimento del libro sulla piattaforma dedicata; Giovanna Manfredi Gigliotti per la prefazione e Mariangela Manasseri per la postfazione.

Poi il libro torna esattamente al punto dal quale era partito. Alla madre ed al padre anche per i sacrifici che gli permisero di studiare «in un’epoca in cui le vacche non erano di certo grasse». Ed è qui che la raccolta smette definitivamente di essere soltanto un repertorio di proverbi.

Diventa il modo di restituire qualcosa a chi quelle parole le aveva pronunciate senza immaginare che, molti decenni dopo, sarebbero finite in un libro.

La madre raccontava. Il figlio ascoltava.Adesso Enzo Caputo le ha scritte. E così quelle voci, almeno sulla carta, possono continuare a parlare.

Il libro è ordinabile su https://www.amazon.it/Lantico-diceva-mia-madre-raccontava/dp/B0FXWKDGFD

19 Settembre 2026

Autore:

redazione


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