L’INTERVISTA –  Francesco Favarò: «L’innovazione deve creare le condizioni per restare e produrre valore nei territori»
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L’INTERVISTA –  Francesco Favarò: «L’innovazione deve creare le condizioni per restare e produrre valore nei territori»

Il Managing Director & Chairman di Watergy International Group tra i protagonisti del forum “Agorà Sud” promosso da Quater a Capo d’Orlando lo scorso 12 settembre

dentro Agorà Sud

    Dall’esperienza maturata nei mercati internazionali alle tecnologie per l’efficienza energetica, fino a “Stupor Mundi”, il progetto di agrivoltaico pensato per la Sicilia. «La sostenibilità funziona quando diventa economia reale, lavoro e competitività».

Tra le parole che hanno attraversato Agorà Sud – “Il diritto a restare in un territorio che cresce”, il forum promosso da Quater, ce n’è una che ritorna continuamente: opportunità. Ma perché il diritto a restare non rimanga soltanto un principio, occorre trasformare le opportunità in impresa, ricerca, investimenti e lavoro.

È su questo terreno che si colloca l’esperienza di Francesco Favarò, Managing Director & Chairman di Watergy International Group, realtà impegnata nello sviluppo di tecnologie per migliorare le prestazioni energetiche e ambientali di edifici, infrastrutture e sistemi produttivi.

Dalle vernici ad alta albedo ai materiali fotocatalitici, dai rivestimenti protettivi e ignifughi alle tecnologie per la qualità dell’aria, fino all’agrivoltaico: un patrimonio di ricerca che guarda alla transizione ambientale non come a un concetto astratto, ma come a un settore nel quale innovazione e competitività possono procedere insieme.

L’intervista di Max Scaffidi

 

 Favarò, Agorà Sud parte da una domanda precisa: come rendere effettivo il “diritto a restare”?

«Bisogna innanzitutto creare le condizioni perché restare sia una scelta possibile. Non possiamo chiedere a un giovane di rimanere nella propria terra soltanto facendo leva sull’appartenenza o sull’amore per il luogo nel quale è nato. Servono opportunità professionali, imprese capaci di innovare, investimenti e una visione dello sviluppo. E bisogna costruire un ambiente nel quale le competenze possano trovare spazio e produrre valore.»

Quindi il diritto a restare è anche una questione di competitività?

«Certamente. Un territorio diventa attrattivo quando riesce a offrire prospettive. Vale per i giovani, ma anche per le imprese e per gli investitori. Se vogliamo contrastare lo spopolamento dobbiamo creare ecosistemi economici nei quali ricerca, formazione, impresa e istituzioni riescano a dialogare. È uno dei motivi per cui momenti come Agorà Sud sono importanti: permettono a mondi che spesso procedono separatamente di incontrarsi.»

Watergy lavora proprio sul rapporto tra tecnologia, energia e ambiente. Qual è la vostra filosofia?

«Partiamo da un principio molto concreto: la tecnologia deve funzionare. La sostenibilità non può essere soltanto una dichiarazione d’intenti. Deve produrre risultati misurabili in termini di consumi, prestazioni, durata delle infrastrutture, qualità ambientale e riduzione dei costi. La ricerca ha valore quando riesce a trasformarsi in applicazioni reali.»

Qualche esempio?

«Abbiamo lavorato su materiali a basso assorbimento solare che permettono di ridurre fortemente la temperatura delle superfici e, di conseguenza, il fabbisogno energetico per il raffrescamento degli edifici. Ci occupiamo inoltre di materiali fotocatalitici per la purificazione dell’aria e l’autopulizia delle superfici, di sistemi protettivi per il calcestruzzo, impermeabilizzazioni, rivestimenti resistenti al fuoco e tecnologie per il trattamento dell’aria. Sono ambiti diversi, ma hanno un denominatore comune: aumentare l’efficienza e la durata di edifici e infrastrutture riducendone contemporaneamente l’impatto ambientale.»

Una parte importante della vostra ricerca nasce dall’esperienza internazionale. Quanto conta lavorare in condizioni climatiche estreme?

«Moltissimo. Operare in contesti caratterizzati da temperature elevate, forte irraggiamento e scarsità di acqua obbliga a trovare soluzioni particolarmente efficienti. Quell’esperienza ci ha permesso di sviluppare conoscenze che oggi possono essere trasferite anche al Mediterraneo. E la Sicilia, purtroppo, sta sperimentando problemi che fino a qualche tempo fa consideravamo caratteristici di altre aree del mondo: siccità, aumento delle temperature, stress delle colture, disponibilità sempre più limitata della risorsa idrica.»

Da qui nasce anche “Stupor Mundi”?

«Sì. È un progetto che prova a mettere insieme agricoltura, produzione energetica e tutela delle risorse. L’idea è superare la contrapposizione tra fotovoltaico e agricoltura: il terreno deve continuare a produrre, anzi deve poter produrre meglio, mentre contemporaneamente genera energia pulita.»

Qual è l’elemento innovativo?

«Abbiamo sviluppato una tecnologia proprietaria basata anche sull’utilizzo di una membrana altamente riflettente, studiata per lavorare insieme ai pannelli fotovoltaici bifacciali. L’obiettivo è sfruttare maggiormente la radiazione solare, migliorare le condizioni del terreno e soprattutto intervenire sull’utilizzo dell’acqua. In una regione come la Sicilia, il tema idrico sarà sempre più determinante.»

E infatti uno dei dati più significativi che indicate riguarda proprio il risparmio d’acqua.

«È uno degli aspetti sui quali abbiamo lavorato maggiormente. L’innovazione in agricoltura deve rispondere a problemi concreti. Non possiamo parlare di futuro del settore senza affrontare la disponibilità idrica, l’aumento delle temperature e la redditività delle aziende. Se una tecnologia permette di utilizzare meno acqua, aumentare l’efficienza energetica e contemporaneamente mantenere o migliorare la produttività agricola, allora la sostenibilità smette di essere un costo e diventa un vantaggio competitivo.»

Avete scelto per il progetto un nome fortemente legato alla storia siciliana: “Stupor Mundi”. Perché?

«Perché volevamo sottolineare che innovazione e Sicilia non sono due concetti lontani. Federico II rappresenta simbolicamente una stagione nella quale questa terra era luogo di incontro tra culture, conoscenze e visioni differenti. La Sicilia può tornare a essere un laboratorio nel Mediterraneo. Non dobbiamo immaginarla esclusivamente come destinataria di tecnologie sviluppate altrove: può essere il luogo nel quale sperimentarle, migliorarle e produrle.»

È un concetto che si lega bene allo spirito di Agorà Sud: non considerare più il Mezzogiorno soltanto come territorio da assistere.

«Esattamente. Il Sud possiede condizioni che, se lette nel modo giusto, possono diventare vantaggi. Pensiamo all’energia solare, all’agricoltura di qualità, alla posizione geografica nel Mediterraneo, alle università e alle competenze che abbiamo formato. Il problema è mettere questi elementi a sistema. Dobbiamo smettere di pensare che l’innovazione debba necessariamente arrivare da fuori.»

Quando parla di infrastrutture, lei insiste su un concetto preciso: non più semplici supporti per la tecnologia, ma parte attiva del processo.

«Esatto, ed è un punto sul quale vorrei essere chiaro. Dobbiamo cambiare il modo in cui pensiamo ai nostri ponti, alle gallerie, ai parcheggi, agli edifici: non possiamo continuare a considerarli meri contenitori sui quali applicare tecnologia sostenibile, come se fosse un rivestimento accessorio. Devono diventare parte attiva del processo di mitigazione del cambiamento climatico. Un parcheggio o un edificio, grazie all’albedo, può contribuire concretamente a ridurre l’isola di calore urbana. Un ponte o una galleria, grazie alla fotocatalisi, può funzionare come un vero e proprio sistema di purificazione dell’aria. È un cambio di prospettiva prima ancora che tecnologico. L’infrastruttura smette di essere neutra rispetto all’ambiente e diventa uno strumento attivo di trasformazione.»

Lei lega questo discorso anche a una riflessione più ampia sul ruolo della Sicilia nel contesto attuale.

«Sì, ed è forse il punto che mi sta più a cuore, specialmente guardando all’attuale situazione geopolitica mondiale. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza: la Sicilia deve smettere di guardarsi solo dentro, di raccontarsi continuamente attraverso le proprie difficoltà e, diciamocelo, di piangersi troppo spesso addosso. Non possiamo più pensarci come Sud, Sud Italia, Sud Europa, periferia da assistere, perché quella narrazione, per quanto a volte comoda, ci ha relegato a un ruolo passivo che non ci appartiene più. Dobbiamo ribaltare la prospettiva e cominciare a pensarci come Centro: centro del Mediterraneo, centro logistico, volano di sviluppo per un’area che oggi torna a essere strategica per il mondo intero.

Questo significa diventare crocevia di ricerca, di innovazione e di tolleranza: il luogo dove tecnologie, competenze e capitali si incontrano e si mettono a sistema, non il territorio che le riceve passivamente da altrove. Significa tornare a essere punto di contatto e di interazione costruttiva tra culture e mercati diversi, come lo era ai tempi di Federico II, non a caso il riferimento che abbiamo scelto per “Stupor Mundi”. Quella funzione di ponte tra civiltà, oggi più che mai, torna a essere una risorsa strategica. Non possiamo permetterci di farci scappare questa occasione. Ed è anche il punto di partenza per dare senso pieno al diritto a restare di cui parla Agorà Sud. Se la Sicilia torna a essere Centro, il fuori smette di essere il sogno o l’unica alternativa per un giovane siciliano: diventa il luogo dove applicare le competenze acquisite attraverso l’interscambio, partendo però dallo sviluppo che quelle competenze possono generare qui, in Sicilia. È lo stesso principio di cui parlavo prima: partire per crescere, ma con la possibilità concreta di tornare a costruire, perché qui esiste un ecosistema capace di valorizzare quello che si è imparato fuori.»

Ma per fare questo serve anche un rapporto diverso tra imprese e Pubblica amministrazione.

«Serve un dialogo molto più stretto. Le imprese hanno bisogno di regole chiare, tempi compatibili con gli investimenti e interlocutori capaci di comprendere l’innovazione. Allo stesso tempo, l’impresa deve assumersi la responsabilità di proporre progetti seri, verificabili e sostenibili. Pubblico e privato non possono guardarsi con diffidenza: devono riuscire a lavorare attorno a obiettivi condivisi.»

C’è anche una questione generazionale. Che cosa direbbe a un giovane siciliano che pensa che per realizzarsi sia inevitabile andare via?

«Gli direi di partire, se partire serve a conoscere, imparare e crescere. Il problema non è andare via. Il problema nasce quando non esistono più le condizioni per tornare. L’esperienza internazionale è una ricchezza enorme, ma un territorio intelligente deve essere capace di recuperare quella competenza e offrirle uno spazio.»

Quindi anche per lei “restare” non significa chiudersi?

«Assolutamente no. Significa esattamente il contrario. Significa essere collegati al mondo senza essere costretti ad abbandonare la propria terra per costruire il proprio futuro. Un giovane deve poter andare a Londra, Dubai, New York o in qualsiasi altro luogo, acquisire esperienza e poi avere la possibilità di riportare qui quella conoscenza. È così che crescono i territori.»

Ed è forse proprio questo il punto nel quale l’esperienza di Watergy incontra maggiormente il tema scelto da Quater per Agorà Sud.

Il “diritto a restare” non come immobilità, ma come libertà di movimento. Partire per conoscere, tornare per costruire. E utilizzare ricerca, energia, ambiente e nuove tecnologie per trasformare una terra spesso raccontata attraverso le sue fragilità in un luogo nel quale sperimentare soluzioni.

Perché il futuro del Sud non passa soltanto dalle risorse che riuscirà a ottenere, ma dalla capacità di trasformarle in competenze, imprese, innovazione e lavoro. E soprattutto dalla possibilità di fare in modo che un giovane possa guardare alla propria terra senza dover scegliere tra le proprie radici e il proprio futuro.

 

17 Settembre 2026

Autore:

redazione


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